Argentieri e orafi a Messina.
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Dai secoli d'oro ai giorni nostri, una tradizione che non si è persa.

Dal XIII al XIX secolo Messina fu importante centro di produzione nel settore dell'arte orafa ed argentiera, apprezzata e magnifìcata in tutto il mondo. A Messina c'erano ben 300 botteghe di orafi ed argentieri e l'intera strada dove la gran parte prospettavano, era stata loro dedicata.

I più famosi e corteggiati dalla committenza rispondevano ai nomi degli Juvarra (Pietro, Giovan Battista, Gregorio, Francesco, Sebastiano, Eutichio, Francesco Natale e, il più celebre di tutti, Filippo), dei Rizzo, dei Campagna, dei Donia, degli Aricò, dei D'Angioia, dei Di Giovanni, dei Bonanno, dei Martinez, dei Bruno e dei Frassica, oltre a Giovanni Artale Patti, tutti operanti nel sec. XVII ed agli inizi del XVIII. Le loro creazioni d'arte, preziosi calici, ostensori, reliquiari, candelabri, paliotti, croci astili, secchielli, turiboli, cornici di cartegloria, costituiscono un patrimonio immenso, sparso in tutto il mondo, con una grande concentrazione nel Tesoro della Cattedrale di Messina dov'è custodita l'eccezionale "Manta" d'oro che ricopre il dipinto raffigurante la Madonna della Lettera sull'altare maggiore.

Il testo di un'iscrizione sotto il collo della Vergine precisa che: "Il Tesoriere della Cappella, D.Carlo Gregorio Primo Marchese di Poggio Gregorio e Cavaliere della Stella. Incominciata questa Manta della beatissima Vergine dall'anno 1661 all'anno 1668.Innocenzio Mangani scultore ed architetto fiorentino" (la "Manta" venne eseguita in seguito al "Senatus Consulto" del 29 aprile 1659 che stabiliva per i dottorandi universitari la tassa di 12 tari, e fu portata a compimento con la spesa di 30 mila scudi).

Fra i tantissimi, pregevoli pezzi d'oro e d'argento custoditi, spiccano per bellezza il Braccio reliquiario di San Marziano (I 180 ca.), quello di San Nicola (sec.XV) e di San Giacomo (sec. XVI); il calice d'argento dorato (sec. XIV) con la scritta "loannes Siri Jacobi de Florentia", quello di ignoto argentiere messinese (1392-1402), quello di Filippo Juvarra ( 1695) e quello di Gaetano Martinez ( 1742); l'Ostensorio in oro (sec. XIII); l'Ostensorio (1513) di Cesare Del Giudice; i quattro vasi d'argento con mazzi di fiori (sec. XVIII); il Paliotto (sec. XVIII) di Francesco Juvarra; i sei candelabri d'argento sbalzato e cesellato (1698) di Filippo Juvarra ed i due grandi candelabri argentei ( 1701 ) un tempo posti ai lati dell'altare maggiore del Duomo, realizzati da Filippo Juvarra con il fratello Sebastiano e Giuseppe D'Angelo.

Ma anche la cinquecentesca chiesa di San Giovanni di Malta, accanto alla Villa Mazzini, conserva un prezioso museo di argenterie poco conosciuto dai messinesi e dai turisti. Fra gli altri oggetti, sei calici del sec. XVIII; un calice ottocentesco riccamente cesellato e recante il nome del barone Lacquaniti; una Croce processionale d'argento del secolo XVIII; una bacinella d'argento con al centro una statuetta di San Placido, usata per attingere l'acqua miracolosamente scaturita nel giardino dell'antico convento il 4 agosto 1588, quando si rinvennero i corpi martirizzati nell'anno 541 di Placido e dei fratelli Eutichio, Vittorino e Flavia, che veniva distribuita ai fedeli il 4 agosto e il 5 ottobre; due bassorilievi dell'antica cassa-reliquiario d'argento, realizzata da Giovanni Artale Patti nel 1613. Preziosissimi ed unici nel loro genere, sono i fercoli processionali del Vascelluzzo e della Vara dì San Giacomo.

Il Vascelluzzo, sintesi emozionale in forma di ex-voto d'argento di tutti i tremendi periodi di carestia che Messina attraversò durante la sua tormentata storia e che sfila davanti al Sacramento nella processione del "Corpus Domini", è alto cm. 250 e si compone di un'anima lignea ricoperta da lamine d'argento. A tre alberi, sull'alberatura trova posto il ripiano con la corona regale argentea sorretta da angioletti, destinato ad accogliere il reliquiario dei capelli della Madonna. Sulle murate, raffinate incisioni raffigurano armi, trofei e strumenti di navigazione. Un leone rampante orna la prua e quattro putti-cariati di decorano la poppa sulla quale è incisa la Madonna di Porto Salvo,patrona dell'omonima Confraternita ancora esistente, che lo fece realizzare. Non si conoscono i nomi degli autori che nei secoli si avvicendarono nella costruzione del "Vascelluzzo".

