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Archeologia a Messina - 4 -
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4) PROBLEMATICA ARCHEOLOGICA DI MESSINA – Cenni sulla genesi del  territorio –

Prima di iniziare il tentativo di proporre la sommaria descrizione della formazione quaternaria del territorio destinato ad ospitare in tempi storici la città di Messina e della fascia costiera dell’estrema cuspide nord-orientale della Sicilia – argomento proposto nella presente nota – si rende necessario premettere l’oggettiva constatazione, fin troppo evidente per chi vive o solo osserva questa realtà, dello stato attuale di questo territorio.

Ad una compiuta “lettura” del panorama orografico di questa fascia di comprensorio peloritano osta infatti al giorno d’oggi, in modo determinante, l’immagine avvilente della coltre di edilizia abitativa che l’ingigantita e agglutinante dimensione urbana, totalmente dominata dalle istanze, purtroppo puntualmente soddisfatte, della speculazione edilizia, vi ha steso (e incessantemente vi stende ancora in atto) praticamente ovunque, anche sventrando pericolosamente e deturpando irrimediabilmente le colline soprastanti la città, con un’inarrestata alluvione artificiale di cemento e asfalto che dura incessantemente da mezzo secolo e che si accanisce con particolare, inarrestata virulenza – assolutamente al di fuori di ogni logica urbanistica, con un’artificiale “bolla di edilizia speculativa” priva di alcuna giustificazione per una situazione di sottosviluppo e di decremento demografico – proprio in questo primo decennio del XXI secolo.

Muovendo da un originario assetto di sostanziale equilibrio con il territorio, che era stato raggiunto dalla dimensione urbana della “vecchia Messina” ricostruita dopo il terremoto del 1908 e che, superata la crisi bellica dei bombardamenti alleati del 1943, si era mantenuto fino a poco dopo la metà del secolo ora trascorso, a partire dagli anni Sessanta un sempre più aggressivo stravolgimento e allargamento a macchia d’olio di tale originario assetto urbano quasi esclusivamente per esigenze di edilizia abitativa, in massima parte della speculazione privata, al giorno d’oggi è arrivato a saturare la cementificazione sia delle coste che degli antichi torrenti, oggi quasi del tutto coperti e sostituiti da assi stradali, passando ad aggredire selvaggiamente i primi rilievi collinari, brutalmente sventrati e poi obliterati da file chilometriche di pacchiane, o solo amorfe, “palazzine - vista mare”, espressioni della “non architettura” di banalissimi non-luoghi urbani senza storia – e non di rado vera e propria “edilizia-spazzatura” di pessima resa estetica e di scadente qualità anche nei materiali, anch’essi imposti alle imprese dal parassitismo di un losca economia para-mafiosa di controllo dei cantieri – formando così tutta un’immensa “palazzinopoli”, a tratti addirittura allucinante, con bruttissimi palazzoni addossati a pochi metri l’uno dall’altro e che, praticamente senza soluzione di continuità, sostituendosi alle antiche balze collinari, stende la sua  soffocante cortina di cemento dall’estremo Sud all’estremo Nord della città e anche oltre: aggressione al territorio che, ad onta di recentissimi disastrosi dissesti di terreni, con il sacrificio anche di tante vite umane, continua imperterrita e impunita, fidando nell’imbelle (o, peggio, collusa) presenza di chi, nelle istituzioni – Comune (Giunta, Consiglio e Commissione Edilizia), Genio Civile e, specialmente, Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali (Servizio Beni Architettonici e Paesistici)  in primis – sarebbe chiamato a controllare e impedire tanto scempio di territorio e di pubblico patrimonio.

Queste colline – formazioni litoranee quaternarie delle fasi fossili dello Stretto di Messina (vedi infra) – poste un tempo a corona della città dal lato dei soprastanti monti Peloritani, trovavano nella strada di circonvallazione – una delle prime realizzazioni dell’urbanistica post terremoto (vedi infra note seguenti) – il limite Ovest, lato-monte dell’organismo urbano della vecchia Messina e, susseguendosi in una serie di balze verdeggianti sullo sfondo delle montagne peloritane, venivano a caratterizzare il bellissimo scenario ambientale e paesistico che fino a tutta la metà del secolo scorso si distendeva alle spalle della città, in parallelo con lo splendido scenario dello Stretto e che in passato, dalla notte dei tempi fino alla prima metà del Novecento, tanto aveva estasiato i viaggiatori in transito in questo braccio di mare; prima che esso venisse, come oggi, massacrato dalle cave di sabbia e dalle onnipresenti cortine di cemento a perdita d’occhio della speculazione edilizia.

