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"Gran Mirci a Missina".
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Stratigrafia di una tradizione

Il visitatore che accede a Palazzo Zanca potrà notare sui cancelli d'ingresso dell'atrio principale, ripetuta cinque volte, una volta per ogni cancello, l'iscrizione in bronzo "GRAN MIRCI". Tale epigrafe, radicata tra storia e tradizione nel secolare immaginario dei messinesi come compendio e commento della croce d'oro in campo rosso, massimo emblema cittadino, e per questo inserita nel 1924 tra le finiture del progetto del municipio nuovo, ripete un'antica iscrizione su pietra murata tra il 1512 e il 1528 sull'architrave della porta della torretta d'accesso all'antica torre campanaria poi recuperata tra le macerie del sisma del 1908 e restaurata dal Valenti alla base del campanile dove si conservò fino al 1943.

Il 'GRAN MIRCI' messinese che affonda le proprie radici agli inizi del V secolo regnando sull'impero romano d'oriente Arcadio è un privilegio ostentato dai massimi storiografi cittadini dal Maurolico al Samperi, al Bonfiglio, al Gallo, talora censurato dagli storiografi di altre municipalità siciliane tra il possibilismo del Fazello e la decisa critica del Pirri.

Per una migliore comprensione di tale privilegio è opportuno conoscere gli avvenimenti legati alla spedizione messinese in terra calcidica nell'anno 407 d. C. Nella primavera di tale anno Arcadio già alle prese con una pericolosa instabilità politica è chiamato a fronteggiare la ribellione di alcuni popoli sudditi di frontiera. Tra questi i Bulgari di Assiriello, avendo stretto alleanza con gli Arcadi di Catillo, vanno ad assediare la città di Tessalonica. L'imperatore organizza l'esercito in Costantinopoli e dopo alcuni giorni di marcia tenta di sbaragliare i ribelli assedianti ma, per una serie di sfavorevoli circostanze, è costretto a riparare in Tessalonica finendo, a sua volta, assediato.

Dibattuto tra carestia e il rischio di epidemie ottiene a caro prezzo una tregua e, per ricevere soccorso, invia messi in ogni parte dell'impero. La possibilità di avere aiuti è realmente esigua: dubita infatti di suo nipote Costanzo suo successore designato in Costantinopoli, non confida in suo fratello Onorio, a capo dell'impero romano d'occidente, impegnato a fronteggiare le pressioni di Visigoti ed Ostrogoti, mentre qualsiasi sostegno da parte della periferia dell'impero sembra vanificato da Romolo, figlio di Catillo, che corseggia tra Jonio ed Egeo con una flottiglia di quattordici navi.

La richiesta di aiuto giunge comunque a Messina dove il Consiglio della città, subito riunito da Metrodoro da poco eletto stradigò, vota il soccorso ad Arcadie. Lo stesso Metrodoro offre di armare a proprie spese quattro navi, Aristide cavaliere messinese arma due navi, la città di Messina a pubbliche spese ne arma sette, la città di Reggio una, la città di Siracusa tre, la città di Trapani una carica di frumento.

In tutto diciotto navi. Metrodoro, comandante del naviglio, raggiunge Taranto aspettando il resto della flotta ma, notando la lentezza dell'organizzazione e temendo le insidie di Costanzo, lascia il porto avviandosi a soccorrere Arcadie evita la flotta di Romolo e naviga verso Tessalonica. Durante la navigazione gli si aggregano altre cinque navi che battono bandiera messinese due delle quali cariche di vettovaglie e una carica di vino. Catillo informato dell'avvicinarsi della flotta che issa i vessilli imperiali e credendo sconfitto il figlio Romolo, salpa al comando di ventisette navi cercando lo scontro. La battaglia navale si risolve a favore dei messinesi e lo stesso Catillo vi trova la morte. L'esercito di Metrodoro si spinge fino alla spiaggia di Tessalo-nica dove assale e travolge le truppe di terra dei Bulgari e degli Arcadi capitanati da Assiriello.

Si racconta che Arcadio apprendendo la notizia della vittoria dall'emozione ammutolì per tre giorni. In breve la vicenda continua allorché l'imperatore raggiunge Costantinopoli a bordo dell'ammiraglia capitanata da Metrodoro e concede all'esercito messinese l'esclusivo onore della presa del palazzo reale dove si era rifugiato il nipote Costanzo.

Per manifestare la propria riconoscenza Arcadio è prodigo dispedizione e di privilegi alla città di Messina, onori e privilegi che si omettono in questa sede di elencare e, tra questi in particolare, il diritto di fregiarsi dello stesso vessillo imperiale ovvero la croce d'oro in campo rosso. Ordina altresì che sulla torre campanaria della basilica di Santa Sofia si murasse l'epigrafe scolpita su pietra "GRAN MIRCI A MESSINA".

