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Diritti di pesca e mitilicoltura nei laghi di Ganzirri e Faro di Messina
Indice
Diritti di pesca e mitilicoltura nei laghi di Ganzirri e Faro di Messina
Sentenza della Corte Suprema di Cassazione
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 Diritti di pesca e mitilicoltura nei laghi di Ganzirri e Faro di Messina: cenni storici e vicende giurisdizionali

di Giuseppe Aristotele Malatino


Diritti di natura diversa allo sfruttamento dei laghi: demanialità e diritti dei privati


Negli ultimi due secoli i giudici peloritani hanno dovuto più volte affrontare le questioni originate dalla coesistenza sui suggestivi laghi o pantani di Ganzirri e Faro, di diritti di natura eterogenea. Lo studio di tali controversie, legate alla mitilicoltura ed alla pesca, oltreché, oggi, alle attività sportive, rende necessario affrontare la complessa questione della natura giuridica dei due laghi che, come è noto, hanno sempre richiamato l'interesse degli studiosi del folklore, dell'etnografia, delle tradizioni popolari, dell'economia e del diritto (1).
       
Appare utile pubblicare in calce al presente studio i testi delle sentenze più significative. E' peraltro ovvio che per mettere a fuoco tali problemi non sia possibile prescindere da considerazioni, sia pure sintetiche, di carattere storico-giuridico: più in particolare appare indispensabile richiamare, quanto meno, la situazione esistente durante il regno di Ferdinando IV. Importante appare, in proposito, un Real dispaccio della Segreteria di Guerra, datato 15 ottobre 1791, con il quale il Re di Sicilia concedeva al barone Giuseppe Gregorio di "introdurre nei pantani della pescagione e di farne uso, a meno di quella dei coccioli", che restava sempre devoluta " ai naturali del luogo", cioè agli abitanti dei piccoli villaggi marinari di Faro e Ganzirri, che l'avevano esercitata fin dall'antichità , "per remota consuetudine" (2).

Qui si pongono le basi di tutte le questioni successive che si sono agitate fino ad oggi: natura degli specchi d'acqua, sia dal punto di vista del naturalista che del giurista; diritti consuetudinari dei "naturali" dei luoghi di Ganzirri e Faro, diritti esclusivi di pesca negli stessi laghi che, per la natura pubblica di tali acque, il Sovrano, oggi lo Stato, può concedere ad altri soggetti diversi dai primi. E'indubitabile, oggi come nei sistemi giuridici preunitari, la compatibilità della natura demaniale dei beni ( e della loro destinazione ad uso pubblico ) con l'esistenza di un diritto privato sulla cosa demaniale (3), e quindi anche di diritti di pesca (si veda l'art.10 del regolamento per l'esecuzione della legge sugli usi civici 26 febbraio 1928 n.332) (4).

        Il bene demaniale è per sua natura destinato alla pubblica fruizione, anche se questa in concreto si espleta diversamente in ragione della destinazione del bene specifico voluta dalla legge o da strumenti amministrativi.
E' interessante notare che il Re concedeva il diritto di introdurre pesce, il quale, perciò, appare non presente all'epoca nei "pantani", ovvero non presente nel tipo e nella quantità necessaria per uno sfruttamento economico utile, mentre invece vi si trovavano già i "coccioli" che da tempo immemorabile gli abitanti del luogo coltivavano ed utilizzavano. Che i laghi, ma più esattamente i pantani, non comunicassero col mare si ricava da un successivo documento: il Regio Dispaccio del 29 novembre 1806.
        Con esso il Sovrano approvava il regolamento della concessione del "diritto privativo della pesca" nei pantani (5). 
   
Qui si trova notizia della realizzazione del canale - detto Catuso - la cui costruzione era già stata intrapresa verso il 1800, su richiesta del Barone Gregorio, col concorso del medesimo ed a spese dei vicini possessori ed abitanti, come risulta dal Dispaccio della Regia Segreteria di Guerra dell'8 dicembre 1801 (6).

        I pantani non comunicavano in origine col mare ed erano due, separati da una palude, residuo di un terzo lago; questa, detta "Margi" (padule) fu colmata e trasformata in vigneto utilizzando i materiali risultanti dallo scavo dei canali di comunicazione col mare a nord est e tra i due laghi.
        Ne dà notizia la nota dell'Ufficio Tecnico Municipale del 1901, in cui si contenevano proposte per il miglioramento igienico ed agricolo industriale dei laghi del Faro (7).
        Nel lago Margi si dice sorgesse il tempio di Nettuno, e ciò ci ricollega alla nostra storia remota, a testimonianza della persistenza dell'interesse degli uomini per quei luoghi.

Prime conclusioni 

E' a questo punto possibile tracciare in sintesi un primo quadro: i laghi hanno natura pubblica, prima patrimoniale, poi demaniale ( per il succedersi degli ordinamenti); con i diritti di natura pubblica coesistono diritti esclusivi di pesca, o privativi che dir si voglia, e " usi civici " di pesca preesistenti all'ordinamento giuridico statuale del regno di Sicilia vigente nel 1791.

        Non si trattava, in quel tempo, di demanio marittimo, ma il regime era allora quello delle acque interne, come per altro sarà poi riconosciuto con lettera n.11840 dal Capitano di Porto di Messina il 6 novembre 1916 (8), il quale precisava all'amministratore giudiziario del concessionario Luigi Pirandello, succeduto al Gregorio, che la comunicazione col mare essendo artificiale ed occasionale non toglieva il carattere di lago allo specchio d'acqua, e richiamava la legge vigente sulla pesca lacuale e fluviale.
La Commissione consultiva della pesca del Ministero dell'Agricoltura Industria e Commercio aveva confermato tale giudizio sulla condizione giuridica dei laghi nel 1903 (9), e la sua relazione accolta dal Ministero permise di compilare progetti di risanamento e di escavazione di canali di comunicazione tra i laghi e col mare.

