Archeologia a Messina

A MARGINE DEGLI ULTIMI RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI NELLA CITTA’ DEL PELORO 

Le civiltà che nei millenni ebbero stanza sulla sponda siciliana dello Stretto di Messina, l’antico Pòrtmos-Fretum Siculum, da remote nebbie della preistoria e per tutto il corso della storia vi depositarono nel sottosuolo, sigillate dalle alluvioni, cospicue stratificazioni del loro passaggio e dei rispettivi, innumerevoli stanziamenti. 

      Una situazione, questa, in un certo senso comune ad ogni realtà insediativa succedutasi nel tempo sempre nello stesso sito e, pertanto, sottoposta  al dinamico divenire di ciò che l’archeologo inglese P. V. Addyman (scavatore dell’antica Eburacum-Jorvik, la moderna York), ha chiamato “il più complesso e mutevole dei manufatti dell’uomo, una città vivente”. Organismo stanziale prodotto in un determinato territorio dalla vita comunitaria degli uomini attraverso il succedersi delle generazioni, che nel corso dei secoli, “nutrendosi di sé stesso” con il riutilizzo dei materiali e il sovrapporsi dei complessi e dei manufatti insediativi, viene a sedimentare nel terreno i resti delle sue molteplici fasi di vita.

       La sopravvivenza e il recupero di tali documenti sepolti nei sottosuoli delle città sono quindi particolarmente preziosi per l’archeologia, che diviene così archeologia dei centri storici, o per meglio dire, archeologia urbana e che, contestualmente alle acquisizioni scientifiche su un determinato territorio, costituisce una componente fondamentale dell’identità culturale di un popolo e di una nazione.

       L’attività di ricerca archeologica e di tutela e valorizzazione dei manufatti da essa restituiti, è oggi dunque – almeno nelle realtà più evolute e civili – più compiutamente chiamata a coniugarsi con il costruire e/o il ricostruire la città del presente e dell’avvenire.

       Meglio che nelle regioni mediterranee, originarie delle civiltà classiche, è nelle realtà urbane dell’Europa settentrionale e orientale, tra le quali quelle che, meravigliosamente conservate fino agli esordi del secolo scorso, più di altre hanno sofferto per le distruzioni dell’ultima guerra e/o per le pianificazioni dell’urbanistica socialista – ma anche in diverse realtà delle aree franco e mitteleuropea e, in Italia, quelle padana e umbro-toscana – che si sono  realizzati i primi e migliori esempi di tale felice connubio tra le dimensioni, solo apparentemente opposte, dell’archeologia e del recupero dell’architettura storica, da un lato e, dall’altro, del progettare e realizzare la città futura.     

Fino a decenni non ancora lontani dello scorso secolo, così come, in occasione della costruzione di grandi dighe, solo in piccola parte si sono consentiti la salvezza o lo scavo di siti archeologici destinati alla sommersione nei laghi artificiali, analogamente la perdita, totale o parziale, di aree archeologiche ricadenti in territori densamente urbanizzati è stata, purtroppo, anch’essa per tanti versi inevitabile, o quanto meno evitabile solo in piccola parte. Troppo spesso e troppo facilmente, però, le ragioni della ricerca e della tutela archeologica sono risultate oggetto “sacrificabile” (e senza troppi scrupoli) sull’altare di un barbarico e arrogante “modernismo” urbanistico o di crassi interessi economici di privati a scapito del territorio e della sua storia.  