Tutto questo oggi è irrimediabilmente compromesso e deturpato (per sempre) dalla patogenesi urbanistica di fine Novecento, purtroppo – come già detto – tuttora in atto in questi primi anni del Duemila. ||Ma non è ancora tutto!

Infatti agli scempi paesistici e ai dissesti inflitti al territorio peloritano dall’edilizia d’assalto della potente lobby dei palazzinari locali e dei loro manutengoli istituzionali, quasi a completarne l’”opera” devastatrice, sta avvicinandosi a grandi passi un imminente, sciagurato stravolgimento generale (e definitivo) delle due sponde dello Stretto di Messina, per far luogo al progettato, forzoso inserimento del noto gigantesco manufatto di “attraversamento stabile”: il già famigerato Ponte. ||Sempre ché lo si possa (e voglia) davvero realizzare, oltre l’inaugurazione propagandistica dei lavori e i business più o meno “trasparenti” dei progettati, titanici sbancamenti dei terreni fuori e, specialmente, dentro la città e i suoi villaggi sulla riviera Nord (!!) e la cui eventuale (e pericolosissima) realizzazione cambierebbe per sempre, tra l’altro, l’aspetto naturale di questo mitico braccio di mare, oscurandone altresì gran parte delle coste sotto la sua immane (quanto inutile) mole!

Eppure si pensi che, se lo spettro incombente del più faraonico eco-mostro mai progettato si potesse miracolosamente fermare in extremis e si potesse altresì arrestare, una volta e per tutte, il continuo assalto palazzinaro alle colline di Messina, una più accorta gestione pubblica di ciò che rimane di questo comprensorio e delle sue residue risorse – che, nonostante tutto, non è ancora poco – avrebbe ancora delle concrete chances di salvezza e di valorizzazione dell’esistente.

Ma questa è tutta un’altra storia; anche se pur sempre indirettamente legata alle tematiche del presente lavoro ed è quindi dato ad altri il compito di discuterne in più appositi ambiti.

In questa sede, dopo tale purtroppo necessaria premessa, si torna alla tematica di base che ci si è proposti, che è  l’archeologia di Messina; cominciando dal proporre, con la nota presente, dei sommari cenni sulla genesi quaternaria e le connotazioni paleo-geografiche dello Stretto di Messina e del suo comprensorio, per poi passare, nella nota successiva, a proporre una sintesi retrospettiva del millenario avvicendarsi di popoli e civiltà in questa estrema cuspide peloritana.

 

 

La piana alluvionale litoranea ove oggi insiste la città di Messina e il suo immediato territorio costiero si configura come l’esito di un’orogenesi geologicamente molto recente (e tuttora drammaticamente attiva), costituita dal millenario depositarsi di masse detritiche, provenienti dall’erosione dei rilievi della soprastante catena dei monti Peloritani, i Monti Chalcidici degli antichi geografi greci e i Neptunii Montes (Monti di Nettuno) degli antichi geografi romani, dominati dalle vette dei due maggiori rilievi, costituiti dal monte Dinnammare e dal massiccio, in parte distaccato, di Monte Scuderi –  l’uno o l’altro tramandatosi con l’antico toponimo di Mons Chalcidicus – come esito della dinamica alluvionale di una numerosa serie di corsi d’acqua da essi provenienti.

La formazione della fascia litoranea dell’attuale sponda siciliana dello Stretto di Messina, analogamente a quella dell’opposto, “gemello” versante calabro di Reggio Calabria – trattandosi, com’è noto, sostanzialmente di un unico comprensorio – viene cronologicamente a ricadere quasi del tutto, come già accennato, nell’attuale geologia dell’Olocene medio e recente; dunque a partire  presumibilmente dal IX-VIII millennio circa a.C., con un primo conformarsi nell’assetto storicamente noto – anche in base a conferme di carattere archeologico sui più antichi insediamenti individuati in questi terreni (vedi infra le note successive) – verso il V millennio a.C..

