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“Signorine, in camera!”
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Storia della prostituzione e delle case chiuse a Messina

Il 26 ottobre del 1432 fu una data storica per Messina, anche se di quelle che non si leggeranno mai nei libri e che, forse, nessuno studioso di storia patria ha mai considerato degna di attenzione e della ben che minima considerazione: quel giorno, nella bianca città religiosa e timorata, veniva istituito con tanto di regia autorizzazione il primo bordello ad uso pubblico della sua storia.

Re Alfonso d’Aragona, infatti, concedeva al “fedelissimo” suddito messinese Puccio De Simone, la facoltà di costruire un lupanare regolamentato dalle norme che lo stesso monarca aveva emanato l’anno prima, per la città di Barcellona, demandando al Vicerè l’esecuzione del decreto reale. “Cum nos dudum quadam cum carta nostro sigillo impendenti munita – si legge nel documento – concesserimus licentiam et facultatem construendi et edificandi novum lupanare ac etiam custodiam eiusdem fideli nostro puchio de simone de ead in urbe…Datum in nobili civitate Messane die XXVI octobris XI indictionis MCCCCXXXII Rex Alfonsus. Dominus Rex mandavit mihi Leonardo prothonotario”.

Il documento è di vitale importanza sia perché con esso si invitava ad intervenire addirittura il vicerè, che era stato restìo ad accettare tale “nobile” incarico e sia perchè attesta l’esistenza in Sicilia di postriboli con tutte le carte in regola perché riconosciuti, addirittura, dal sovrano in persona.

Prima di allora, la prostituzione a Messina veniva esercitata quasi clandestinamente e in occultati bordelli anche se già nel Duecento le prostitute, considerate “esseri immondi”, erano obbligate ad abitare in capanne, fuori dalle mura cittadine. Del resto, il meretricio era giudicato un male necessario e lo stesso San Tommaso d’Aquino, nel suo “De regimine principum”, ne riconosceva la funzione di valvola di sfogo per la debole carne: “La prostituzione nelle città è come il pozzo nero nei palazzi – scriveva – togliete il pozzo nero ed il palazzo diventerà un luogo sporco e maleodorante”.

In epoca normanna e sveva, a Messina come in tutta l’isola, l’adulterio era punito col taglio del naso, marchio infamante che veniva comminato non solo all’adultera ma a quelle mezzane che prostituivano le vergini o alle madri che vendevano le figlie, sia illibate che sposate. Di contro, tuttavia, Federico II di Svevia emanava anche provvedimenti che punivano con la pena capitale quanti abusavano con violenza delle meretrici, “esigendo però – osserva Antonino Cutrera nella sua Storia della prostituzione in Sicilia – che quando le violenze fossero commesse entro l’abitato, le prostitute dovessero provare, entro otto giorni, di aver gridato e chiamato aiuto, ad alta voce, nel momento in cui erano state violentate”.

Nel 1498 le “Consuetudini” di Messina, pubblicate nella stessa città e riformate da Giovan Pietro Apulo statuivano, fra l’altro, che il marito il quale sorprendeva la moglie in flagrante adulterio aveva il diritto di ucciderla insieme all’amante, ma subito e senza indugi o perdite di tempo, altrimenti veniva ritenuto lenone.

Intanto, i pubblici postriboli si diffondevano nei luoghi più malfamati della città: l’”Amalfetania”, il “Tarzanà” (Darsena), la Contrada di San Luca “seu di lu burdellu”, contigua alla Contrada dei Sicofanti dove nacque ed ebbe bottega Antonello da Messina, e, anche, in molte bettole e fondaci dell’angiporto, dove si esercitava il meretricio clandestino.

Nel Cinquecento esisteva già tutta una classificazione delle donne di malaffare a Messina: “donna innamorata” era la mantenuta; “cortigiana”, la meretrice che riceveva in casa nobili e persone facoltose d’alto rango; “meretrice”, quella che stava nei bordelli e, “donna di cantonera”, la prostituta che, come diremmo oggi, batteva il marciapiede.

Proliferavano anche i “ruffiani”, al punto che si fu costretti ad emanare contro costoro una prammatica, “De lenonibus”, il 18 marzo 1515 e le bagasce obbligate a non portare “manto in testa”, contrariamente alle donne oneste, per essere riconosciute da tutti come meretrici.