Riferisce a proposito il Gallo sulla traduzione di  "un certo antichissimo manoscritto greco, che anni or sono si conservava nella bibliotecel Santissimo Salvatore di Messina, monastero archimandritale dei Padri di Santissimo Basilio, il cui titolo era Praxis ton Basilion, vale a dire Acta Imperatorum: quale manoscritto fu tradotto dal greco in latino, d'ordine di Corrado imperatore, di Emanuele de Moggis da Gallipoli, e di Riccardo Fromentino, e vien rapportato da vari gravissimi autori poi transuntato per atti pubblici in Notar Nicolò Florellis alias Abatellis, regnando il re Giovanni d'Aragona nel 1459 a 20 luglio". La stesura di tale manoscritto sarebbe verosimilmente da collocare tra il 1250 e il 1252 anni coincidenti al breve regno siciliano di Corrado IV di Svevia.


Una seconda testimonianza riconducibile al 'GRAN MIRCI', anch'essa riferita dal Gallo, era annotata in altro antichissimo manoscritto fortunosamente ritrovato nel 1371 in cui era" discriptu comu [i messinesi] vincheru li bulgari, e liberu ficheru Arcadiu e autri cosi nutabili ".
Fin qui le due carte chirografe. La prima in lingua greca e la seconda in antico siciliano, attestanti una tradizione difesa e rinvigorita tra XVI e XVIII secolo dagli storiografi messinesi a sostegno di un privilegio, vero o falso che fosse poco importa, oramai millenario e comunque cardine di una dibattuta supremazia, anche morale, sull'isola.


Accenna il Buonfiglio Costanzo nella Messina Città Nobilissima e nella Historia Siciliana, chiosando vicende già narrate dal Maurolico e dal Gotho, sulle vicissitudini di Arcadio assediato dai Bulgari in Tessalonica e liberato dalla flotta messinese al comando dello stradigò Metrodoro e sulla incontenibile gratitudine dell'imperatore prodigo nel dono di privilegi massimo fra tutti " l'istessa insegna Imperiale, cioè la Croce d'oro in campo rosso. Così essendo i Messinesi arricchiti di cotante grafie, e segnalati favori, abbassarono il vecchio e antichissimo vessillo delle tre torri nigre in campo verde e drizzarono la Croce d'oro in campo rosso con la di su Corona Imperiale, e ritornarono trionfanti alla Patria".


Pare che le insegne reali e l'epigrafe, come si diceva, venissero scolpite sulla torre campanaria della chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli. Il Gallo raccoglie a proposito due singolari testimonianze cinquecentesche" sul 'GRAN MIRCI' la prima attestata dal Bolognetto, la seconda dal Reina" che racconta come don Bartolomeo Papardo cavaliere messinese visitando Costantinopoli avesse l'epigrafe ' con gli propri occhi osservato'. Il Samperi si sofferma sulla cronistoria dell'epopea messinese in terra calcidica dandone tuttavia non una trattazione unitaria ma diffusi riferimenti sparsi nei cinque libri dell''Iconologia^. In particolare l'erudito messinese vi descrive alcune monete di rame, tre delle quali riprodotte nel recto e nel verso e battute in Messina tra XIV e XV secolo, in cui tra lettere cifrate, armi della città e della casa reale d'Aragona, spicca nitida sui margini l'iscrizione 'A GRAN MERCI A MESSINA".


Nella seconda metà del 1600 la tradizione è continuata con vigorosa trattazione nelle cronache di Stefano Mauro, del già citato Placido Reina e di Placido Caraffa, ed è verosimile che nell'immaginario popolare prendesse parte a rafforzare, con sovrapposte relazioni ad altre storiche memorie municipali in tema di navigli tra le quali il Ritorno della ambasceria alla Vergine e il Vascelluzzo, lo stesso significato dell'apparato festivo della Galea fino al 1842 uno dei momenti ludici e religiosi più intensamente avvertiti dell'agosto messinese.


È quindi ribadita dal Gallo che in più pagine del libro IV degli Annali ne tesse un accurato commento e ne difende la storicità soprattutto dal risoluto biasimo del Pirri che 'con livore ed astio  lacera tutto ciò che appartiene a Messina'. Scriveva infatti l'abate netino Rocco Pirri nella Sicilia Sacra pubblicata a Palermo nel 1733 ' jactant Messanenses privilegium sibi ab Arcadio Imperatore scriptum.  Illa vero adeo fabulosa, ac pene ridicula est ", ovvero ' ostentano i Messinesi un privilegio scritto loro dall'Imperatore Arcadio, tali cose in verità ritengo fiabesche e penosamente ridicole.  Il Pirri in realtà spinge ben oltre le censure pro-pense ad inficiare qualsiasi storicità alla tradizione messinese rifinendole, a sostegno della propria tesi, di accurati commenti e puntuali rimandi ad altri coevi autori.