Maria Accascina ne propose l'attribuzione a Giovan Gregorio Juvarra, solo per il rivestimento argenteo del vascello, cogliendone affinità stilistiche con alcune parti del "Ferculurn" di San Giacomo di Camaro, dello stesso argentiere. In seguito cambiò l'attribuzione riferendola ad "anonimi argentieri" del XVII-XVIII secolo. La Vara di San Giacomo, intesa anche "Ferculum" e che esce in processione a Camaro il 25 luglio, giorno nel quale si festeggia San Giacomo Apostolo Maggiore patrono del villaggio messinese, è un capolavoro di arte argentiera della bottega Juvarra, realizzato a più mani dalla famiglia, il contratto di committenza del fercolo di Camaro, del 1666, è firmato da Pietro, dal fratello Giovanni Gregorio e dai figli Sebastiano ed Eutichio. Di Pietro sono i quattro vasi agli angoli della base. Di Giovanni Gregorio i quattro cartigli con le storie di San Giacomo ed è probabile che il progetto generale sia da attribuire a Sebastiano. La statuetta di San Giacomo è invece di Francesco Donia, cognato di Pietro. I rilievi della parte superiore sono di Giovanni Gregorio Refaci e Diego Rizo o Didaco Rizo.

Tutto costò la bella cifra di 337 onze e 22 tari. Cosa rimane, oggi, di questa antichissima e nobile arte che fece di Messina una delle città europee più importanti per quantità, qualità e raffinatezza di produzione orafa ed argentiera? Abbastanza, per affermare che la tradizione non si è affatto interrotta col terremoto del 1908 ma prosegue, ancora viva e vitale, ad opera di maestri orafi e argentieri messinesi che esercitano la loro attività con grande entusiasmo e passione.

L'argentiere messinese Cosio nel suo laboratorio con Principato

Per citarne qualcuno. Il maestro orafo-argentiere Francesco Cosio, i maestri orafi Mario De Francesco e Domenica Musolino del laboratorio AR Gioielli, ed altri artisti del settore. Cosio, pittore e scultore, tra l'altro, è stato premiato con i prestigiosi riconoscimenti "Tindari" (1997) e "Colapesce" (2006) e ha il grande merito, con la sua raffinata ed elegantissima arte orafa ed argentiera nell'antica tecnica della fusione a cera persa, di aver anche recuperato i miti delle antiche oreficerie messinesi insieme alla storia ed alle tradizioni della città e della Sicilia (non a caso usa il corallo di Sciacca, l'argento di Fiumedinisi e l'ambra del Simeto).

Così come i maestri argentieri Mario De Francesco e Domenica Musolino del laboratorio AR Gioielli hanno realizzato anche uno splendido crocifìsso in argento per la chiesa della Madonna dell'Arco.

Nino Principato

Fotografie di una fusione realizzata, per il sito, da Francesco Cosio.

Chi è Francesco Cosio.

Dal 1990 al 2002 collabora con una firma dell'alta gioielleria, realizzando per essa tutti i premi RAI, gioielli cinematografici e teatrali, pezzi unici di arte sacra e vari premi internazionali, trai quali nel 1992 il premio "Bonino Pulejo", consegnato al prof. Falzea, realizzato in oro ed argento e raffigurante il cancello del Municipio di Messina, dove campeggia l'antichissimo motto cittadino "GRAN MIRCI".
Nel 1991 realizza per il calciatore Totò Schillaci, una targa scultura in argento e oro raffigurante la Sicilia.
Nel 1996 realizza una medaglia a doppio fronte in argento, in ricordo della V conferenza internazionale scientifica per il comitato regionale per le ricerche nucleari e di struttura della materia (Università di Messina).
Nel giugno 1996 partecipa alla mostra degli orafi messinasi, al Monte di Pietà.
Nell'agosto 1996 si svolge una mostra tematica su "Argenti e ori a Messina: Raffinatezza e tradizione", nel comuna di Valdina con sfilata di modelle con i gioielli da lui realizzati.
Nell'agosto 1996, in occasione delle solenni celebrazioni annuali per S. Eustochia, l'artista ha donato un ostensorio in argento di stile ambrosiano, alto cm.30 e dal peso di 1.300 grammi , realizzandolo su ispirazione del dipinto del Quagliata (1658), posto sull'altare maggiore della chiesa di Montevergine (ME) rispettando il manierismo di quei tempi.
Nel 1997 riceve il "Premio Tindari" per l'artigianato, per la capacità e la lungimiranza avuta nella gestione della sua creatività.
Nel 1998 i suoi gioielli figurano come accessorio di moda, affiancando gli abiti di una stilista in una sfilata a piazza Duomo (ME).
Nel 2000 partecipa alla mostra d'arte di antiquariato ed oggetti d'epoca, tenutasi al Grand Hotel Liberty di Messina.
Nel 2002 realizza, su commissione, una medaglia in oro, cesellata a mano, consegnata al Pres. della Regione Siciliana S. Cuffaro.
Nel 2004 partecipa alla 5° rassegna "Arte Mare" tenutasi nei locali del Teatro V. Emanuele (ME).
Nel 2005 realizza, su commissione, un ostensorio di pregevole fattura in legno di ulivo ed argento.
Nel giugno 2006 realizza delle sculture in argento per la ricorrenza del 50° anniversario dell'Istituto Ortopedico del Mezzogiorno d'Italia (Ganzirri - Messina).
Nel luglio 2006 realizza riconoscimenti per il 30° anniversario dei Giovani Industriali di Messina.
Nel dicembre 2006 riceve il Premio Internazionale Colapesce.
Nell' ottobre 2010 riceve il Premio Antonello da Messina a Roma.
 


 
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