      Solo come esempi, per quanto concerne l’Italia si ricordino gli sventramenti otto e novecenteschi di cinte murarie urbiche e la copiosa distruzione di chiese medievali e necropoli classiche, lo sventramento del centro storico di Roma, perpetrato nel secondo Ottocento a partire dall’Unità d’Italia, poi continuato dall’urbanistica fascista, negli anni Trenta del secolo scorso, per la realizzazione della Via dell’Impero, indi gli innumerevoli scempi di complessi archeologici dei centri urbani in ogni angolo del Belpaese a partire dai primi grandi sacchi palazzinari, dal Dopoguerra fino ad oggi. Mentre, fuori d’Italia, basti solo accennare a realtà non meno devastate dall’incontrollata espansione edilizia, come nella vicina Malta – una realtà assai simile e contemporanea, come si vedrà, a quella di Messina, con la distruzione di necropoli e obliterazione di ipogei preistorici – a Beirut e in tante altre realtà urbane mediorientali negli anni Sessanta e Settanta e, da questi al presente, si pensi a situazioni come Il Cairo e Alessandria d’Egitto e alle sistematiche distruzioni dei centri storici di tante grandi città asiatiche, prime fra tutte quelle della Cina di oggi – specie per quanto concerne il patrimonio architettonico – quali esempi emblematici degli immani e irreparabili sfregi arrecati, in tanti Paesi “in via di sviluppo”, dalla barbarie “modernista” contro la memoria comunitaria dell’umanità.    

       In Italia solo da alcuni anni una provvida legislazione in materia di tutela delle aree archeologiche delle città obbliga tutte le progettazioni urbanistiche e le lottizzazioni edilizie a tenere in debito conto la “carta archeologica” dei siti interessati da realizzande infrastrutture o da nuovi insediamenti, determinando così, ope legis, il sistematico intervento preventivo di scavo archeologico, anche a spese dei costruttori, da parte delle Soprintendenze competenti. Che in Sicilia, quale regione a statuto speciale, in più che nel resto d’Italia, hanno prevista una consistente natura di organo tecnico unico e multidisciplinare per tutti i generi di interventi su contesti sia archeologici che storico-monumentali.

       Ma tutto ciò che nel corso di quest’ultimo secolo è andato distrutto e che –  contestualmente ad altri crimini contro l’ambiente e l’umanità – continua ad esserlo in tante realtà del mondo, niente e nessuno potrà ormai restituircelo.   

Nel caso di Messina, sfavorevoli caratteristiche ambientali date dalla naturale fragilità di un territorio percorso da un sistema di faglie tettoniche con formazioni geologicamente recenti e a matrice torrentizia e da un’alta densità demografica in spazi limitati e con un eccessivo carico di costruito, ma specialmente, salve rare eccezioni, un atavico disinteresse culturale per la conservazione dell’antico e delle patrie memorie, hanno purtroppo fatto sì che, specialmente nel corso dell’ultimo secolo, la distruzione della gran parte del patrimonio archeologico giacente nei suoli del centro urbano assumesse aspetti e dimensioni particolarmente devastanti.

       Ancor più esiziali se appena si consideri la remotissima antichità e la ricchezza pluri-stratificata delle sequenze di depositi archeologici di questa realtà insediativa, a tratti simile a quella dei tell mediorientali e dei kom egiziani e di essi non meno antica e che in non pochi momenti della storia venne ad assumere quasi il ruolo di “ombelico del Mediterraneo”. 

      Nonostante una serie innumerevole di sconvolgimenti naturali e di ricorrenti distruzioni ad opera dell’uomo, i terreni urbani della Città dello Stretto, seppure oggi ormai massicciamente sconvolti e obliterati dal cemento e per la maggior parte irraggiungibili all’indagine archeologica, in alcuni siti rari – che indicheremo in altra sede – custodiscono ancora gli ultimi preziosi lembi degli insediamenti succedutisi quasi ininterrottamente fin dal Neolitico, in una diacronica sequenza di fasi di vita almeno sei volte millenaria.

      Si può anzi dire che l’arco cronologico degli insediamenti finora documentati a Messina e nel suo immediato territorio coincide e quasi “accompagna” tutto l’ultimo, più conosciuto tratto della storia umana. Precipuamente la storia del Mediterraneo a partire proprio dall’esordio, circa seimila anni fa, delle prime società organizzate oggi note.

      Messina, antica capitale del Regnum Siciliae, assieme  alla “concorrente” Palermo e, da sempre, città-cerniera tra la Sicilia e Italia peninsulare, posta quasi all’esatto centro del Mediterraneo, è tuttavia generalmente poco conosciuta ancora in molti dei suoi vasti e multiformi aspetti culturali. Principalmente proprio dal punto di vista archeologico, nonostante l’importanza del contributo dell’archeologia della Città dello Stretto e della cuspide peloritana della Sicilia alla conoscenza di tanti aspetti formativi della civiltà mediterranea, precipuamente nelle vicende dell’Isola, del Sud Italia e del Mediterraneo centrale fin dagli albori della storia.

