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La Vara

La macchina votiva, benché limitata in altezza e con i figuranti posticci, è rimasta nelle forme, pressoché fedele alle descrizioni e riproduzioni grafiche secentesche e settecentesche.

La vara odierna è alta circa 14 metri e pesante intorno alle 8 tonnellate, poggia su grandi scivoli metallici, il basamento sul quale gravitano i grossi manufatti plasmati a mo' di tronchi è denominato cippu 'a Vara. Tutt'intorno una struttura a telaio permette la dislocazione di decine di timonieri che hanno il compito di mantenere in asse o direzionare il mezzo in movimento.

Il telaio presenta 12 lanterne astili, ripartite sulla parte anteriore e posteriore, tre per ogni semiasse, in memoria dei 12 cilii o ceri da 16 libbre ciascuno offerti dal Clero, dal Senato Peloritano, dalle Associazioni degli Artigiani. In fase di voluto ripristino, l'antica consuetudine dell'offerta della cera, pratica interrotta dal terremoto del 1908. Dal 2001 ripristinata la donazione un cero votivo di 16 libbre (5,077 kg.), voluto e fatto realizzare dal timoniere della Vara, omaggio condotto a spalla da otto portatori.

L'elevazione somigliante all'intreccio di quattro grossi fusti presenta un primo ordine comprendente quattro mensole sporgenti dai fusti e altrettante radiali al piano di raccordo. Il secondo ordine presenta due raggiere contrapposte, al centro recano una parte fissa, costituita da calotte raffiguranti rispettivamente il Sole nella parte anteriore, la Luna nella parte opposta. Le parti rotanti con sviluppo esagonale recano ai vertici imbragature per sei distinti angioletti. La guglia rastremata presenta un ulteriore livello di mensole sfalsate, le superfici mostrano raffigurazioni di putti, volute, stelle, pianeti e nuvole come rappresentazione dei cieli. Una sfera girevole permette la rotazione orizzontale di sei angioletti. L'ultima piattaforma girevole in senso inverso al globo sottostante, si compone di quattro figure, reca l'elevazione centrale che regge la figura di Dio Padre, elemento che a sua volta sostiene nella mano destra l'Alma Maria nell'atto di elevarla nell'Empireo.

Le mensole, incavi vari, alloggiamenti e imbragature ospitano manichini addobbati (un tempo bambini, fanciulli, ragazzi) nelle veci di angeli, cherubini, putti e personaggi allegorici, che reggono ghirlande, corone, e tra mensole d'ordini differenti, un fitto reticolo di festoni e intrecci di fiori e fogliame.

A vigilare sul buon funzionamento degli astri rotanti alcuni addetti mentre un capotimoniere coadiuvato da segnalatori visivi tramite sventolio di bandiere e acustici co fischietti, dirige e attende le operazioni dalla piattaforma. Alla base delle grosse travi dell'intelaiatura della timoniera sono fissate le lunghe gomene in canapa lunghe fino a 120 m ciascuna, diametro 5 cm.

I termini del linguaggio marinaro tipici della città portuale entrano di diritto nella definizione di attività e figure essenziali nella manovra e nel funzionamento della macchina. A gomene, timone, timoniere e capotimoniere si affiancano i capicorda, i vogatori, i macchinisti addetti nell'azione manuale delle parti mobili: raggiere e sfera con zodiaco, e comandante.

 

I Giganti di Messina

La processione dei Giganti di Messina consiste nel trainare due statue di giganti a cavallo, realizzate in cartapesta.

Le statue attuali risalgono al 1723 anche se vennero completate solamente negli anni cinquanta dello scorso secolo, venendo installati su dei carrelli con ruote in modo da poter ottenere un trainamento più facile. In passato, invece, i due venivano sollevati dai portatori attraverso pali e staffe basculanti, che consentivano di mantenerli in equilibrio, conferendo peraltro un andamento caracollante alle due statue equestri.

I due Giganti sono portati in processione dal 10 al 14 agosto, seguiti da un corteo in costume e da tamburi, trombe e dal suono cupo della "brogna" e della "ciaramedda".

Dall'anno 1993 è tornata nuovamente la tradizione di farli seguire da un'altra macchina che rappresenta un cammello.

La statua di Grifone, fu scolpita prima da Martino Montanini e successivamente da Andrea Calamech. La testa di Mata fu più volte rimaneggiata da artisti quali Santi Siracusa (XVIII secolo), Michele Amoroso e Mariano Grasso.

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