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Il ritorno della "Maniedda"
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OMAGGIO ALLA STORIA DI SANTO STEFANO DI BRIGA

 Il “Ritorno della Maniedda” non è la cronaca di uno spettacolo o di un avvenimento sportivo; questa è la cronaca di un tuffo nella Storia del nostro paese e che, si spera, diventerà anch’essa Storia da leggere e raccontare. Il piacere che si prova a raccontare scrivendo potrebbe falsare l’obiettività degli avvenimenti, ma a differenza di tutti i cronisti, ci sentiamo anche protagonisti emotivamente coinvolti e la descrizione dei fatti sicuramente sconfinerà negli stati d’animo con cui li abbiamo vissuti.
In questo anno 2005 ricorre il Centenario dal completamento dell’Acquedotto, il primo che ha portato acqua nella città di Messina e l’unico che alimenta i rubinetti di casa nostra e le tanto familiari fontane della Piazza San Giovanni ed il mascherone della “Funtanedda”.

Tante altre fontane sono andate ormai in pensione, dopo che la capillarità della distribuzione idrica ha raggiunto ogni angolo del paese. Oltre che gelosi custodi di una notevole e strategicamente importante fetta di territorio attraversata dal tracciato dell’Acquedotto, era inevitabile che fossimo anche tenutari di una memoria storica tramandataci dal racconto dei nostri padri e nonni ed impreziosita da una documentazione di rara chiarezza ed efficacia. Con le carte in regola per fare bella figura, nel nome e per conto della nostra comunità, la ricorrenza del Centenario è stata proposta nel Municipio di Messina dai giovani del nostro paese. Gli elogi che ne sono seguiti avrebbero anche potuto appagarci, ma nella Casa Madre dei Messinesi, con le turbolenze politiche che la attraversano, c’è sempre aria impettita senza gli entusiasmi e la claque della Piazza.

Oltre che doveroso, il calore della Piazza San Giovanni è più rassicurante di qualsiasi palcoscenico, giocare in casa ci è sembrato naturale e ci siamo lanciati in una avventura già collaudata ed alla nostra portata. Sapevamo che ci sarebbe mancata la compostezza di un pubblico attento e rispettoso di chi in quel momento ha qualcosa da dire, ma alla fine ci sono sempre quelli, anche se pochi, che sanno apprezzare le parole e i gesti di chi si esprime. Il fatto nuovo, pieno di incognite, ma affascinante nelle sua concezione consisteva nel riportare giù in paese un Tubo che i lavoratori avevano faticosamente portato alla Nibbiata. La rievocazione del Centenario dell’Acquedotto non avrebbe potuto avere una migliore conclusione, non poteva che finire con un segno che continuasse nel tempo, anche dopo, finita la festa.

Anche se la fantastica esperienza del Monolito Lavico di Lupo ci aveva abituato a pesi maggiori, il “Ritorno della Maniedda” richiedeva una elaborazione più complessa, maggiori energie fisiche ed il coinvolgimento di più persone che sapessero apprezzare l’unicità e l’importanza storica di tutta l’operazione. Tutto ciò che non sia una necessità fisica o biologica potrebbe apparire un capriccio mentale e nulla più; ma se il “capriccio” è condiviso da più persone dona più colore alla nostra vita ed ai luoghi in cui viviamo. Dopo brevi ed intense consultazioni sulla validità dell’idea proposta ci siamo lanciati a capofitto nella sua realizzazione. Ciascuno di noi, nel proprio ruolo potenziale, di prossima espressione, viene inquadrato in un disegno armonico. Io, Paolo, lo scrivente, riporterò sensazioni e momenti visti dalla mia angolazione, ma anche gli altri ne hanno una tutta personale che comunque inquadra un unico punto focale. Mi sento, e forse lo sono, agile come una gazzella percorrendo il Sentiero della Nibbiata, durante due sopralluoghi in solitaria sul luogo dell’operazione di prelievo del Tubo.