      Ma, pur costituendo una realtà archeologicamente, nonostante tutto, ancora ricca di materiali di ogni epoca a partire dalla tarda preistoria – in massima parte inediti e sconosciuti agli stessi specialisti, specie quelli restituiti dai recuperi degli anni più lontani, per l’ancor insufficiente produzione di studi analitici su di essi – a più di cent’anni dal terremoto del 1908 il patrimonio archeologico peloritano attende ancora una sua degna sistemazione museale!   

Svariati fattori ostativi, ma principalmente quelli di interesse lobbistico connesso a un espandersi continuo dell’edilizia privata, hanno sostanzialmente impedito, almeno fino in anni recenti, lo sviluppo dell’indagine archeologica a Messina.

      Tant’è che fino alla fine degli anni Ottanta, cioè al momento dell’esordio dell’odierna Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina (vedi infra nelle note successive) raramente si andò oltre occasionali scavi di emergenza, a seguito di alcuni degli innumerevoli sbancamenti edilizi. Interventi costituiti per lo più dall’enucleazione e dissotterramento di qualche importante reperto di arte antica, scultorea o musiva, affiorata casualmente nei cantieri (magari troppo ponderosa per essere involata e dispersa), ovvero da limitatissimi sondaggi in lembi di sequenze stratigrafiche prima della loro distruzione, documentate spesso solo sommariamente.

      Così che a Messina, fino all’ultimo quarto del secolo scorso, interventi di scavo poco più vasti e accurati di semplici recuperi sono da considerarsi come eventi assai rari, mentre, in tali ristrettezze di prospettive per l’archeologia peloritana, figure come quella di G. Scibona e, a ritroso negli anni, quelle di G. Vallet, P. Griffo e P. Orsi nel Novecento (vedi infra nelle note successive) e di G. Tropea, Fiorilli e Salinas e G. La Farina nell’Ottocento, costituiscono solo luminose eccezioni in un panorama culturale in cui la ricerca archeologica “sul campo” finora non ha mai goduto di degna “cittadinanza”.

       In effetti, tranne che nella rimasticata retorica semi-colta a corredo di occasionali momenti di apologesi “municipalistica”, nella cultura media peloritana – anche per i limiti di un ambiente accademico in gran parte “quietamente provinciale” – non si è riusciti finora a tradurre un diffuso interesse alla conoscenza e alla tutela del locale patrimonio a suo tempo trasmessoci dal passaggio di tante civiltà. Tant’è che solo adesso, nel novero delle risorse per il (difficile) rilancio dell’immagine della Città dello Stretto, comincia a includersi l’esigenza (ancora vaga) della realizzazione di un museo archeologico – che invece, per esempio, nella stessa dirimpettaia città di Reggio Calabria esiste dagli anni Trenta – mentre da più di un novantennio (!) si attende il “completamento” del Museo locale, ex Civico, poi Nazionale e oggi Museo Regionale.

      E l’Università di Messina – tradizionalmente defilata da tante acute problematiche di tutela del territorio – quando la carenza di tutela e di interventi di scavo di emergenza abbandonava le aree archeologiche di Messina agli scempi della speculazione edilizia, non trovava solitamente di meglio che rivolgere la propria ricerca di scavo sui campi dell’Agrigentino e di altri opposti versanti della Sicilia. 

Solo in questi ultimi anni un nuovo impulso di conoscenza e valorizzazione del patrimonio archeologico peloritano, finalmente impresso dalla più recente attività del Servizio Archeologico della competente Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, consente ai materiali finora restituiti dagli scavi e dai recuperi nei suoli della Città dello Stretto di cominciare ad annoverarsi tra i beni culturali fruibili dal più vasto pubblico e non più soltanto da una ristrettissima cerchia di dotti studiosi e “addetti ai lavori”.