Il principale agente formativo di tale orogenesi è, dunque, un attivissimo e vasto sistema di fiumare, provenienti, come già detto, dai soprastanti monti Peloritani, con scorrimento in direzione Est, per quanto concerne il versante di Messina e in direzione Nord-Ovest, per quanto attiene i piccoli centri abitati dell’opposto versante tirrenico; erodendo i rilievi e modellando le coste fino alla loro attuale conformazione morfologica.

Le ingenti masse dei depositi alluvionali sciolti apportate e depositate nel corso degli ultimi 10000 anni da questa numerosa serie di torrenti, sia mediante processi di lenta e costante sedimentazione che a via di catastrofiche esondazioni e smottamenti collinari, sono dunque venute e formare la potente e sempre più estesa coltre terrigena, destinata a ospitare la città di Messina e i centri rivieraschi minori della cuspide peloritana, determinando il contestuale arretramento delle linee di costa (regressione marina), giunte a conformarsi, in avanzata età storica, nell’aspetto attuale.

E’ altresì noto come una linea di costa non sia solo il portato di sedimentazioni che dalle zone più alte della terraferma degradano verso il mare, trasportati dalla gravità o dalle acque correnti, bensì è essa anche l’esito di delicati equilibri tra una terraferma e un fondale marino che si sollevano (eustatismo) o si abbassano (subsidenza), sotto la spinta, ove lenta e graduale, ove parossistica e catastrofica, dei perenni movimenti della crosta terrestre. ||Così com’è noto il fatto che le montagne e le pianure non siano solo l’esito morfologico dell’erosione eolica e delle acque meteoriche e di scorrimento sulle rocce superficiali e della deposizione a valle o in pianura, fino sulla linea di spiaggia, dei prodotti di questa dinamica erosiva, bensì esse sono anche – anzi, principalmente – il portato dei movimenti contorsivi, solitamente lentissimi ma talvolta anche catastroficamente repentini, della crosta terrestre.

Esattamente ciò che evidenzia la storia geologica recente dei territori che formano l’odierno Stretto di Messina, dove, accanto all’intensa attività alluvionale dei torrenti, un’altra pesante ipoteca sull’incerta stabilità dell’assetto territoriale è costituita, com’è ben noto, dalla potente dinamica tettonica e dalla conseguente attività sismica del complesso sistema di faglie che caratterizza la crosta terrestre di questi territori dell’estremo meridione d’Italia e della Sicilia settentrionale. ||Mentre, invece, i vasti sistemi vulcanici non lontani, cioè quelli delle isole Eolie e dell’Etna, a cui fino agli ultimi tempi preistorici si associavano quelli peloritani, il maggiore dei quali era il vulcano oggi spento di Mojo Alcantara, non sembra abbiano svolto particolari ruoli diretti sulla dinamica morfologica dei territori dello Stretto.

E’ dunque una conformazione delicata e instabile, quella che caratterizza questo ancor “giovane” territorio, prodotto ultimo della più vasta dinamica della “tettonica a placche” inerente il ben noto spostamento a Nord, a partire dal tardo periodo mesozoico – il Cretacico inferiore e medio, cioè a partire da circa 120 milioni di anni fa – della grande placca tettonica africana – di cui la porzione comprendente la Corsica, la Sardegna, la Sicilia e il Centro-Sud d’Italia è una delle regioni settentrionali – in collisione con la confinante placca eurasiatica; artefice della costituzione delle catene delle Alpi (l’Ortogenesi Alpina) e degli Appennini e che pare abbia accentuato la propria attività neozoica proprio nel corso delle crisi tettoniche tardo terziarie e quaternarie.

Per quanto strettamente riguarda Messina e tornando alla dinamica alluvionale di costruzione (e ricostruzione) della sua fascia costiera, il presumibile stadio iniziale della costante modificazione delle linee di costa di questo tratto del versante siciliano dello Stretto dovrebbe considerarsi un’originaria situazione che, nel corso dell’Olocene antico, appunto intorno a circa 10000 anni fa, a seguito dell’ultima grande trasgressione marina dell’esordio dell’attuale optimum climatico mediterraneo, doveva vedere lambire dal mare la base delle prime alture collinari a ridosso dell’attuale circonvallazione e che, ben presto, il costante ma anche catastrofico apporto di masse detritiche delle numerose fiumare dei Peloritani – certo anche in connessione con le oscillazioni climatiche apportate dall’attuale Olocene – con un dinamismo accentuato da edifici montani e balze collinari particolarmente erti e acclivi, sarebbe venuto a costituire il fattore realizzativo dell’attuale fascia costiera dello Stretto.

