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Archeologia a Messina - 3 -
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3) PROBLEMATICA ARCHEOLOGICA DI MESSINA – Premessa metodologica   –

La sintesi delle vicende della storia plurimillenaria di Messina, che nelle note seguenti si intende proporre, è propedeuticamente indirizzata a un tentativo di delineare, o almeno solo accennare, argomentazioni attinenti all’archeologia della Città dello Stretto e dell’estrema cuspide nord-orientale della Sicilia. ||Dati acquisiti nel corso del tempo, sia dalle rare osservazioni del passato, che dalla moderna ricerca sul campo, con la sommaria trattazione dei problemi e delle prospettive di ricerca ad esse relativi, per la maggior parte rimasti ancora inediti, o tutt’al più noti solo alla ristrettissima cerchia di fruitori di tali studi e degli “addetti ai lavori”.

       Un intento, quindi – che ci si augura non velleitario – di delineare, sia pure nei limiti ben definiti di in un’ottica “amatoriale”– ma non per questo vietamente dilettantesca – problematiche di ambito archeologico attinenti al territorio di Messina: territorio, peraltro, già di per sé estremamente “problematico” (vedi supra nota precedente e infra note successive) per la conservazione dei suoi beni culturali, precipuamente archeologici e ambientali.

        Dopo i lavori divulgativi di Franz Riccobono – a cominciare dal suo utilissimo saggio “La Storia ritrovata - dieci anni di ricerche archeologiche a Messina” (Messina 1976), con l’importante elenco di vari recuperi di emergenza effettuati da privati volontari nel decennio 1965-75 (vedi infra note successive) – principale antesignano e iniziatore dell’attuale fervida stagione di studi “amatoriali” sul patrimonio culturale peloritano, di cui resta tuttora elemento di spicco, con saltuari ma sempre utili contributi in argomenti di geo-paleontologia e di archeologia messinesi prodotti da altri studiosi, solo formalmente “dilettanti”, quali, rispettivamente, gli scomparsi Adolfo Berdar e Bartolo Baldanza e di Franco Chillemi, Nino Principato, Amelia Stancanelli (note varie di topografia archeologica), Rocco Sisci (archeologia, storia ed etno-antropologia navali) e Nino Sarica (note di topografia archeologica e storia antica), oltre a quelli di chi scrive e, per quanto attiene alla numismatica antica, le ricerche dello scomparso Giuseppe Moleti – pubblicate nel suo accurato saggio “La monetazione di Zancle Messana” (Messina 1999) – non è stato, infatti, proposto un approfondito e articolato tentativo di esporre argomenti di archeologia di Messina al di fuori dei circuiti accademici.

        Proposto dunque, in questa sede, ad un più ampio target di potenziali interessati all’archeologia di quest’estremo angolo nord-orientale della Sicilia, il presente lavoro vuole dunque costituire un ulteriore stimolo per maggiori impegni di studio, a tutti i livelli, come, altresì, di tutela e valorizzazione di questo periferico ma fondamentale settore dei beni archeologici siciliani.

       Ciò nella considerazione del fatto, poi, che a Messina la persistente, deplorevole mancanza di una grande struttura museale specificatamente predisposta all’adeguata sistemazione e all’esposizione al grande pubblico, e quindi alla conoscenza e alla valorizzazione, del patrimonio archeologico finora recuperato in città e nel suo territorio – spesso salvato in extremis dai continui sbancamenti di terreni ad opera dell’unica vera industria locale: la speculazione edilizia – contribuisce ancora sensibilmente alla sua  tradizionale sottovalutazione, presso il grande pubblico come anche nello stesso ambito mondiale degli studiosi dell’archeologia italiana.  