     La postazione informatica recentemente collocata nell’ Antiquarium degli scavi del Palazzo del Comune, contestualmente all’inaugurazione di tale piccola ma importante struttura museale – che si tratterà in altra nota – descrive, infatti, già esaustivamente dell’attività scientifica di scavo del suddetto Ufficio nell’àmbito urbano della Città del Peloro e del suo immediato territorio, dal 1987, anno della sua istituzione, fino al presente. Unitamente a quanto in merito prodotto e pubblicato nel tempo dagli archeologi della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali. di Messina, con particolare menzione – per il più largo pubblico – al catalogo, in più volumi, realizzato a suo tempo a corredo della memorabile mostra “Da Zancle a Messina” di giusto dieci anni fa.    

      La serie di articoli sull’archeologia messinese di cui la presente nota è la premessa, pertanto, intende solo fornire una sommaria indicazione, precipuamente, dei vecchi ritrovamenti urbani anteriori a quella data, talvolta anticipatori delle importanti scoperte di questi ultimi anni e pertinenti ad una attardatissima “fase pioneristica” (talvolta solo “dilettantesca”) della ricerca archeologica sulla riva siciliana dello Stretto.      

      Nonostante le incalcolabili perdite del passato, perpetrate fino in anni recenti e un territorio in gran parte massacrato dal cemento e irrecuperabile alla tutela e alla valorizzazione di beni culturali e ambientali ormai scomparsi, tuttavia è di certo ancora molto quello che, celato in residui spazi urbani, è da riportare alla luce, ovvero, già restituito dagli scavi archeologici, è da valorizzare e far conoscere in tutto il mondo sui popoli e le civiltà che ebbero stanza e sviluppo, da almeno seimila anni, su questa sponda dell’antico e mitico Fretum Siculum.

VICENDE DEL TERRITORIO E DEL SUO POPOLAMENTO NELLA PROBLEMATICA CONSERVAZIONE DELLE PREESISTENZE ANTICHE                          

Considerando l’antichità, l’importanza e la vastità dell’insediamento di Zancle-Messana nei secoli della classicità greco-romana, attestata dalle residue fonti storiche, dalla numismatica e dalle scoperte archeologiche, è ben pensabile che, analogamente a tutte le città fiorite nell’età classica, dirute vestigia delle sue strutture monumentali e del suo impianto urbano antichi dovettero sussistere, più o meno in piedi o affioranti dagli interramenti alluvionali, ancora alla fine dell’età medievale, forse fino a ridosso della costruzione carloquintiana delle mura cinquecentesche e delle grandi sistemazioni tardo rinascimentali.   

     Ma già nel Settecento, evidentemente scomparse ormai quasi tutte le antiche vestigia monumentali di antichità che fino e non oltre al secolo precedente sopravvivevano fuori terra, Messina era ormai percepita, dai viaggiatori colti, come una città esclusivamente moderna. 

     Cataclismi naturali di particolare intensità, costituiti sia dai terremoti di un comprensorio caratterizzato dalle faglie tettoniche più attive d’Italia – basti ricordare, tra quelli più distruttivi, i sismi del 364 e del 1169 – sia dalle devastanti alluvioni torrentizie di un breve territorio pianeggiante in riva al mare e chiuso alle spalle da ripide balze e aspri rilievi e solcato un tempo da grandi fiumare – alcune delle quali correvano a ridosso e dentro la città stessa – ma specialmente l’opera distruttiva e ricostruttiva dell’uomo in un sito urbanizzato negli stessi spazi fin dall’alba della storia e con rara pietra da taglio per .le costruzioni, hanno dunque causato nel tempo la generale scomparsa dei resti monumentali antichi.

     Unitamente ai vari eventi sismici più o meno catastrofici, gli smottamenti franosi delle balze collinari e le esondazioni alluvionali – come drammaticamente si è evidenziato proprio durante la stesura della presente nota – con i grandi interramenti ad essi conseguenti, costituirono la principale concausa naturale delle scomparsa dei resti archeologici delle antiche fasi urbane della Messana classica, assieme ovviamente a tratti più o meno consistenti del tessuto urbano ad essi contemporaneo.