Il Ministero della Marina, con dispaccio 2 agosto 1904, n.4014 (10), aveva dichiarato che "i laghi del Faro non sono pertinenze demaniali marittime, ma bensì patrimoniali dello stato, amministrati perciò dalla locale Intendenza di Finanza".
Si trattava dell'ultimo esito, per il momento, del conflitto subito nato fra il Gregorio ed i "cocciolari", che aveva avuto vicende anche giudiziarie, ed era continuato poi col successivo concessionario.
        Secondo l'attuale orientamento della giurisprudenza, invece, i laghi (lagune vive) hanno natura di demanio marittimo, ai sensi dell'art.28 del Codice della Navigazione, non rilevando la artificialità del collegamento col mare (11). Non risulta che abbia rilievo per determinare il regime giuridico degli specchi d'acqua l'opera dell'uomo, costante e necessaria per evitare l'interramento dei canali, bensì va tenuto conto dell'elemento finalistico-funzionale della utilizzabilità attuale, e non meramente potenziale, a servire ai pubblici usi del mare (12). Quest'ultima considerazione induce però a dubitare, non essendo attualmente il lago usato per la navigazione, che esso sia atto agli usi del mare e quindi che appartenga al demanio marittimo.

La natura demaniale dei fiumi e dei laghi già soggetti a diritti feudali, è affermata anche se non si tratti di demanio marittimo (13).

Nascita di una controversia

Le prime controversie nacquero perchè il Gregorio, concessionario del diritto esclusivo di pesca nei laghi, contestava il diritto dei cocciolari di portare barche nel lago, così di fatto impedendo la pesca delle cocciole e del verme, usato abbondantemente come esca.
Già con sentenza del 5 dicembre 1850 (14) il Tribunale di Messina, riconosciuta la sua competenza, perchè si trattava di conflitto tra privati, e con ciò inaugurando una serie di simili statuizioni, si pronunciava in favore dei concessionari. I pescatori che, chiamati in causa, non avevano voluto raggiungere un accordo e pagare al Gregorio una somma annuale per mantenere le proprie barche nei laghi, furono, infatti, condannati a "levare dai laghi" le barche.

        La sentenza argomentava nel senso che, nella concessione (atto del 15 aprile 1807) al Gregorio del diritto privativo di pesca era stata inserita la condizione che gli abitanti dei dintorni continuassero "nella libertà di pescare nei riferiti laghi delle cocciole, nel modo già fissato" e che in tale modo non era compreso il diritto di introdurre e servirsi delle barche per la pesca delle chiocciole, poichè per l'introduzione delle barche "il diritto privativo di pesca, concesso ai Signori Gregorio verrebbe ad incontrare ostacoli e pericoli continui, il che sarebbe contrario alla giustizia e buon senso".

La questione fu poi portata in sede amministrativa e la Commissione istituita presso la Gran Corte Civile di Palermo, il 19 agosto 1853 (15), rigettò le condizioni restrittive di esercizio del diritto dei cocciolari che erano state predisposte dall'Intendente di Messina.
Altra successiva causa fu iniziata nel 1871 da Luigi Natoli, amministratore giudiziario dei beni del Gregorio che erano stati "espropriati in danno della eredità Gregorio", nei confronti di numerosi "chiocciolari pescatori", allo scopo di ottenere "che fosse in loro danno ordinata la distruzione delle così dette montagnole e recinti, che nella loro qualità di cocciolai avevano costruiti senza alcuna ragione giuridica e in pregiudizio del dritto alla pesca spettante ai domini utili".
        Le "montagnole" erano e sono costituite da sabbia depositata sul fondo del lago dal coltivatore per offrire ai molluschi l'ambiente adeguato alla loro crescita e riproduzione. I recinti, costituiti da pali infissi sul fondo e uniti da corde delimitano e proteggono l'appezzamento coltivato.

        Nel corso del giudizio il Sig. Luigi Pirandello, acquirente all'asta pubblica della concessione di pesca nei laghi già appartenuta al Gregorio, interveniva spiegando domanda analoga a quella già proposta dall'amministratore giudiziale.
        Intervenivano anche un certo numero di cocciolai avversi a quelli convenuti, i quali, come intervenienti volontari, facevano proprie le domande del Natoli, chiedendo che "anche nel loro interesse fossero i laghi sgombrati dalle montagnole formate dai convenuti, e dalle chiusure analoghe, come costitutive di un enorme ed abusivo impedimento alla libertà della pesca, ed anche a quella delle chiocciole, accordata dalla munificenza sovrana a tutti i naturali del villaggio senza distinzione" e chiedevano pertanto che si integrasse il contraddittorio con la chiamata in giudizio del Sindaco di Messina, "qual rappresentante l'universalità del ceto dei cocciolai".

        Veniva espletata una perizia tecnica tendente ad accertare "se realmente le opere denunziate esistessero, se, nell'affermativa, tornassero di nocumento alla libera pescagione per cui si hanno dritto i domini utili, e qual ne fosse stato l'ammontare del danno".
        I convenuti cocciolai chiedevano il rigetto delle domande proposte contro di loro, eccependo anche la prescrizione acquisitiva e chiedendo che il tribunale dichiarasse "che ai concludenti compete il condominio dei pantani per la pesca e coltivazione con i recinti corrispondenti" e che "uti universi compete loro esclusivamente il dritto di pescare i pesci, e che del risultato della pesca ne appartiene loro una metà se la esegue con ordegni di loro proprietà, ed una terza parte se li ordegni saranno somministrati dal Sig. Pirandello".
        Chiedevano di provare che essi da tempo immemorabile avevano "di loro esclusiva proprietà" i rispettivi recinti e montagnole o chiocciolaje "acquistati per titoli e per prescrizione più che trent'anni avanti la citazione".