Il progressivo innalzamento degli antichi piani di campagna di queste due fasce costiere trova dunque gli agenti formativi dei nuovi terreni sia nell’eustatismo tettonico che nell’intensa dinamicità alluvionale; quest’ultima, più ancora dei ricorrenti terremoti, sarebbe stata destinata a costituire una perenne minaccia naturale sui loro insediamenti umani e principale causa della loro distruzione e sedimentazione nel suolo durante il corso dei millenni (vedi supra nota 2).

 

 

Se il sistema dei torrenti costituisce l’elemento fondamentale di trasformazione orogenetica quaternaria di queste aree costiere, il sistema di colline litoranee ad esso retrostante ne è il principale, pregresso esito morfologico.

Poste a corona della piana alluvionale di Messina, a immediato ridosso dei soprastanti rilievi peloritani, queste colline terrazzate, che, come già accennato, oggi sono in gran parte sventrate e obliterate dall’espansione edilizia di questi ultimi decenni, vengono classificate dagli studiosi della paleogeografia e della paleontologia del Quaternario dello Stretto (L. Bonfiglio et alii) con il termine di “terrazzi morfologici di Messina”, o più comunemente Formazione di Messina.

La serie di queste formazioni collinose che racchiude il tratto costiero di piana alluvionale gravitante intorno all’area falcata del porto, destinato ad accogliere il nucleo storico della futura Città del Peloro, è quella compresa tra la collina di Ogliastri, a Nord e quella di Monte Santo a Sud.

Costituiti da fitte stratificazioni di depositi litoranei quaternari, tali rilievi presentano un’altimetria tra gli 80 e i 400 m. sul livello del mare, spesso sotto forma di ripide falesie sulle quali sono esposti gli strati sedimentari che ne costituiscono la struttura.

Un tempo tutte ben visibili e oggetto di proficue ricerche da parte della comunità scientifica di questi ultimi due secoli, di tali importanti formazioni naturalistiche oggi la selvaggia speculazione edilizia ne ha risparmiate ben poche. ||Essendo, infatti,  ormai quasi totalmente obliterate le colline a più stretto ridosso delle aree centrali di Messina – tra le quali le più note agli studiosi del passato erano quelle delle prime colline dello Scoppo, lungo la parte alta del torrente Boccetta e di Gravitelli, lungo la parte alta del torrente Portalegni – ne rimangono solo alcune, anch’esse per lo più intaccate dall’onnipresente espansione edilizia, lungo la riviera Nord, a monte della strada Panoramica dello Stretto, dal villaggio Paradiso a quello di Faro Superiore, a partire dalle vecchie cave di sabbia e a Sud dei rioni Contesse, S. Lucia e Pistunina.

Composte da nuclei di calcareniti e marne delle ultime fasi del Pleistocene antico (fra 1000000 e 700000 di anni fa), grandi banchi di sabbie marine sciolte di mare poco profondo, di bassi fondali, indi di spiagge fossili, fittamente alternate a ghiaie di antiche foci fluviali, queste colline sono tipiche formazioni di litorale marino, venutesi a formare per lo più nel corso del Pleistocene medio – fra i 600000 circa e i 100000 anni fa – intorno ad antichi coni di deiezione degli antenati fossili degli attuali torrenti peloritani.

Tali tipi di giacimenti geologici su falesie o altre strutture naturali in elevato, spinte in alto nel corso dei tempi dai movimenti crostali (eustasi tettonica), nei piani sub verticali di tranciamento dei loro depositi ad opera degli antichi smottamenti e di conseguente esposizione alle abrasioni eoliche, mostrano, solitamente ben leggibili, le sequenze di strati di cui sono composti; ma – all’esatto contrario di quanto generalmente avviene nei giacimenti archeologici, con sedime di norma geologicamente attuale (di età storica) o molto recente – in essi gli strati più antichi si trovano, dunque, a giacere in alto (depositi di terrazzo), mentre quelli successivi giacciono normalmente a quote più basse, a quelli sottostanti. ||Ed è appunto di tale tipologia di giacimenti che questi residui depositi quaternari dello Stretto costituiscono degli esempi particolarmente istruttivi.