      Essendo, questo, un territorio, dunque, a preponderante matrice torrentizia, innumerevoli e ricorrenti eventi alluvionali, dagli esiti non di rado disastrosi per gli insediamenti umani, vanno a formare sia gli strati sterili che quelli contenenti i depositi archeologici.

       Il più delle volte tali sequenze si presentano con un’alternanza quasi sistematica di livelli antropici e coltri alluvionali sterili, tali da evidenziare la difficile convivenza tra le fasi di insediamento e quelle di distruzione e momentaneo abbandono, apportati da eventi alluvionali anche di estrema intensità – spesso originate da concause sia naturali che antropiche – e che costituisce uno degli elementi più drammatici della sedimentazione urbana di Messina nel corso del tempo, fino, purtroppo, al giorno d’oggi.

      Dagli scavi finora effettuati nei cantieri edili dell’area urbana, sia gli sbancamenti di terreni per le nuove costruzioni che, contestualmente a questi, le regolari indagini archeologiche, può determinarsi una media fra le varie quote di giacitura dei livelli archeologici che dovrebbe attestarsi, rispettivamente, dai 0,50 ai 2,50 m. circa sotto l’attuale piano di calpestio per quanto attiene alle facies post-antiche, cioè moderne e medievali e quelle tardoantica e bizantina; dagli 0,50 (area della Stazione Ferroviaria) ai 4 m. circa (aree intorno a piazza Cairoli) per quanto concerne le facies classiche romana, ellenistica, greca classica, greca arcaica e protoarcaica; dai 3 ai 7 m. circa per ciò che riguarda la grande facies preistorica della prima e della media età del Bronzo; infine tra i 5 e i 14 m. (aera dell’is.373-Palacultura del Boccetta) per ciò che concerne le facies preistoriche dell’Eneolitico (età del Rame) e del Neolitico, che però in siti distanti dal centro attuale della Città (villaggi di Ganzirri, a Nord e di Camaro Superiore) si sono attestati a quote quasi superficiali.

      Come, del resto, attestato a suo tempo dagli scavi nel sito dell’ is. 373-Palazzo della Cultura, non è certo da escludere che a profondità ancora maggiori nel sottosuolo di Messina, presumibilmente al si sotto dei 10 m. circa dal piano attuale – purtroppo quasi certamente irraggiungibili dalle odierne possibilità di indagine archeologica – le coltri alluvionali oloceniche formanti l’attuale piano di posa della Città, possano celare tracce di insediamenti preistorici ancor più remoti, forse precedenti lo stesso Neolitico medio – l’orizzonte culturale più antico (a ceramica dipinta di fine V millennio a.C.) finora attestato dai suddetti scavi del Boccetta – come attesterebbero sporadici rinvenimenti di industria litica (strumentari in pietra e i loro scarti di lavorazione) di probabile facies mesolitica e/o tardo paleolitica, forse fluitati da aree a monte e raccolti in vari siti archeologici urbani.            

Durante quasi tutti gli interventi di scavo nell’area urbana messinese, contestualmente alla registrazione delle varie sequenze archeologiche, si è poi evidenziato un importante elemento comune, costituito da un pressoché onnipresente cambiamento generale della composizione fisica del terreno.

      Viene, cioè, a manifestarsi una netta soluzione di continuità nelle sezioni del terreno, in base alla quale gli strati di pertinenza agli stanziamenti antichi – costituiti dalla somma delle sequenze degli insediamenti pre-classici (preistorici) e classici (greco-romani) – sono nettamente distinti dagli strati degli stanziamenti post-antichi (o post-classici) –  costituiti dalle fasi di urbanizzazione medievale e moderna – facendo in ciò intravedere un presumibile, radicale cambiamento dell’assetto dei terreni torrentizi, in corrispondenza, forse, di qualche crisi eco-ambientale occorsa in età altomedievale, la cui origine e portata sono in atto ancora quasi tutte da valutare. 