        Contestavano che la pesca dei pesci venisse ostacolata dalle montagnole e recinti, in quanto essa veniva da sempre esercitata in numerose "cale" o apprestamenti fissi che erano sufficienti per il proficuo esercizio del diritto di pesca spettante al concessionario.
        Il Tribunale, con sentenza del 24 agosto 1874, rigettava in rito la richiesta di integrazione del contraddittorio e la domanda dei cocciolari intervenienti volontari, argomentando che essa era estranea al petitum spiegato dal Natoli e che una "statuizione" in merito "sarebbe un giudicare ultra petita".

        Disponeva nuova perizia tecnica collegiale per accertare tra l'altro se esistesse una possibile forma di esercizio del diritto dei cocciolai, egualmente proficua ed economica rispetto a quella comportante l'uso di montagnole e recinti, ma compatibile con il diritto di pesca del pesce. 

        Si trattava perciò di una sentenza che non definiva il giudizio. 
       

Rilevante appare il tentativo esperito, senza successo e senza ulteriore eco nelle controversie successive, da parte di altri cocciolai "naturali del luogo" di escludere l'esistenza di diritti soggettivi di singoli su determinate porzioni di lago, e, richiamandosi alla lettera dei privilegi sovrani, di ottenere che si riconoscesse che il diritto alla pesca delle cocciole spettava "a tutti i naturali del villaggio senza distinzione".

        Ritenevano perciò di potere dimostrare che si trattava di quello che oggi si qualifica uso civico. L'universitas titolare dell'uso civico è rappresentata infatti dal sindaco del comune.
        Appare probabile a chi scrive che in origine il diritto dei cocciolai fosse un uso civico e che solo gradualmente e di fatto abbia assunto la configurazione, che si è affermata nella giurisprudenza, di diritto dei singoli su montagnole e recinti determinati, sia pure variamente qualificato.

        La decisione fu naturalmente impugnata dal Pirandello, il quale chiese alla Corte di Appello di far "sgombrare in due giorni o in altro prudente termine...quei cumuli di terra e riempimenti da essi [cocciolai] praticati nei laghi in parola, e che hanno sotto il nome di montagnole, o altro simile, restituendo l'alveo al suo stato normale qual'era pria dei commessi abusi" e di accertare e dichiarare che i convenuti nei recinti "laterali alla periferia del luogo e limitati giusta lo stato lor precedente...hanno dritto alla servitù di raccogliere chiocciole soltanto, giusta l'uso al tempo della concessione e per moltissimo tempo dopo". Chiedeva inoltre il risarcimento del danno.

        La maggior parte dei cocciolai veniva estromessa dal giudizio, avendo nel frattanto raggiunto un accordo extragiudiziale col Pirandello. Molto probabilmente tale transazione fu causa della specificazione e limitazione della originaria domanda, che venne riformulata ammettendo il diritto a mantenere "recinti laterali alla periferia del luogo" per esercitare la "servitù di raccogliere chiocciole".

        La Corte di Appello, appena un anno dopo, con sentenza emessa il 9 settembre 1875, rigettava l'appello. Affermava che correttamente il Tribunale aveva disposto la revisione della perizia "nel fine determinato di conoscersi la estensione del dritto concesso agli abitanti del Faro e Ganzirri per la libera pescagione delle cocciole e loro industria giusta i reali dispacci, i quali il primo perito non tenne presenti" e aggiungeva "onde la Giustizia abbia tutto presente quando sarà chiamata a decidere sul merito della controversia" un quesito ulteriore tendente all'accertamento della indispensabilità "degli attuali recinti" e della loro conformità alle "antiche concessioni e bandi".

        Appare quindi l'ombra del dubbio nel collegio giudicante sulla natura e consistenza del diritto dei cocciolai.

        Non si giunse alla decisione di merito perchè la causa fu abbandonata, probabilmente perchè era venuto meno l'interesse del Pirandello a seguito della procedura espropriativa nel frattempo espletata nei suoi confronti.
        Analogo contenuto ebbe altra lite con il locatario Emilio Mauromati, al quale Carmelo Cacopardi, amministratore giudiziario dei beni del Pirandello, aveva concesso in locazione il diritto di enfiteusi perpetua nei due laghi per la pesca del pesce.

        Il Mauromati aveva citato in giudizio il Sig. Giovanni Bardetta, "chiedendo che fosse condannato a rimuovere quattro montagnole e recinti di pali da lui mantenuti nei due laghi, dicendo questi ultimi destinati all'oggetto della coltivazione di un nuovo genere di molluschi, ossia cozze ed ostriche, e che fra le une e gli altri rimaneva poco spazio per la pesca del pesce".

        In merito la Corte d'Appello di Messina, con sentenza del 15 maggio 1902 (16), ribadito il diritto dei cocciolari di mantenere montagnole e recinti nei laghi, essendo il concessionario tenuto a non dare impedimento diretto o indiretto all'esercizio del diritto dei medesimi, "incontrastato ed incontrastabile nel suo titolo di coesistenza", rigettata l'eccezione di incompetenza del giudice ordinario, dichiarava "essere esso Mauromati carente di dritto ed azione a promuovere la domanda libellata con l'atto introduttivo".
        La Corte riteneva infatti che il locatario non fosse legittimato "all'azione di revindica, essendo il suo dritto tutto personale".