       Infine, date la vastità e la profondità delle problematiche pertinenti all’archeologia di Messina e del suo Stretto e dell’estrema cuspide peloritana della Sicilia, che solo da pochi anni vengono indagate sistematicamente – ove possibile – dal competente Servizio Archeologico della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina (vedi infra) – e ai cui siti informatici di riferimento si rimanda per più dettagliate notizie dei relativi scavi e scoperte recenti a Messina e nella sua Provincia – sarebbe un’impresa improba e anche pretenziosa, per un lavoro puramente “amatoriale”– quindi certamente lacunoso di elementi, che ci si augura non essenziali – come quello che qui si intende proporre, non poter attendere all’eventuale “attenuante” di un approccio pur sempre extra-professio a una dimensione così complessa e profonda qual’ è quella delle antichità di Messina: una realtà archeologica – ripetiamo – ancora poco nota, ma di primo piano nel contesto, immensamente ricco, delle civiltà mediterranee e delle loro vicende che nel corso dei millenni ebbero come teatro il suo mitico Stretto.       

 

 

Non può di certo considerarsi ancora ampia ed esaustiva la produzione, recente e relativamente recente, di studi accademici avente a specifico oggetto l’archeologia di Messina – cioè la sua topografia antica e lo studio analitico dei suoi monumenta antiquitatis – ad eccezione dell’importante saggio di George Vallet “Réghion et Zancle” (Parigi 1958), datato ma tuttora fondamentale per l’archeologia classica dello Stretto e dei lavori, rimasti purtroppo allo stadio preliminare, dello scomparso Giacomo Scibona (vedi infra) a cui si aggiungono recenti saggi accademici di Grazia Spagnolo; caratteristica che invece può essere attribuita ai lavori, certo da considerare ormai vasti ed esaustivi nelle rispettive discipline, di docenti (e i loro valenti collaboratori) quali Laura Bonfiglio e Vittorio Conato, per quanto concerne la geo-paleontologia quaternaria dello Stretto e Maria Caccamo Caltabiano, per quanto attiene alla  numismatica classica, con particolare attenzione a quella delle due pòleis dello Stretto, cioè Zancle-Messana e di Règhion.

        Ma sono il Servizio Archeologico della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali e il Museo Regionale di Messina i due centri istituzionali da dove proviene la più abbondante e aggiornata produzione di saggi scientifici sull’archeologia peloritana, con importanti pubblicazioni degli scavi di questi ultimi anni, a Messina come nella vicina Milazzo e di vari materiali museali, di cui, per tutti, basti ricordare quelle, rispettivamente, di Maria Giovanna Bacci, Anna Carbè, Maria Clara Martinelli (paletnologia), Umberto Spigo, Gabriella Tigano e loro validi collaboratori e Pietro Villari, come collaboratore esterno (paletnologia e archeozoologia) e, per il Museo Regionale, di Maria Amalia Mastelloni (reperti della sezione archeologica e collezioni numismatiche).

        La suddetta proposta di trattazione nel presente lavoro viene pertanto a limitarsi principalmente a vicende e problemi anteriori all’ultimo ventennio circa; da quando cioè la Regione Sicilia – giuste le leggi regionali nn. 80/77 e 116/78 (le così dette leggi Ordile) – a Messina, come negli altri capoluoghi di Provincia dell’Isola, ha attivato e avviato l’istituto della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, che è l’odierno organo tecnico regionale di tutela multidisciplinare dei beni culturali, su base territoriale provinciale e a cui è devoluta, tra l’altro, l’attività sistematica di controllo sui complessi archeologici venuti in luce in città e in provincia in questi due ultimi decenni: attività di tutela che però si è contestualmente concretizzata anche, come già ricordato, nello studio e nella pubblicazione dei rispettivi scavi; compito non sempre agevole per questo genere di tecnici funzionari delle soprintendenze italiane, intensamente impegnati, com’è noto, in eterne emergenze su territori e realtà generalmente di particolare criticità. 

        E’ importante, inoltre, ricordare anche in questa sede che l’attività istituzionale degli archeologi della suddetta Soprintendenza di Messina opera in città e in provincia, dalla fine degli anni Ottanta, sulle precedenti orme dell’attività a suo tempo espletata, in qualità di ispettore onorario della precedente Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale, dallo scomparso “decano” e maestro dell’archeologia peloritana del secondo Novecento: il compianto Giacomo Scibona.