      I depositi archeologici delle sequenze preistoriche e di quelle storiche delle età classiche, solitamente ricchi di materiali e formati per lo più da limi e sedimenti terrosi alquanto minuti – da apporti alluvionali per lo più graduali e di bassa potenza esondativa, ovvero distanti dall’originario letto torrentizio – si presentano solitamente compatti e di colore scuro o nerastro, ricchi di humus organogeno, quale residui di intense fasi di vita insediativa e/o di antiche coperture vegetali boschive o di remoti habitat palustri di delta.

      Questo però ad eccezione delle aree di necropoli, sia quelle preistoriche dell’età del Bronzo che quelle delle età classiche, impiantate, invece, quasi sempre entro depositi ghiaiosi presso antichi alvei dei torrenti.

      I sedimenti alluvionali pertinenti alle sequenze medievali e moderne – da vari momenti altomedievali (età bizantino-araba) ai secoli più recenti, talvolta praticamente fino alla fase ottocentesca, ante-terremoto del 1908 – archeologicamente non meno ricchi di quelli antichi, viceversa sono costituiti per lo più da sedimenti alluvionali a matrice assai grossolana, composti da ciottoli anche di medie e grandi dimensioni e ghiaie fluviali di pesante granulometria, depositati da esondazioni torrentizie particolarmente intense e ingenti, che nel corso dei secoli devono avere cambiato più di una volta parte dell’assetto e della morfologia dei terreni urbani e peri-urbani.

      Come purtroppo vediamo attuarsi, in modi anche più drammatici, pure nel nostro presente.         

      Tra le catastrofi alluvionali dei tempi storici non riportate dalle fonti documentali – quelle più recenti e storicamente documentate, a partire dal XVII secolo, non interessano la presente sintesi – la più vasta deve dunque considerarsi quella (o quelle) avvenuta (o avvenute) in un imprecisato momento, ovvero in più momenti, dell’età bizantina (tra VI e IX secolo), attestata/e con ampia evidenza dalla suddetta, uniforme e vistosa soluzione di continuità nella composizione dei sedimenti alluvionali tra i livelli archeologici classici della Messana greco-romana e quelli postclassici della Messina medievale, arabo-normanna.

       Sia che si fosse trattato di una generale esondazione dei vari torrenti peloritani, piuttosto che di una serie di singoli eventi più o meno concatenati e vicini nel tempo, tale vistoso cambiamento nella coltre sedimentaria delle sequenze archeologiche sarebbe forse da collegarsi agli esiti della “piccola glaciazione” di quei secoli della seconda metà del I millennio della nostra era.  

      A tale vasta fenomenologia alluvionale è presumibilmente da imputare il seppellimento di gran parte dei resti della città antica sotto una coltre detritica – in stratigrafia presente come livello fluviale sterile di materiali antropici – che in certi punti raggiunge la potenza di alcuni metri, determinando, forse contestualmente alla modifica di qualche tracciato torrentizio, la formazione dei terreni d’impianto della successiva città medievale e moderna.

      La o le grandi esondazioni altomedievali dovettero comunque seppellire per lo più contesti della città classica già cadenti e abbandonati da secoli, ovvero da altrettanto tempo in semi  abbandono – vedi, ad esempio, l’area sacra ellenistica nei pressi dell’odierna piazza Lo Sardo (Piazza del Popolo) e dell’attuale chiesa dello Spirito Santo, in età bizantina trasformata in “aura” eremitica – essendosi la Città ridotta quasi tutta presso l’ansa più interna del porto, a Est dell’attuale piazza Duomo.     

     Gli esiti di una grandissima esondazione tardo medievale (XIV-XV secolo) del torrente Boccetta sono stati a suo tempo evidenziati – come vedremo in una nota successiva – negli scavi del cantiere dell’is.374-Palazzo della Cultura, sul viale omonimo, a cui si aggiunge l’analoga  (e coeva?) alluvione del tratto antico del torrente Luscìnie a Ovest di piazza Duomo, nei recenti scavi nel cantiere dell’ is. 315 , presso gli uffici della Provincia Regionale, forse anch’esse indizio dell’altra “piccola glaciazione” tre-quattrocentesca.

      Consistenti apporti di ghiaioni alluvionali sono comunque l’elemento sedimentario più comune nelle stratigrafie postclassiche, medievali e moderne, dei siti archeologici di Messina.          