        Si motivava assumendo che "trattandosi di agire contro persone che si trovavano già in una condizione di fatto, intesa come modo del proprio diritto, non era più quistione pel locatario di far valere il godimento della cosa locata nello stato come gli veniva trasmessa, nè di custodire e conservare quello stato, ma bensì di estenderlo ed integrarlo a discapito dei pescatori, onde una vertenza d'intima cognizione e rivendicatoria". Non poteva perciò affrontarsi il problema della liceità e legittimità della estensione della coltivazione a molluschi di specie diversa da quelle consuetudinariamente coltivate.

        La predetta sentenza fa riferimento anche alle altre precedenti controversie giudiziarie, nel corso delle quali erano state espletate perizie tendenti a stabilire quale fosse il possibile modus vivendi per conciliare l'esercizio del diritto di pesca e di coltivazione dei mitili, controversie conclusesi con le sentenze del Tribunale di Messina del 16 dicembre 1872 ( che definiva il giudizio in cui era parte Luigi Natoli, amministratore giudiziario dei beni del De Gregorio, caduti nello stato di espropriazione) e del 26 agosto 1874, sopra richiamata ( in esito al giudizio promosso dal Pirandello quale "acquirente del dominio utile") e della Corte di Appello di Messina del 9 settembre 1875. 
 

Il problema della qualificazione giuridica dei diritti dei naturali di Ganzirri e del Faro

Fino ad ora, come si è visto, il diritto dei cocciolari non viene qualificato, ma se ne afferma l'esistenza facendo riferimento al riconoscimento regio.
E' noto per altro che "l'uso civico di pesca" nei laghi di Ganzirri e Faro - poichè come tale è stato spesso storicamente qualificato il diritto dei cocciolari - come si è visto, veniva e viene tuttavia esercitato in zone distinte per ciascun soggetto, il quale le attrezza e le trasferisce sia a titolo particolare che universale.

        Una ricostruzione estremamente fedele della situazione di fatto dei luoghi alla data del 20 settembre 1856 è operata nell'atto di "Apprezzo del Lago Piccolo" - che viene pubblicato in calce al presente studio - redatto dall'Ing. Leone Savoja, per regio incarico, allo scopo di redigere lo stato di consistenza e valutare gli immobili da occupare in quanto rientranti "nel perimetro del lazzaretto sporco", da realizzarsi nel Villaggio di Torre Faro.

        Da esso e dalla successiva missiva indirizzata all'Intendente della Provincia di Messina, qui riprodotta in appendice, si desume che sul lago risultavano coesistenti "il diritto esclusivo della pesca dei pesci per tutta l'estensione del lago", spettante al Sig. Don Placido Gregorio, e il "solo diritto della pesca delle chiocciole" esercitato da altri centoquattro soggetti.

        Questi ultimi venivano qualificati "proprietari" possessori di porzioni del lago, che venivano individuate singolarmente, misurate e valutate.
        L'ingegner Savoja chiariva nella missiva di aver ritenuto esistenti i diritti di pesca delle chiocciole in capo ai possessori essendogli stati esibiti atti notarili "di compra e vendita consentiti legalmente".
        Affermava di avere accertato che "i cennati proprietari" erano "esentati dal contributo fondiario per grazia sovrana" e che pertanto la valutazione era stata eseguita sulla base dei valori risultanti dagli atti notarili.

        Concludeva che non competeva a lui stabilire se il diritto fosse "privato o comunale" e che quindi eventualmente il Comune avrebbe potuto ripetere le somme riportate nelle valutazioni dei singoli appezzamenti.
        Indipendentemente dalla indicazione che emerge da questi documenti su un contrasto quanto meno potenziale fra la qualificazione quale diritto soggettivo dei singoli o quale uso civico dello "jus piscandi", è interessante notare che i singoli appezzamenti erano delimitati da un solo lato, quello parallelo alla riva, mentre risultavano di "larghezza indefinita, cioè fino a quel punto del lago ove, per la sua profondità non è possibile continuare la pesca". Appare evidente perciò l'interesse all'interramento progressivo del fondo lacustre.

        L'amministrazione finanziaria oggi sottopone ad imposta i trasferimenti sia tra vivi che mortis causa degli appezzamenti che sono censiti in catasto.
        Vi è traccia, per altro, del modo di esercizio separato e non collettivo della pesca delle cocciole già nel Bando pubblicato in Messina, in esecuzione di un real biglietto del 15 ottobre 1791, con cui veniva inibito al concessionario Gregorio di "dare impedimento, direttamente od indirettamente ai chiocciolari per l'esercizio dell'arbitrio delle cocciole nei loro recinti" (17).

        Tale circostanza non è eccezionale e richiama ancestrali modalità di formazione fattuale del diritto dei singoli sul ceppo della titolarità, comune al gruppo, dei beni economici pubblici.


Alcuni precedenti amministrativi
 

La problematica sui laghi e la loro utilizzazione per la pesca si complicava con l'entrata in scena di un terzo protagonista: il Comune di Messina che interveniva per motivi di salvaguardia dell'igiene e della salute pubblica. Nè manca l'intervento della stessa autorità prefettizia che agisce sotto analogo impulso: basterebbe ricordare l'ordinanza del 4 aprile 1906 (18), che, tra l'altro, vietava la coltivazione dei molluschi nelle zone inquinate e l'uso di mezzi fissi di sostegno quali pali ed altro, rimettendo al Comune l'applicazione delle prescrizioni.