In due fresche mattinate di Luglio ritrovo le sensazioni di una volta, quando i nostri Monti Peloritani erano per me un mondo ancora da scoprire. I Tubi, in prossimità del vecchio casotto, all’uscita della galleria della Nibbiata, sono sepolti da una fitta vegetazione di rovi; mi graffio le gambe tentando di farmi largo e misurare le dimensioni di quello oggetto che emana storia da tutte le parti. Fosse stato puro e semplice culto dell’oggetto, feticismo maniacale e di cattivo gusto, avrei rinunciato subito all’impresa. Meno male che ci sono andato io!... Pippo, per risparmiarmi la scarpinata a piedi fino alla Nibbiata, si era offerto, quando gli fosse stato possibile, di studiare la strategia da seguire per il recupero del Tubo e prenderne le misure; anche se non è il tipo che si tira indietro dai rovi, come non ha avuto paura a “’Naca Maiddi” per quel tubo mostruoso da 12 metri, alla Nibbiata avrebbe avuto molte difficoltà ad individuare un “4 metri” già difficile da trovare, sotto una vegetazione di macchia mediterranea, da chi ne era a conoscenza come me. Non ho portato con me la falce e mi faccio largo come posso.

Confermo i 4 metri e comincio ad elaborare complicati calcoli per riuscire a capire il peso di quella forma perfettamente cilindrica fusa nelle acciaierie di Terni nel 1932. Butto giù un “400 chili” ma mi lascia dei dubbi; rifaccio un’altra operazione tenendo conto delle mie sbiadite conoscenze scolastiche. Se il volume di quella sezione di cilindro cavo fosse costituito di sola acqua peserebbe intorno ai 100 chili; il peso specifico della ghisa varia fra un coefficiente da 6,8 a 7,8… Ci sono!.. Il tubo pesa da 700 chili in avanti!...Mettici il collare del bicchiere e si arriva intorno agli 800, alla faccia!... Metro, carta e penna in tasca, mi incammino verso casa, passando per Lupo, dove incontro Pippo, il caposquadra degli operai forestali. Lo metto al corrente del progetto e si entusiasma subito, impegnandosi a sfrondare il tubo dalla vegetazione circostante.

Come inizio, niente male; se lo dice Pippo, uomo di montagna forse più di me, che il tubo scenderà in strada docile come un triciclo sarà anche vero. Da Lupo a casa ed in ogni luogo ripercorro mentalmente le possibili operazioni da eseguire perché quegli 800 Kg. di ghisa scendano da quel costone alto e lungo una decina di metri dalla strada carrabile. Se quel tubo è salito, ci sarà pure il modo per farlo scendere. Alle mie due escursioni in solitaria, seguono altri due sopralluoghi di Salvatore e di Pippo, quello di prima, e di Peppe…tutti Giuseppe in questa storia!... Ciascuno secondo la propria visione delle cose il tubo non è poi quel mostro indomabile che credevamo. Io concentro tutto il materiale necessario ad affrontare quel pesante oggetto con la forza delle braccia, una soluzione da “ultima spiaggia” alla quale mi preparavo da tempo.

La mattina di Venerdì 12 Agosto 2005, giorno in cui decidiamo di passare all’attacco, nel portabagagli della “Panda” di Pippo trovano posto corde di varie dimensioni e lunghezze, cavi d’acciaio, pali di ferro e palanchino americano (bottino di guerra). Forse non servirà tutto ma intanto ce l’abbiamo. Peppe ritiene che se avrà un solido punto di appoggio risolverà l’argomento con pochi sforzi e due parancoli!...Confesso che non avevo mai visto all’opera questi argani, organi d’attacco o parancoli, o come si chiamano!...Tanto io non ci metterò mano; della spedizione fanno parte anche due “parancolisti” d’eccezione: i due Gianni. Troviamo il punto di ancoraggio in un castagno secolare a pochi passi dal tubo che io avevo sottocchio e che avevo misurato; l’altro, che gli operai della forestale avevano liberato dalle spine, lo lasciamo tranquillo a dare testimonianza muta e silenziosa alla Nibbiata. Concentriamo la nostra attenzione sul suo simile ancora avvolto dai rovi con alle spalle il castagno.