      Infatti, vale appena il caso di ricordare che l’ultimo tratto del transito dell’antico torrente Luscìnie, poi Portalegni, pericolosamente interno all’impianto urbano medievale – e presumibilmente anche di quello ellenistico-romano – che fino ai primi decenni del XVI secolo andava a sfociare presso l’ansa del porto, dopo avere arrecato, nei secoli, incalcolabili danni al centro urbano di Messina, negli anni 1535-37, contestualmente alla realizzazione della grande cinta urbica voluta dall’imperatore Carlo V, venne deviato e rettificato fuori del centro urbano del tempo, sulla direttrice dell’attuale via Tommaso Cannizzaro.

      Mentre, viceversa, non ebbe seguito un successivo progetto tardo seicentesco del pittore e ingegnere messinese Onofrio Gabrieli per vaste opere di arginatura della flomara della Bozzetta (il Boccetta), l’altro non meno pericoloso torrente peloritano, traversante il tratto settentrionale del centro abitato.

Per quanto invece concerne l’opera distruttiva di origine antropica a danno dei resti della città classica, è innanzitutto da ricordare come lo smantellamento dei centri urbani antichi per la costruzione o ricostruzione delle città medievali e moderne costituisca un fenomeno comune a tutte le civiltà urbanizzate.

     Ma c’è da dire che a Messina, principalmente a causa della generale scarsità quantitativa e qualitativa delle locali cave di pietra da costruzione in un contesto intensamente abitato, ancor più intensamente che altrove le fasi insediative medievali e moderne vissero e crebbero a “dirette spese” di quelle antiche, così come anche di quelle di solo qualche secolo addietro. 

      Dopo l’asportazione di tutti gli elementi metallici già nella tarda antichità, portata a completamento presumibilmente dalla grande “fame di metalli” dell’età bizantina – con la scomparsa quasi totale dell’incommensurabile patrimonio della bronzistica classica – i progressivi smantellamenti delle strutture in elevato dei complessi monumentali classici e poi anche di molti edifici medievali (vedi la scomparsa fortezza arabo-normanna del Castellammare) dovettero iniziare dai materiali delle strutture diroccate o abbattute dai terremoti e dall’abbandono dell’età tarda, presumibilmente a cominciare ab antiquo con i pregiati marmi, comprese le iscrizioni, le colonne e i blocchi squadrati o sagomati in calcare – come usuale nella prassi medievale, ad uso di chiese importanti, prime fra tutte il Duomo – passando indi al pietrame più minuto e ai ciottoli più grossi delle strutture più modeste o dei riempimenti a sacco delle antiche cortine murarie già spogliate nei marmi e nei conci e lastre calcarei di rivestimento, fino al recupero dei più umili laterizi (tegole e mattoni) ad uso di rinzeppatura nelle strutture di nuovi elevati e del cocciopesto.

     Veniva così cancellandosi, nel corso dei secoli moderni, ogni residua traccia visibile degli organismi architettonici antichi, cioè non sepolti dagli interramenti o utilizzati come zoccoli di fondazioni dei caseggiati medievali e moderni.     

     L’intensità e la frequenza con le quali, attraverso i secoli e fino alle soglie dell’Ottocento, i materiali lapidei antichi venivano “cauati da terra” ad uso delle nuove costruzioni, è indicata, nei ritrovamenti archeologici finora effettuati a Messina, dal numero complessivamente non ingente di strutture monumentali classiche comprendenti ancora resti di paramenti murari di particolare consistenza e dalla frequenza, altresì, di elementi strutturali “in negativo”, cioè trincee di spoglio e fosse di recupero dei conci antichi, spesso connesse alle ultime fasi di vita di tali contesti, quando, ormai in abbandono, cominciarono ad essere interrati da massicci apporti alluvionali.

      I marmi e i calcari così “cauati” rifornivano sia i sempre rinnovati edifici della città medievale e moderna, sia le fornaci dei “calcarari”, sempre attive per tutti quei secoli e spesso adiacenti agli antichi monumenti in rovina, utilizzati ad esaurimento come cave da costruzione.