        Vibrate furono, fin dalla fine del secolo scorso, le proteste per la situazione igienica dei laghi (19), deterioratasi per la confluenza di acque inquinate, per l'innalzamento del fondo operato dai mitilicultori e per il frequente interramento dei canali di comunicazione col mare.
        Tali proteste producevano talvolta , per il rilievo assunto sui giornali e la virulenza delle polemiche - si assumeva tra l'altro che i politici favorivano i cocciolari a detrimento dell'igiene - l'intervento del Comune, il quale, a proprie spese, eseguiva lavori, che, invece, sarebbero spettati, per le convenzioni vigenti, ai concessionari dei diritti esclusivi di pesca.

        La relazione del 12 aprile 1932 di una apposita commissione ministeriale (20), definiti i diritti dei cocciolari come usi civici di pesca, li considerava decaduti per mancata denuncia, il cui onere era stato frattanto introdotto dalla legge 16 giugno 1927 n.1766. Non seguiva però alcun provvedimento in questo senso e, come spesso avviene, tutto continuava come prima.
        Deve sottolinearsi che l'art.10 comma primo del regolamento 26 febbraio 1928 n.332 sottraeva esplicitamente al procedimento di liquidazione gli usi civici di pesca , e che comunque tale liquidazione era prevista per i diritti su beni di privati e non di enti pubblici (21).

Usi civici di pesca, servitù personali e diritti esclusivi di pesca

L'indagine sulla natura giuridica dei diritti di pesca di cui parliamo, ci fa obbligo di sottolineare la differenza fra usi civici di pesca (22), servitù personali (23) in re aliena quali diritti reali, e diritti esclusivi di pesca (24).
Gli usi civici traggono origine da antiche forme di diritti collettivi. In antico spettavano al naturale del luogo, che usava dell'agro demaniale o feudale. Nella forma attuale, come è noto, sono diritti su beni pubblici o privati spettanti ad una comunità di persone.

        Si tratta di diritti soggettivi di carattere pubblico, spettanti al singolo uti civis e cioè in quanto soggetto della comunità titolare, e non in quanto soggetto privato. Sono inalienabili, non trasmissibili, non si prescrivono e non possono estinguersi neppure per usucapione. I cives titolari sono legati da una comunione di tipo speciale.

        Il singolo può far valere il diritto della comunità allo scopo di difendere il proprio.

        Esempi di uso civico sono quelli del legnatico in un bosco, di pascolo in un determinato fondo, di pesca in una certa "valle", lago o palude.

        Elemento determinante per l'esistenza dell' uso civico è che sussista una università o collettività, la quale, pur non avendo personalità giuridica, goda di soggettività per quanto attiene alle situazioni giuridiche relative al bene di uso civico.

        Denominazioni equivalenti a quella di uso civico, per esempio servitù civiche o ademprivi, sono presenti nelle varie regioni in forza delle diverse preesistenti tradizioni giuridiche.
        I diritti reali di pesca sono qualificabili come servitù personali (cioè non prediali), spettanti al singolo come privato su cosa altrui, e sono diritti di natura privatistica e non pubblicistica; sono pertanto trasmissibili, alienabili, prescrittibili ed usucapibili.
        I diritti esclusivi di pesca nascono da concessioni traslative di poteri e facoltà spettanti alla P.A., appartenenti alla categoria della concessione di beni.

        Le situazioni giuridiche da esse derivanti si atteggiano come diritti affievoliti nei confronti della P.A., mentre sono assimilati ai diritti reali nei confronti dei terzi. Ciò è dimostrato dall'art.1145 C.C., che garantisce la tutela possessoria al concessionario e dalla possibilità di iscrizione di ipoteche sulla concessione.

        Gli usi civici e le servitù personali non derivano da concessione, bensì sono riconosciuti come preesistenti, soggetti pertanto ad espropriazione e non a revoca della concessione, come invece i diritti esclusivi di pesca (25).
Gli usi civici di pesca utili - così sono denominati quelli esercitati per scopo di produzione e commercio, in contrapposizione agli usi civici essenziali (26), esercitati nei limiti dei bisogni familiari - come tutti gli altri usi civici, sono imprescrittibili ed inalienabili, si muovono nella sfera del diritto pubblico ed hanno carattere di realità: "jus piscandi".

        Ne discende anche che la giurisdizione per i diritti esclusivi di pesca appartiene al Giudice Amministrativo, per gli usi civici al Commissario liquidatore degli usi civici (27), quando si controverta sul loro esercizio e sulla qualitas soli (28), per le servitù personali al giudice civile.
Usi civici goduti distintamente e non promiscuamente sono perciò una contraddizione in termini per il giurista, poichè il godimento distinto e separato da parte di singoli soggetti appare incompatibile con la natura stessa dell'uso civico, che non si appartiene a persone, bensì a comunità (29), non si acquista a titolo derivativo, bensì si esercita in forza dell'appartenenza alla comunità.

        Ciò significa, come si è visto, che non si può nè cedere, nè ereditare.



                                       Ulteriori sviluppi giurisprudenziali 

Riveste notevole interesse sotto il profilo dell'analisi giuridica di tale problematica una decisione del Tribunale di Messina del 24 aprile 1953.

        Tale sentenza, dopo avere affermato che i pescatori della contrada "da tempo immemorabile vi esercitano una specie di uso civico, per altro mai denunziato, consistente nell'allevamento nelle acque del lago di alcuni molluschi, cozze e vongole", e precisato che tale potere "si esplica anzitutto con l'occupazione del fondo lagunare per edificarvi montagnole e recinti, e poi con l'utilizzazione di queste opere da vero ed esclusivo proprietario", finisce con l'affermare che "il contenuto di questo potere coincide perfettamente col contenuto del diritto reale di superficie......per cui, dal lato formale, può essere avvicinato ad un possesso su un bene demaniale, e propriamente ad un possesso conforme all'esercizio di fatto del diritto di superficie su un bene demaniale".