       Una serie lunga e impegnativa di scavi e recuperi quasi tutti di emergenza più o meno immediata, connessa alla continua attività istituzionale di controllo delle aree archeologiche sottoposte a trasformazioni e a incessanti interventi edilizi, effettuata da questa sparuta pattuglia di valenti archeologi, con l’esito della restituzione di tanti preziosi complessi di manufatti – dalla Preistoria al Medioevo – e di momenti di conoscenza di topografia antica di Messina e della sua Provincia, molti dei quali a suo tempo dallo scomparso studioso già individuati e parzialmente esplorati. ||Con la differenza, però, che negli anni in cui operava lo Scibona – anteriormente cioè all’istituzione dell’attuale Soprintendenza di Messina – i limiti operativi concessi sul campo all’attività archeologica dalle situazioni ambientali, sempre particolarmente difficili, erano ben più ristretti di oggi; pur tra tanti ostacoli e amarezze personali egli però continuava ad operare fino alla fine dei suoi anni con l’abnegazione del vero archeologo, salvando da questi terreni devastati dalla speculazione edilizia tanti preziosi materiali e dati di conoscenza altrimenti distrutti per sempre o dispersi.

        Un’attività più che quarantennale, quella dello Scibona, a Messina iniziata nel lontano 1965 e di cui in atto si attende la divulgazione analitica dei lavori, che lo studioso aveva iniziati nel corso della sua lunga “militanza” sul campo dell’archeologia di Messina e della Provincia e la cui prematura e recente dipartita non gli ha purtroppo dato il tempo di concludere e pubblicare.

 

 

Per quanto poi concerne più strettamente il metodo di approccio alle problematiche archeologiche di Messina è essenziale tenere presente che qualsiasi tentativo, che si voglia rendere credibile, di delineare l’esatta portata di esse – così come parimenti quella di molte altre complesse realtà archeologiche e storiche della Sicilia e, oltre Stretto, delle antiche realtà peninsulari magnogreche ed etrusco-italiche – non si può, innanzitutto, che sottostare ad una preventiva “ripulitura” culturale, più ancora che metodologica, dalle secolari incrostazioni apologetiche di un decrepito provincialismo “siculocentrico” e municipalista, ancora pervicacemente duro a morire.

       Il diffuso comune sentire localistico, infatti – valido quale genuina espressione identitaria, ma deleterio se degenerante, nelle menti rozze, in ottuso campanilismo – è innegabilmente una delle più immediate chiavi di lettura “popolari” anche per l’archeologia di un territorio, oltre che per le vicende storiche più o meno remote ad esso attinenti. ||Pertanto, seppure giustamente banditi dalle turres eburnae degli studi accademici più accreditati, gli esiti “celebrativi” di un vecchio “pseudo-patriottismo” regionalista e di campanile non lo sono ancora altrettanto nelle vulgate scolastiche e in molta divulgazione “amatoriale”: lavori del più vario spessore culturale e non sempre positivamente ispirati, per lo più, per quanto concerne la Sicilia, da una storiografia encomiastica – ancorché di antica e illustre origine – oggi rappresentata principalmente dall’opera –“nobilmente concepita” ma di incerta obiettività – prodotta da un noto storico accademico “sicilianista” dell’Università di Catania, di recente scomparsa.