Questi edifici collinari sono dunque attinenti principalmente alla fase meso pleistocenica detta del piano Tirreniano, svoltasi nel corso dell’interglaciale Mindel-Riss e sono tutti riconducibili a situazioni litoranee in via di sollevamento dagli originari livelli marini e di spiaggia.

Con iniziali apporti delle fasi formative precedenti, costituiti da nuclei e spezzoni di rocce metamorfiche cristalline paleozoiche, gneiss, scisti e micascisti mesozoici e di calcari cristallini neozoici di antiche formazioni scomparse, fluitati da antiche abrasioni torrentizie dei retrostanti rilievi peloritani (e aspromontani) da cui essi originariamente provengono, vi si susseguono conglomerati di calcareniti e lenti più o meno cospicue di marne argillose di mare profondo del Pliocene inferiore e sabbie a foraminiferi del Pliocene medio e superiore (piano Pontico), indi coralli e madrepore di mare meno profondo di sotto costa del Pleistocene inferiore (piano Siciliano); a cui, dopo la suddetta, principale facies formativa pertinente al Pleistocene medio (piano Tirreniano), di habitat semi tropicale di spiaggia e di delta fluviale, si contrappongono gli apporti finali, ad esiti a tratti discontinui, di bassi terrazzamenti di sabbie e detriti, sia di habitat temperato e sub temperato dell’interglaciale Riss-Wurm che del successivo ambiente “continentale” freddo del Pleistocene superiore (piano Versiliano, corrispondente alle varie fasi della glaciazione del Wurm).

Questi “terrazzi morfologici”, che caratterizzano, pertanto, l’orogenesi quaternaria delle sponde dello Stretto di Messina, sono formazioni partecipi di tutto un vasto sistema di grandi terrazzamenti fluvio-marini costieri, di ambiente marino sotto costa e di spiaggia in associazione e/o in successione con massivi apporti di ghiaie dei letti fossili e dei coni di deiezione degli antichi torrenti, che, dall’Appennino calabro-lucano e dal massiccio dell’Aspromonte, per quanto concerne la vicina Calabria, oltrepassando il canyon sottomarino (graben) dello Stretto di Messina, vede la sua speculare continuazione in Sicilia, nei contigui distretti dei Peloritani, dei Nebrodi e delle Madonie, come in altri contesti litoranei del dell’Isola con analoga e coeva origine, ancorché pertinenti ai territori contigui dei monti Sicani dell’Agrigentino e di quelli dell’antica paleo-isola dell’ avampaese Ibleo, ormai saldamente aggregata al resto della Sicilia.

La genesi cenozoica e le formazioni calcaree e le altre componenti sedimentaree del Neogene peloritano, contestualmente ai loro corredi organogeni e fossiliferi – tra cui basti solo ricordare i ben noti calcari “a polipai” o “a lumachelle” (detti dialettalmente dai mastri lapicidi di un tempo “petra bucalacina”) del tardo periodo miocenico e di tutto l’arco di quello pliocenico – affioranti in diversi settori dell’arco dei monti Peloritani sovrastanti Messina e il suo comprensorio costiero e noti agli studiosi già dall’Ottocento – per tutti, basti solo accennare ai ben noti depositi delle coeve stratigrafie fossilifere di Capo Milazzo (che danno anche il nome alla fase quaternaria antica detta appunto piano Milazziano (Deperet, 1918)) – esulano dal presente lavoro, in quanto non strettamente attinenti alle tematiche archeologiche; ma è comunque importante almeno accennare che esse sono state oggetto di attenti e proficui studi fin dalla seconda metà del XIX secolo, a cominciare dall’opera capillare di ricerca, documentazione e classificazione delle specie, iniziata dal grande naturalista messinese Giuseppe Seguenza e oggi continuata, in questi territori peloritani, principalmente ad opera degli studiosi dell’Istituto di Scienze della Terra dell’Università di Messina, ai cui siti di ricerca e alle cui pubblicazioni si rimandano le relative notizie.

 

 

Alcune ricerche di superficie sulle colline litoranee a Nord del centro di Messina, sui depositi di terrazzo e i fronti di abrasione di terreni devastati dalle cave di sabbia fossile per cementifici, posti a monte della strada Panoramica dello Stretto, effettuate nel corso degli anni Settanta ad opera, principalmente, degli studiosi Berdar e Riccobono e dello Scibona, in taluni punti di queste formazioni particolarmente esposti anche all’erosione eolica, hanno restituito un importante corredo di coevi materiali paleontologici meso-pleistocenici.