Tra gli storiografi siciliani imparziale trascrittore, piuttosto scevro di personali introspezioni sulla storicità della vicenda, era già stato il "Fazello", mentre si dissolve nella narrazione dell'Amico :i ogni retaggio di acredine del settecentesco dibattito tra il Gallo e il Pirri.
Il 'GRAN MIRCI' è rilevabile nel corso dell'ottocento, verosimilmente rinvigorito da assonanze risorgimentali, in un dipinto del Subba,22 nei cenni dell'Arena Primo Di Mari" e nelle note del La Farina. Dopo i già citati riferimenti del La Corte Cailler nella Guida cittadina del 1902 la tradizione è sottaciuta dai curatori delle memorie municipali, impegnati piuttosto nella ritessitura delle grandi trame della storia di Messina, pertanto non è trascritta nella nota guida edita dal Principato nel 1914 e in quelle curate dal Longo nel 1933 e nel 1936.

Sono comunque fondamentali i sopra discussi commenti del Bottari in Duomo di Messina edito nel 1929 e in ambito regionale le pagine del Giardina nei Capitoli e Privilegi di Messina edito nel 1937 in cui l'autore si sofferma sul contenzioso, fertile di racconti su fondazioni leggendarie e civici miti, fiorito nel XV e nel XVI secolo, su chi tra Messina e Palermo dovesse ritenersi capitale dell'Isola. Per i tempi più recenti si ricordano le accurate schede sulla tradizione messinese dei privilegi di Arcadio pubblicate da Salvino Greco.

Sono state proposte diverse letture sul 'GRAN MIRCI A MISSINA' che oscurando l'epopea di Metrodoro alludono ad altri momenti di storia cittadina. Si è fatto pertanto riferimento alla gratitudine dei francesi di Carlo d'Angiò a cui nel 1266 furono spalancate le porte della città o ancora alla riconoscenza di quegli stessi francesi, sedici anni dopo, risparmiati dai messinesi nella nota appendice alla saga dei 'Vespri Siciliani' o alla più antica benevolenza, sempre francese, per le forniture di navi e gli appoggi logistici offerti da Messina nella circostanza di una delle prime'Crociate'.

Sono queste attestazioni non documentate e comunque carenti di sostanziale bibliografia che alludono al tema dell'espressione grand merci tipica della lingua francese. Unico riscontro è dato dal Vinci, letterato del Settecento messinese autore di un Etymologicum Siculum, che si limita ad accostare la locuzione Grommerei a Messina alle note vicende del 'Vespro' messinese ovvero 'Messana in turri campanaria literis gothicis sculptum legitur Grommerei a Messina, quod ibi appositum fiat post Vesperas Siculas; cum Messoria diuturnam Gallorum obsidionem, Sicilia universa spectante, tolerans Siculis salutem peperif.

Il Vinci si esime comunque da ulteriore commento ed è verosimile che dalla incerta lettura di questo brano possa essere nato l'equivoco grammirci intessuto di francesismo e di 'Vespri Siciliani'. La chiave filologica della perifrasi 'GRAN MIRCI A MESSINA è pertanto spiegata nella stessa formula in lingua greca che gli storiografi hanno poi traslato nella nota versione latina.

Il Mirci in oggetto non è quindi un francesismo come diffusamente ritenuto e pubblicato ma la semplice lettura corrotta del termine latino merces - edis (grazia, favore, premio, ricompensa) poi volgarizzato in tutti i vocabolari neolatini compreso quello francese e quello italiano. Mercè è infatti voce tronca da mercede 29 e lo stesso modo di dire 'grammirci, arcaico o comunque obsoleto, è di diffuso riscontro nelle antologie della letteratura nazionale. La locuzione è pure invalsa nel vernacolo siciliano come documenta il già citato Vinci 'Grommerei, e grammizzì idem; dicimus, l'omu si salva grommerei la bontà di Diu, homo per Dei bonitatem salvatur'e il coevo Michele Del Bono'.

In quegli stessi anni è peculiare il commento che il Pasqualino articola nei due momenti del rimando al Vinci e dell'analisi linguistica della locuzione che precisa di avere desunto da un antico manoscritto 'ma che dicesi ancora: grammirzì. Agramizzì, gran merce Diz. MS. ant. [Dizionario Manoscritto antico] A grammizì a tia, per tuo dono, mercè a te, tuo munere, tuo beneficio, tuo dono. A grammizì, pri tia su statu liberatu. Tuo munere, tuo beneficio absolutus fui. Diz. MS. ant. ma dicesi ancora Aggrammizzì, che forse derivasi dal lat. ad, grandis, e merces; corrottamente Agrammizzì.

In conclusione si rimanda all'interessante commento della perifrasi proposto dal Gioeni, alle citazioni nei vocabolari del Traina e al recentissimo Vocabolario Siciliano fondato dal Piccitto.

Carmelo Micalizzi


 

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