Mentre Pippo ed io ci trasformiamo in decespugliatori per rendere più agevole la zona delle operazioni, Nino e Salvatore cominciano ad armeggiare per aprire un varco nella sella che il tubo si è scavata da se in settanta anni di pressione. Il tubo si muove e sembra reagire alle sollecitazioni, quanto basta per fare entrare in azione i parancoli ancorati al castagno. E’ fatta: basteranno piccoli gesti attempati ed essenziali di Peppe e pochissima forza bruta, si fa per dire, del resto della squadra ed il tubo scende giù in strada innocuo ed inoffensivo, splendido nella sua nuova funzione di “Monumento alla Memoria”.

Sono appena le ore 10,30 del mattino e ci concediamo un attimo di vanità con una foto ricordo seduti sul tubo appena domato. Nel pomeriggio prenderà la strada di casa su un camion che lo depositerà al Bottesco in attesa di subire altre ed importanti attenzioni, nei giorni che verranno, in preparazione al suo ingresso ufficiale in paese, dove dovrà dare testimonianza di un passato che ci appartiene, elevandosi al rango di elemento del nostro paesaggio.
Già al Bottesco il tubo non passa inosservato, diventa oggetto di discussione e si sparge la voce sulla sua presenza e prossima utilizzazione. Sui manifesti del Programma per i festeggiamenti in onore della Madonna della Vena viene annunciato “Il Ritorno della Maniedda”… Finalmente la vedrò, vera e reale, dopo che mi era apparsa in piccolissime foto trovate per caso; finalmente tutti la vedremo per capire come i nostri nonni e bisnonni l’hanno saputa affrontare, con odio e amore, per resistere alla tentazione di emigrare, garantendo il nostro presente.

Il Tubo e la Maniedda o il Palo di cemento e la Maniedda, amori simbiotici che hanno caratterizzato lo scenario del nostro paese per quasi cinquanta anni. Una rievocazione storica con un tubo ed una maniedda vera tornerà certamente gradita a tutti e soprattutto a chi l’ha vissuta nella sua giovinezza, nel pieno della vigoria fisica.  Ma come preparare una “Maniedda”?.. Le foto non bastano; io ritengo che se avessimo dovuto affidarci ai dettagli sbiaditi delle foto non ci saremmo riusciti, nell’arco dei giorni che ci separano dalla Festa della Madonna della Vena, mai e poi mai a sollevare da terra 800 Kg. di ghisa inanimata ed inerte come un peso morto.

Se poi avessimo dovuto aguzzare l’ingegno, come hanno fatto i nostri antenati per non lasciarsi sfuggire un’occasione di lavoro sui monti di casa, sempre con l’aiuto delle foto, forse, dico forse, la maniedda sarebbe stata pronta per la Festa della Madonna dell’anno successivo. Se è vero il detto “Aiutati che il Signore ti aiuta”, il Signore ci ha aiutato conservando intatta nella memoria di Concetto la tecnica di costruzione della Maniedda. Non preparava una Maniedda da almeno 50 anni, quando giovanissimo lavorava nel Vallone Ferri per la sostituzione dei tubi dell’omonimo sifone.

Nel pomeriggio di Giovedì 25 Agosto 2005 la Maniedda prende forma sotto i suoi colpi d’ascia e seghetto, sui legni rigorosamente di castagno stagionato che Pippo, il capo dei forestali, ha fornito per farsi perdonare della parziale pulizia del terreno adiacente ai tubi alla Nibbiata. L’arte mirabile di Concetto, il giorno dopo Venerdì 26, mette in condizione una squadra di improvvisati trasportatori di sollevare e trasportare il tubo dal Bottesco alla Chiesa Normanna dell’Immaculatedda. Già nella serata del 26 Agosto gli increduli, improvvisati trasportatori hanno avuto una anticipazione delle attenzioni alle quali sarebbero stati sottoposti il 5 Settembre, giorno fissato per la loro prestazione di forza ed efficienza di squadra.