Sono, pertanto, andati così recuperandosi complessi fossili sia di origine marina, più antichi, con malacofauna a conchiglie e ossa di tinnidi, che di origine decisamente terrestre, più recenti, con resti sparsi (zanne, molari e vertebre) di macrofauna di mammiferi, quali ippopotami – analoghi agli attuali e già ben noti in Sicilia, specialmente, dai depositi coevi della grotta di S. Teodoro di Acquedolci – e sottospecie insulari di elefanti fossili con individui di taglia medio-piccola di Elephas Antiquus, (alt. max. m. 2 al garrese) e decisamente piccola e piccolissima, di specie Elephas Mnaidrjensis (alt. max. m. 1,30 al garrese) – analoghi a quelli già ben noti in numerosi depositi in grotta della Sicilia – ancorché raccolti in superficie e in “giacitura secondaria”, in quanto sicuramente fluitati con gli altri apporti alluvionali, sugli sbocchi di foce dei suddetti torrenti fossili in queste remote spiagge tirreniane di centinaia di migliaia d’anni fa, che la potente orogenesi tettonica dello Stretto oggi ha spinto a quote da uno a diverse centinaia di metri sul livello del mare.

La presenza di pachidermi, cioè di mammiferi viventi in ecosistemi sostanzialmente pianeggianti e con ampie coperture vegetali e, nel caso degli ippopotami, interessati anche da laghi o grandi acquitrini, oltre ad altri taxa di macrofauna a mammiferi di tipo sia africano che europeo, già noti in passato – rinoceronti, gazzelle, antilopi e paleo-carnivori della famiglia delle iene e cervi – viene a confermare, per questa estrema cuspide nord-orientale della Sicilia, gli scenari ambientali e geo-morfologici del Pleistocene medio, comprendenti una paleo-topografia peloritana ben diversa dall’attuale conformazione di accentuati rilievi, a indicazione della profonda trasformazione altimetrica e morfologica di questo comprensorio, operata dalla sua potente e sempre operante dinamica geo-tettonica quaternaria, assai probabilmente connessa alla presumibile formazione, in questi periodi geologici, di almeno la gran parte della complessa e articolata trama tettonica delle attuali faglie sismiche dell’attuale Stretto di Messina.

L’esistenza di una grande palude meso pleistocenica in un habitat di savana di tipo africano con clima temperato tutt’intorno alla base dell’attuale catena dei Peloritani sovrastante Messina è inoltre attestata, sempre dalle stesse ricerche del passato, anche dalla contestuale presenza, più o meno in associazione con le suddette faune, di complessi di malacofauna di habitat palustre e lenti di lignite (ma di qualità industrialmente scadente, in quanto di formazione non abbastanza antica), pertinenti a specie vegetali di ambiente interglaciale, quali pino, lauro, eucalipto e acero.

Mentre le linee di spiaggia tirreniane di questa fascia litoranea oggi stratificate e fossilizzate in tali terrazzamenti collinari, indicano la paleo-geografia di coste analoghe alle attuali, affacciate su di un mare sempre meno profondo ma ancora alquanto aperto e con un orizzonte più ampio rispetto al sempre più ristretto braccio di mare dell’attuale Stretto di Messina; che dunque in quelle epoche era ancora un mare parzialmente aperto. || Mentre davanti, all’orizzonte, si erge dal mare l’isola montagnosa dell’Aspromonte, anch’essa parimenti in via di rapido sollevamento, ancora separata dal resto della Calabria da un altro arcaico braccio di mare: una sorta di secondo paleo-stretto retrostante la paleo-isola aspromontana, poi inglobata nella penisola calabra nel tardo periodo pleistocenico.

 

 

Per quanto attiene al Pleistocene superiore (tra i 100000 circa e i 10000 anni fa), coincidente con la fase in Italia detta del Versiliano, in corrispondenza con la fase tarda dell’interglaciale Riss-Wurm e la più recente delle quattro grandi glaciazioni dell’era quaternaria, in Europa detta del Wurm –  generalmente caratterizzata, com’è noto, tranne un lungo inter-stadiale temperato e altri due periodi semi temperati, da ampie regressioni dei mari in un habitat “continentale freddo”, con faune terrestri e marine caratteristiche di ambienti nordici, anche sub artici –  lo scenario delle Stretto di Messina, almeno nei periodi di acme climatico glaciale, viene certamente a presentare aspetti ben diversi da quelli del presente.