      Le asportazioni ab antiquo dei paramenti e delle assise di blocchi delle superstiti strutture antiche e i loro spietramenti definitivi, erano essenzialmente in funzione della realizzazione di successivi manufatti edilizi, ma è ben presumibile che, in parte minore, fossero anche connessi sia alle svariate vicende belliche – nel millennio e più compreso tra la Guerra Greco-Gotica e le grandi fortificazioni spagnole realizzate tra i regni di Carlo V e di Filippo V – per costruzione di opere e apprestamenti murari e la difesa di essi, sia al continuo approvvigionamento di zavorra per le navi ancorate nel porto, non sempre rifornito esclusivamente dai grossi ciottoli e dal pietrame dei torrenti.

       Veniva così man mano scomparendo nel corso dei secoli ogni residua traccia visibile degli organismi architettonici antichi non interrati dalle alluvioni o già utilizzati come basamenti di fondazione o altre parti integranti inferiori di edifici, religiosi o civili e di caseggiati medievali e moderni – vedi la situazione dell’area archeologica del Palazzo del Comune – finiti definitivamente fagocitati e cancellati, presumibilmente tra il Cinque e il Settecento, dallo sviluppo edilizio ed espansivo della Città Nuova, travalicante i ristretti limiti della demolita, vecchia cinta muraria normanna. 

      Soffocate dal fitto costruito circostante, nel corso del Sei e del Settecento  sopravvivevano nel soprassuolo urbano le ultime vestigia dei templi greci di Eracle-Manticlo, nell’antica via Austria (odierna via I Settembre), di Zeus, sul colle della Caperrina e di Posidone, nello scomparso terzo lago di Ganzirri (oggi piano Margi), oltre ad altre vestigia minori, come quelle note di età romana, presso il sito e la fiumara di Giostra-Ritiro, nei villaggi rivieraschi di Faro e Ganzirri e presumibilmente moltissime altre a noi ignote. Ma all’indomani del terremoto del 1783 non pare ne restasse più nulla.

      Nei secoli XVI e XVII la Città dello Stretto, infatti, probabilmente a partire dal suo grande ampliamento rinascimentale, impostato dal tracciato della cinta muraria carloquintiana (1535-37), vide il suo impianto urbano quasi raddoppiato dai nuovi quartieri sorti oltre le demolite mura normanne, mentre la realizzazione delle grandi arterie incrociate della via Austria (odierna via I Settembre) – dedicata a Don Giovanni d’Austria, dopo la vittoria di Lepanto del 1571 e realizzata anche a scapito dei resti del tempio greco di Eracle-Manticlo – e della perpendicolare via Cardines, sventrando gran parte dell’originario tessuto urbano medievale nella sua contorta planimetria “di tipo arabo”, ne rinnovava certamente anche il coevo tessuto edilizio.

      Così che, completata la costruzione tardo seicentesca della Real Cittadella con la cancellazione di un altro grande quartiere della vecchia città medievale a ridosso del porto, nella percezione dei primi grandi viaggiatori europei “nei luoghi del mito classico”, Messina, già nel Settecento e prima del grande sima del 1783, aveva ormai pienamente assunto le connotazioni di una delle poche grandi realtà urbane della Sicilia mancante di significative vestigia monumentali classiche o tutt’al più di vaste architetture dei Secoli Mezzani – tranne le sole chiese del Duomo, della Badiazza, di S. Maria Alemanna e dell’Annunziata dei Catalani – ritenute degne di essere riprodotte, come insigni e vetuste ruine nelle vedute a stampa del tempo.

       Già, dunque, a partire dal Settecento – sia classicista che protoromantico – Messina, pur generalmente ammirata, dai colti viaggiatori del Gran Tour, come uno dei luoghi evocatori del Mito classico e del Sublime e presente in tutte categorie del Pittoresco, veniva dunque osservata solo sotto la cifra di una realtà urbana moderna sulle rotte del Levante mediterraneo, la cui antichità era ormai relegata solo all’esegetica storica e alle “favole” del mito.                                                                                                    

                                                                                                        

Nino Malatino 

 

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