Avete presente l’Armata Brancaleone, che la cinematografia ci ha fatto passare come dei guerrieri allo sbaraglio?.. Ecco quella sera al Bottesco, quelli che passeranno alla storia del nostro paese come “gli uomini dell’ultima maniedda”, si avvicinavano a quel tubo rigido ed a quei legni articolati e mosci come il supporto delle marionette in stato di riposo, diffidenti ed incapaci di pensare che di lì a poco si sarebbero trasformati in una squadra di leoni. Con baddelle arrangiate alla buona, obbedendo alle direttive di Concetto, dopo un primo tentativo non riuscito, il tubo si solleva dopo uno sforzo corale e sincrono. La maniedda prende corpo ed anima; avanza lentamente sulle pietre del torrente, poi più speditamente e richiama attorno a se una folla acclamante e sbigottita. Se questo è l’anticipo, cosa succederà la sera del transito in piazza San Giovanni?

Il tubo resta in attesa di essere protagonista, primo attore, non disdegnando le attenzioni dei passanti fino alla sera del 5 Settembre addossato al fianco della Chiesa, ennesimo restauro incompiuto, dell’Immaculatedda. Si fa pubblicità da se ed il tam-tam giunge in ogni angolo del paese ed oltre. I legni, le “bilazole” le “longarine” le “maniedde”, le corde, dopo essere rimasti mosci e flaccidi nascosti in chiesa, riacquistano tensione e vibrano come corde di uno strumento musicale, la sera della messa in scena di una rappresentazione unica, senza repliche. E’ il Lunedì 5 Settembre 2005. La musicalità della maniedda nel pieno della sua funzione si esprime al massimo con l’aggiunta del grido di incitamento all’azione. Immaginatevi una squadra in partenza per la Nibbiata con un carico di quasi una tonnellata sulle spalle; quanta forza d’animo, di gambe, di braccia, di tutto il corpo avevano bisogno.

Vociando ed imprecando arrivavano a destinazione. Noi abbiamo voluto aggiungere una nota di religiosità all’ordine “All’aria”, ma forse, anche se non pronunciato, gli uomini della maniedda lo esprimevano con il cuore ed il senso del dovere. L’attività lavorativa da essi sostenuta era rispettosa del territorio, della natura e del suo Creatore. Nel mondo d’oggi non c’e più la necessità di un trasporto con maniedda e se l’accidentalità del luogo lo richiedesse nascerebbe un’altra traccia, ferita insanabile, su un fianco di una montagna: un colpo di ruspa e via!..

Con un perfetto gioco di squadra concordato precedentemente, tutti gli uomini dell’ultima maniedda, ANDRIOLO GIOVANNI, ARRIGO GIUSEPPE, BITTO CARMELO, BITTO GAETANO, BITTO GIOSUE’, BITTO GIUSEPPE, CARUSO GIUSEPPE, CRISTAUDO FRANCESCO, DE STEFANO GIOVANNI, GERACI SALVATORE, LA SPADA SALVATORE, MAGAZZU’ ANTONINO, NICOSIA SALVATORE, SANTORO GIUSEPPE, SFRAVARA GIUSEPPE, VENUTI GIOVANNI, VENUTI NICOLA, sono pronti per il loro sforzo vero e reale, come un sacrificio ed un rituale antico ed attuale allo stesso tempo. Tutti in camicia bianca, baddella impeccabile ed efficace, non più arrangiata come nelle prove; i pantaloni non proprio scuciti o rattoppati come una volta e le scarpe senza le “tacce”, qualche pancetta di troppo…

E la “Maniedda” va fra due ali di folla!.. Sul palco in piazza c’è Paolo e la sua combriccola, che fra le tante parole messe in pasto ai distratti e dedicate agli attenti, Grazie a voi ultimi!...invita al silenzio per accogliere gli uomini della maniedda, “per ascoltarne il fiatone e l’ansimare della fatica”…Fiato sprecato quello di Paolo perché la maniedda segue il suo corso suscitando entusiasmo e riverenza. Inchiostro sprecato quello di Paolo perché degli attimi di emozione che ne sono seguiti ne siamo stati testimoni tutti. E’ inutile insistere a fare poesia su un avvenimento che è diventato patrimonio collettivo della nostra comunità. Solo grazie a tutti.

Per dovere di cronaca registriamo che alle ore 15,00 di Martedì 6 Settembre 2005 il Tubo prende posto sul luogo della vecchia cabina elettrica andata in pensione, poggiando su due possenti selle di ancoraggio appositamente preparate da Sebastiano, artista del ferro.

Ullo Paolo


 

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