Per loro era comunque sorto a Messina nel 1542, il monastero delle “Ree pentite” detto anche “Repentite”, ad opera della nobile Arciconfraternita degli Azzurri (nell’attuale via 24 Maggio, accanto al Monte di Pietà): per esserne ammesse, le meretrici dovevano avere meno di 25 anni, essere non sposate, belle, sane di corpo e sinceramente pentite.


Nel Seicento e nel Settecento, nonostante i ferrei divieti e le severe pene previste, il lusso delle prostitute divenne così sfrenato al punto che esse potevano permettersi carrozze, eleganti portantine e sedie di cuoio istoriato che si facevano portare dai servi in chiesa, quando assistevano alle sacre funzioni.

Ma è durante il periodo borbonico che la Sicilia viene dotata di un codice legislativo, il 26 marzo 1819, che eliminando tutti i bandi vessatori e le crudeli prammatiche dei secoli passati, disciplinava in maniera più giusta ed umana il meretricio. Con l’ordinanza del 15 novembre 1823, alle prostitute veniva imposta maggiore decenza, che non causassero schiamazzi, non ricevessero clienti nelle loro abitazioni dopo le tre di notte, fossero visitate periodicamente dai sanitari.

Alle “matrone” – cioè quelle prostitute che non potevano più esercitare il “mestiere” per l’età avanzata e che perciò erano tenutarie dei bordelli – correva l’obbligo di notificare alla polizia i nomi di tutte le meretrici che operavano nelle loro case: nascevano così le antesignane delle “maitresses” e delle “case chiuse”.


 

“Signorine, in camera!”: era questa la classica frase che le tenutarie delle case d’appuntamento rivolgevano alle ragazze di vita, invitandole a raggiungere le alcove con i clienti. Camere con un arredamento prevedibile: una bacinella con l’acqua per i lavaggi, un grande specchio e, naturalmente, il letto dove ogni “ospite” della casa era obbligata a più di 50 rapporti giornalieri.

Nella Messina pre-Merlin – la parlamentare socialista e maestra elementare Lina Merlin  che riuscì a far passare alla Camera una sua legge, il 19 settembre 1958, che ordinò la definitiva chiusura dei casini – l’ora giusta per i casini era fra le otto e le nove di sera, e, soprattutto gli studenti, vi andavano in gruppo a fare “flanella”, un termine che all’origine aveva il significato di scroccare qualcosa, facendo il finto tonto. E infatti, sempre più squattrinati, gli studenti visitavano le ragazze, le tenevano sulle ginocchia accarezzandole e palpandole, fingevano indecisioni sulla scelta dell’una e dell’altra e, dopo essersi presi parecchi “passaggi”, dicevano che sarebbero ritornati più tardi: inutile, perché erano andati a fare “flanella” in un altro casino.

La città offriva un nutrito campionario di questi luoghi del piacere mercenario, per tutti i gusti e per tutte le borse. Da “La Nasca” in via Torino, la marchetta era di cinque lire mentre alla “Giorgietti”, nei pressi della “Piccola Velocità” in via S. Cecilia, i prezzi erano più alti perché le ragazze fingevano di essere bolognesi e l’ambiente era arredato con gusto più raffinato. Di tono pretenzioso erano anche gli altri casini: la “Napoletana”, “Il Quarantatrè”, la “Miracoli” “La Chiave d’oro”, “Linda Romana”, “Fiorentina” e “Lola”.

Chi non aveva tanti soldi poteva sempre scegliere fra i miseri tuguri di “Areti a Cinta” (la via degli Orti di fronte alla caserma “Zuccarello”) e le baracche del cavalcavia dove le “donnine”, non certo dotate di linguaggio raffinato, stendevano panni e lenzuola all’aperto cantando “no…non è la gelossia…”. E, ancora, le “Stanze Napoli” in via Industriale e le “stanze Primavera” in via Maddalena angolo viale S. Martino, con le immancabili sfilate di prostitute negli ampi saloni.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale ognuno cercò di arrangiarsi come potè e così, nell’estate del ’43, durante i controlli della polizia volti a reprimere il mercato nero, cadeva nelle mani delle forze dell’ordine la signorina Adelaide Pascalizzi, nome d’arte Linda Campeggi, intesa “la romana”: tenutaria di una casa d’appuntamento, imboscava in una stanza caffè, zucchero, farina, pasta, riso, olio e sigarette.

Col passare degli anni, i casini sarebbero scomparsi e anche le ormai sfiorite “segnorine”  di “Areti a Cinta”. Non sarebbe scomparso il mito di una in particolare, voluttuosa e felliniana: “Babbuscia”.

Nino Principato


 

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