Nel nostro caso, come è chiarito nella sentenza della Corte di appello di Messina del 23 febbraio 1956 -la quale conferma nel dispositivo la predetta sentenza del Tribunale di Messina 24 aprile 1953 - (30) alcuni soggetti determinati esercitano la coltivazione delle cocciole a mezzo di montagnole subacquee, costruite su tratti del fondo lacuale e mantenute con periodici lavori, mentre altri coltivano le cozze in recinti costituiti da corda legata a pali che, infissi nel fondo, con quella delimitano superfici distinte del lago (31).

La pronuncia citata, a differenza di quella del Tribunale - la quale, pur incidentalmente, e contraddittoriamente con la successiva qualificazione, definiva come uso civico il diritto dei molluschicultori - esclude la sussistenza dell'uso civico in base alla circostanza di fatto del godimento separato da parte dei singoli (32), e, considerata la sopravvivenza nel diritto postunitario di istituti preunitari, conclude per l'esistenza di un diritto reale in capo a ciascun soggetto, che ha per oggetto la sua porzione di lago. Oggetto della controversia era proprio una questione ereditaria ed è ben noto che l'uso civico non si eredita, ma si acquista a titolo originario per il solo fatto di nascere nella comunità.
       
L'orientamento teso ad escludere l'esistenza di usi civici nel caso dei laghi di Ganzirri e Faro, fu poi seguito dalla Corte di Appello di Messina nella sentenza del 10 agosto 1966 (33). La pronuncia fu causata da un'azione promossa da cinquantatrè molluschicultori nei confronti della Provincia di Messina per il risarcimento dei danni causati ai vivai dei mitili dai lavori di costruzione della strada costeggiante il lago.

        La Corte riconosceva che "l'esercizio della molluschicoltura nel lago di Ganzirri, pertinente al demanio marittimo, costituisce estrinsecazione di un vero e proprio diritto reale, in quanto la legislazione italiana (art. 26 del T.U. 8.10.1931 n. 1604), accanto ai diritti esclusivi di pesca, derivanti dalle recenti concessioni, ha mantenuto in vita, sotto determinate condizioni, quelli basati su antichi privilegi sovrani, o acquisiti per possesso immemorabile, o per usucapione compiutasi in base alle leggi preunitarie, che l'ammettevano nei confronti dello stato".
      
  Affermava inoltre che si tratta di diritti di natura reale ascrivibili alla particolare categoria delle cosiddette servitù personali di uso, e quindi di diritti soggettivi tutelabili erga omnes con la sola limitazione discendente dal loro condizionamento all'interesse pubblico.
        Da ciò veniva fatta scaturire la risarcibilità del danno cagionato dalla Pubblica Amministrazione.

        La sentenza appellata, cioè quella del Tribunale di Messina depositata l'11 ottobre 1963, dichiarava che: "se l'uso pubblico non assorbe tutte le possibilità di sfruttamento del bene demaniale, l'imperium della pubblica amministrazione e la destinazione ad uso pubblico possono essere compatibili con l'esistenza di un diritto privato sulla cosa demaniale, presupponendo la demanializzazione scopi di utilità pubblica, che possono spesso conseguirsi senza la eliminazione di diritti quesiti dei privati". Qualificava come diritto soggettivo quello dei cocciolari.
       
La controversia veniva chiusa dalla sentenza del Tribunale di Messina del 28 ottobre 1975, la quale, dichiarando passata in giudicato la sentenza di appello del 31 marzo/10agosto 1966, liquidava il danno a ciascuna coltivazione.
        Specificamente si distingueva il danno temporaneo da inquinamento, che aveva distrutto le coltivazioni facendo perire le uova ed i molluschi, dal danno a carattere definitivo causato dalle opere stabili che avevano invaso il pantano, restringendo i vivai dei mitili e quindi diminuendone la superficie produttiva.

        Il giudicato copriva quindi, per il Tribunale, la questione della natura delle "concessioni", qualificate come "diritti esclusivi di pesca per la coltivazione di molluschi nel lago di Ganzirri, nascenti da provvedimenti amministrativi di antichissima data, certamente preunitari, consolidati attraverso l'esercizio continuo ininterrotto nel tempo".
       
La sentenza dichiarava che "i suddetti diritti hanno natura reale, essendo ascrivibili alla particolare categoria delle cd. servitù personali di uso e pertanto sono tutelabili erga omnes, cioè nei confronti di chiunque attenti alla titolarità o all'esercizio degli stessi". Concludeva per la tutelabilità dei predetti diritti nei confronti della provincia di Messina, "soggetto ben diverso dal concedente, che solo potrebbe imporre limitazioni nell'interesse pubblico".

        Pur liquidando il danno e condannando il danneggiante sembra però che la decisione consideri concessioni i diritti dei cocciolari, ritenendo che il regime dei diritti derivanti da concessione sia conciliabile con la qualificazione di servitù personale,
        Appare pertanto discostarsi quanto alla qualificazione della natura del diritto dalla sentenza di appello, i cui principi ritiene di applicare, poichè questa esplicitamente distingue i diritti derivanti da concessioni da quelli nascenti dagli antichi privilegi sovrani.

Alla luce degli sviluppi giurisprudenziali dei quali abbiamo seguito le vicende, e soprattutto della articolata ed assai fine analisi contenuta nella sentenza della Corte di Appello di Messina del 1966, i diritti dei cocciolari appaiono configurabili come servitù personali in re aliena (34), e cioè diritti reali pieni e non affievoliti, che differirebbero dall'uso civico in quanto, essendo personali e non comunitari, sarebbero trasmissibili a titolo particolare e universale, ma, come gli usi civici, non trarrebbero da concessione la loro origine (35).
       