       E, seppure non certo utile a una facile captatio benevolentiae da parte dei numerosi fruitori di certa retorica “sicilianista”, non si può non ammettere che assunti e conclusioni di tale storiografia “insulare” non di rado sono solo esito di sterile rivalsa localistica in chiave auto-consolatoria, che, nell’“arruolare” sia vere, sia solo presunte “glorie” passate di contro a vieti luoghi comuni (siano o no “di stampo nordista”) contesta vacuamente, con una vis degna di miglior causa, anche le tante giuste constatazioni di tanti fenomeni e aspetti politico-culturali ed economici per lo più negativi o decisamente deleteri della Messina e della Sicilia dei secoli moderni e recenti – ma specialmente di quelli contemporanei, dall’ultimo dopoguerra in poi – riscuotendo facili quanto stolti consensi “da stadio” negli ambiti popolari, ottenendo così facile cittadinanza nei salotti della politica locale e dell’informazione giornalistica; mentre i sottoprodotti semi-colti di tale malinteso “amor patrio” da strapaese, declinano quasi sempre in amenità dilettantesche e triti luoghi comuni, fino alla becera incultura campanilista da “bar dello Sport”.

       Una vulgata storiografica semi-colta e una diffusa sottocultura “popolare”, infine, che oggi in Italia sono alimento ideologico e culturale di attuali pulsioni anti-unitarie, che però – per quanto attiene alla storia più recente, di cui l’attuale centocinquantenario dall’impresa garibaldina e dall’Unità ne caratterizza la tappa più importante – trovano parziale riscontro in tante pagine di storia antica e, specialmente, meno antica del nostro Meridione e della Sicilia non ancora giustamente messi in luce nella loro drammatica grandezza, magari a favore della vulgata ufficiale e dominante di un politically correct “scolastico”- istituzionale, certamente da rivedere, per la storia di queste nostre regioni meridionali, non di rado ab imis fundamentis.          

 

 

E’ parimenti da tenere presente quanto, comunque, illustri siano stati gli esordi umanistici di quella, ormai datata, storiografia municipalista; che in Italia, prendendo spunti dall’agiografia religiosa medievale di origine bizantina, viene a elaborarsi tra il Cinque e il primo Settecento, nell’ambito della grande riorganizzazione culturale degli studi storico-umanistici ed “antiquari”, di conserva al riorganizzato studio delle lingue e della filologia classiche operati in seno al rafforzamento del carisma culturale del cattolicesimo controriformista, per lo più sotto l’egida ispiratrice della grande cultura gesuitica, di contro all’ugualmente agguerrito umanesimo germanico riformato, da cui però, nel Secolo dei Lumi, verranno i più  aggiornata filologia del classicismo archeologico dell’età neoclassica.

       A Messina la  storiografia municipalista – particolarmente vasta in una condizione di così primaria im per lo più sotto l’egida ispiratrice della grande cultura gesuitica portanza goduta dalla Città dello Stretto nei secoli passati, precipuamente appunto nel Cinque e nel Seicento – è rappresentata, in senso paradigmatico, dalla monumentale “Iconologia della beata Vergine Maria Protettrice della nobilissima Città di Messina”, opera per tanti versi comunque preziosa, del gesuita Placido Samperi (prima ed. Messina 1644): acriticamente accolta dalla storiografia locale otto e novecentesca, ancorché “arruolata” persino in tanti aspetti di quella “neoghibellina” del filone risorgimentale, fino a sedimentarsi nella vulgata manualistica locale, specie se di municipalismo di matrice religioso-devozionale.       

       Derubricandone, tuttavia, i postulati encomiastici e l’obsolescenza celebrativa di veri o presunti fasti civici in più accettabili e attuali criteri di obiettività storica – rigettando, insomma, il cascame apologetico di campanile – il grande filone storiografico municipalistico, a Messina come altrove ancorché da lunga pezza screditato presso i “palati fini” degli studiosi accademici, con le sue forti connotazioni identitarie è ancor oggi in grado di assolvere il ruolo che gli è proprio, in chiave di stimolo “popolare” per una corretta conoscenza e per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale peloritano.

         E, di fronte ad un presente per tanti aspetti e in larga misura – lo si riconosca o no – tutt’altro che presentabile e alle prospettive future certo non facili di una realtà come quella di Messina, tale patrimonio diviene un valore ancor più prezioso.        

Nino Malatino  
                                                                                        
- (continua)  -

 

                                                                                                                 

 


 
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