E' fondamentale sottolineare l'assenza di qualunque canone che, invece, normalmente caratterizza le concessioni.
        L'uso civico sarebbe invece imprescrittibile ed inalienabile, si estinguerebbe per morte del civis titolare , ed i suoi eredi ne godrebbero per autonomo titolo solo se appartenenti alla comunità e non per derivazione dal titolo del de cuius. L'imprescrittibilità riguarda infatti il diritto della comunità i cui singoli membri, come tali, lo esercitano.

Il godimento separato da parte dei naturali è documentato, come abbiamo visto, già dal bando emanato in Messina dal Ministro della Reale Azienda (36), seguito al real Dispaccio del 1791, in cui si citano i recinti dei cocciolari.
       
Ciascuno ha sempre disposto delle proprie coltivazioni, il diritto sulle quali è stato trasferito fino ad oggi, sia a titolo particolare che universale, come è dimostrato da taluni atti notarili preunitari e post unitari che vengono trascritti in calce al presente studio.
        Da uno di essi (doc. n. ) si rileva che già in epoca borbonica gli appezzzamenti della superficie lacuale destinati alla pesca delle cocciole erano censiti in catasto.


Il diritto dei cocciolari quale diritto reale di pesca
 

Siamo dunque in presenza di diritti reali di pesca sul bene demaniale e non di usi civici di pesca. Tale linea di pensiero viene seguita dal Tribunale di Messina, nella sentenza depositata il 28 agosto 1989, la quale li definisce diritti esclusivi di pesca - reali ma costituenti servitù personali di uso - su singole parti di lago, ricordando che questi "appezzamenti" fanno persino parte del Catasto terreni.

Resta aperta la questione sulla natura di diritti originari e non affievoliti dei diritti in questione, che non nascono da concessione della Pubblica Amministrazione, bensì da titolo diverso. Lo stesso ordinamento regio preunitario li dichiarava consuetudinari ed appartenenti ai naturali del luogo, riconoscendone la preesistenza.

Ciò significa che essi non sembrerebbero suscettibili di revoca da parte della Pubblica Amministrazione, non essendo derivati da concessione, bensì di provvedimenti di espropriazione.
E' da ricordare, infatti, che diritti di uso civico sono stati dichiarati estinti con legge: tale è, ad esempio, il caso dei diritti di pesca sul lago di Paola (37), mentre nel caso del Fucino il mutamento di destinazione con il perimento del lago è stato considerato estintivo dell'uso civico delle popolazioni ripuarie (38).

        Per operare l'estinzione di un diritto di servitù personale in re publica sembrerebbe dunque indispensabile il ricorso alla espropriazione.

Ultime vicende giudiziarie 

La controversia che è stata oggetto della sentenza del Tribunale di Messina n.615 del 28 agosto 1989, ultima, ma siamo certi per non molto tempo, della lunga vicenda storica dei laghi, contrapponeva, come già si è detto, ai molluschicoltori una associazione sportiva, che intendeva utilizzare uno dei laghi per lo svolgimento di una gara nautica.

        In particolare il Tribunale civile di Messina, con la decisione depositata il 29 agosto 1989, ha confermato un provvedimento, emesso ex art.700 c.p.c. dal pretore, ponente il divieto di effettuare una gara sportiva nei laghi, ed ha rigettato nel contempo le richieste avanzate da organi dello Stato e della Regione che, intervenendo nel procedimento di convalida, eccepivano da un canto l'illegittimità del provvedimento pretorile, in quanto relativo a beni di carattere demaniale, e chiedevano dall'altro il rilascio di quelle porzioni di laghi che i mitilicoltori o "cocciolari" occupavano in base all'asserita e comunque illegittima sussistenza in loro favore di diritti di pesca o usi civici.

Peraltro l'intervento del Ministero della Marina Mercantile, del Ministero delle Finanze e dell'Assessorato per il territorio e l'ambiente della Regione Siciliana valgono a collegare la vertenza a controversie precedenti, sì da attenuare la peculiare caratteristica della stessa, che è per l'appunto quella di avere come iniziali protagonisti da un lato un gruppo di mitilicoltori o "cocciolari", riuniti in associazione o agenti uti singuli, e dall'altro una società sportiva, intenzionata ad effettuare sui due specchi d'acqua gare di "minischiff" che implicavano la previa rimozione degli impianti per la coltivazione dei mitili.

        Il Tribunale di Messina, come già si è detto, ha confermato il provvedimento pretorile che aveva interdetto l'effettuazione della gara nautica, salvaguardando così gli interessi dei "cocciolari".        La sentenza non contesta, anzi decisamente riconosce, che i laghi di Ganzirri e di Faro facciano parte del demanio marittimo, e più specificamente del demanio marittimo della Regione Siciliana, tuttavia assume, e con ragione, che siffatta demanialità non porta ad escludere la presenza di diritti esclusivi di pesca di natura reale, ascrivibili alla particolare categoria delle cosiddette servitù personali di uso: diritti che possono gravare su porzioni del bene demaniale.

        Il duplice ulteriore presupposto su cui poggia la decisione è, da un lato, quello che debba essere riconosciuto ai "cocciolari" ricorrenti il possesso di tali diritti o servitù e, dall'altro, che la pubblica amministrazione non sia legittimata ad eccepire l'estinzione di tali diritti di pesca, in mancanza di un proprio provvedimento che ne abbia formalmente dichiarato l'avvenuta estinzione.

Prescindendo dalle peculiarità della controversia e da qualsiasi considerazione di carattere procedurale, è di tutta evidenza che la decisione annotata ripropone sia l'annoso problema della natura giuridica dei due specchi d'acqua, sia quello, non meno grave, sotto l'aspetto economico, della coesistenza sul medesimo bene di una pluralità di situazioni giuridiche non sempre tra di loro facilmente compatibili.

        In sede di merito per la convalida del provvedimento, l'associazione " I Laghi dello stretto " aveva convenuto in giudizio il "Marinafaro Sporting Club", il Ministero della Marina Mercantile, il Ministero delle Finanze e l'Assessorato al territorio e ambiente della Regione Siciliana, richiedendo sia la convalida del provvedimento di sospensione di gare nautiche (minischiff), sia il riconoscimento in capo agli associati e ricorrenti dell'esistenza di diritti reali di proprietà su singoli spezzoni dei laghi, data la non demanialità degli stessi, collegati al mare artificialmente per opera dell'uomo. I convenuti avevano chiesto la revoca del provvedimento di sospensione delle gare.

        I Ministeri e l'Assessorato avevano chiesto che fossero dichiarati estinti i diritti esclusivi di pesca degli associati, così qualificando le situazioni giuridiche di cui i cocciolari sono titolari, non avendo gli stessi presentato la prescritta domanda di riconoscimento.
        Inoltre avevano chiesto il rilascio delle porzioni di lago ed il risarcimento del danno per abusiva occupazione.
L'estinzione veniva eccepita sulla base dell'art.23, II comma del T.U. 8.10.1931 n.1604 per la mancata presentazione, entro il 31 dicembre 1921, della prescritta domanda di riconoscimento.

Il Tribunale non distingueva gli usi esclusivi di pesca, quali diritti affievoliti, dai diritti reali di pesca; assimilava gli uni agli altri; dichiarava che l'estinzione - ritenuta quindi possibile - sarebbe dovuta derivare da un atto amministrativo, che non fu mai emanato; richiamava la relazione sopra citata della Commissione Ministeriale, ma trascurava di evidenziare che ivi la qualificazione giuridica era quella di usi civici.

        Riteneva il Tribunale che l'eccezione predetta di estinzione dei diritti fosse inammissibile in sede civile, in quanto la stessa comporterebbe l'esame da parte del giudice civile di un reclamo che dovrebbe essere oggetto di giudizio innanzi al Tribunale delle Acque.
Da ciò inferiva che "gli attori e gli intervenienti sono titolari di diritti esclusivi di pesca di natura reale, ascrivibili alla particolare categoria delle c. d. servitù personali di uso, tutelabili erga omnes, su singoli spezzoni del lago di Ganzirri".
        Riteneva il Tribunale che tali diritti siano tutelabili nei confronti di qualsiasi terzo ivi compresa la Pubblica Amministrazione (39), e che sussista la giurisdizione del giudice ordinario, non essendo stati i predetti diritti espropriati nè oggetto di un provvedimento di revoca o di decadenza.

        Esplicitamente dichiarava che il provvedimento del Sindaco di Messina di inibizione della coltivazione per motivi sanitari non fa decadere i medesimi diritti al rango di diritti affievoliti e quindi di interessi legittimi.
Tale argomentazione non appare chiara, perchè limiti all'esercizio di qualunque diritto, anche perfetto e non affievolito, sono possibili per motivi di pubblica sanità, indipendentemente dalla natura del diritto medesimo.

        Le argomentazioni sulla base delle quali è stata raggiunta la decisione non includono l'approfondimento delle questioni generali di diritto, che evidentemente sono state considerate ormai storicamente scontate.   

L'assimilazione dei diritti esercitati dagli attori - pur definiti "di natura reale" e "tutelabili erga omnes", e quindi noi crediamo da ritenersi diritti soggettivi perfetti in quanto originari - ai diritti esclusivi di pesca, non può essere condivisa, poichè questi ultimi, a differenza dei primi, derivano per concessione costitutiva dal potere o dal diritto dell'ente concedente, cui normalmente viene versato un canone in contropartita della concessione stessa, canone che, per altro, manca nel caso di specie. I diritti di pesca, come ogni altra concessione, sono revocabili dalla P.A., ed in tal caso hanno natura di diritti affievoliti, e quindi degradati ad interessi legittimi quando la P.A., nell'interesse pubblico, li comprima o sacrifichi.
       
La tutela appartiene in tal caso alla giurisdizione amministrativa.

        Diverso è, come è ben noto, il fenomeno del potenziale affievolimento di diritti originariamente perfetti, anche e perfino quello di proprietà, poichè ogni diritto è esposto ad affievolimento pur se nato non affievolito, ma perfetto. E' superfluo citare il caso dell'espropriazione.


Prospettive odierne

Con le ultime vicende descritte vediamo nuovamente contrapporsi due possibili forme di utilizzazione dei laghi. Come all'inizio del secolo scorso nasceva il conflitto fra la destinazione alla pesca e la consueta e tradizionale produzione di frutti di mare, così oggi una nuova controversia si è già affacciata all'orizzonte ed è destinata ad inasprirsi col progetto di un porticciolo turistico nel lago del Faro.

        Appare frutto di nuovi tempi assai più doviziosi che lo sfruttamento prefigurato non abbia più carattere immediatamente produttivo di ricchezza, bensì di carattere ludico e turistico.
        Certamente uno scontro di tale proporzione da avere come posta la scomparsa di una tradizione millenaria non potrebbe che assumere dimensioni così rilevanti da rimettere in discussione funditus l'intera problematica affrontata e risolta nel corso di due secoli.

G. A. Malatino

 



 

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