Se infatti la distanza tra le due sponde e l’orogenesi morfologica generale di questo comprensorio – in cui si ha la definitiva saldatura dell’isola aspromontana al resto della penisola calabra – vengono ora a delineare gran parte delle loro principali connotazioni attuali, le rispettive linee di costa, invece, devono pensarsi alquanto estese, anche assai più degli stessi litorali attuali e/o comunque presumibilmente assai diverse dalle attuali.

Circa la difformità delle linee di costa preistoriche dello Stretto di Messina  rispetto a quelle note in età storica, dalla più alta antichità ellenica fino al presente è sempre aperta la vexata questio dell’esistenza, nella notte dei tempi, di un basso ponte di terra che univa le due sponde del Fretum Siculum, poi infranto da un remoto cataclisma –  poeticamente tradotto dagli antichi aedi greci con un mitico colpo di tridente di Posidone, dio del mare e una delle divinità polìadi dell’antica Messana – che avrebbe separato le due attuali coste, riunendo i due mari Jonio e Tirreno e formando così l’odierno italico Bosforo. ||E a tal proposito, tra i numerosi autori di ogni tempo che accennarono a questa antica e communis opinio, vale solo la pena riportare, per tutti, quanto scritto poco più di un secolo fa, con fervida e intuitiva immaginazione non minore degli antichi, dal letterato e poeta messinese Tommaso Cannizzaro, nella prefazione della monografia “Messina e Dintorni - Guida a cura del Municipio” (Messina, 1902): “Ei [il viaggiatore che osserva lo Stretto] rivede come in sogno l’epoca remotissima in cui l’attuale stretto era chiuso per più chilometri della sua lunghezza da un istmo forse così basso che le onde a quando a quando lo coprivano finché per una serie di cataclismi geologici, le rocce sottomarine si fransero, e l’ Jonio e il Tirreno irruppero quasi anelanti di abbracciarsi dando origine al nostro mare detto perciò dagli antichi “Fretum Siculum” ”; come altresì vale solo ricordare come il toponimo ellenico dell’antica Rhégion (odierna Reggio Calabria) adombri il probabile “ricordo ancestrale” di simile antichissimo evento geo-sismico e/o ascrivibile alle grandi trasgressioni marine della fine dell’era pleistocenica.

Infatti è quanto mai probabile che, almeno nelle fasi di recrudescenza glaciale, caratterizzate, a causa degli immani accumuli di ghiaccio in talune regioni polari del pianeta, dalla massima regressione dei mari, con livelli, com’è noto, fino a 120 m. più bassi degli attuali – come nell’acme glaciale tra i 25000 e i 15000 anni fa (Wurm III) e nell’ultima fase tardi-glaciale tra i 12000 e i 10000 anni fa (Wurm IV) – sia effettivamente esistito un “momentaneo” ponte di terra emersa, presumibilmente  tra le odierne località di Ganzirri in Sicilia e Punta Pezzo, in Calabria: le due estreme sponde settentrionali dell’attuale Stretto di Messina – istmo esistito, con pressoché assoluta certezza, nella precedente glaciazione meso pleistocenica del Riss, come attestato, tra l’altro, dalle faune fossili di tipo continentale europeo delle grotte di Acquedolci, sulla costa settentrionale sicula – che, almeno in quelle fasi di più intensa glaciazione europea deve essersi trasformato in uno scomparso profondo golfo, quasi una sorta di grande fiordo, essendo a quei tempi Italia, Sicilia e Malta continuativamente uniti in un’unica macro-penisola.

Dall’osservazione della conformazione e della batimetria di vari settori del plateaux continentale dello Stretto è facile notare come larghe porzioni degli odierni fondali marini posti fra i tratti più settentrionali del canale, intorno alla cuspide di Torre Faro, in Sicilia e la rocca di Scilla, in Calabria, giacenti in media a quote intorno ai -70 metri, ma in taluni punti anche di sole poche decine di metri di profondità, sembrano delineare l’impronta, oggi sommersa, di quel probabile, antichissimo ponte naturale tra Sicilia e Calabria, la cui avvenuta esistenza anche in taluni momenti più o meno lunghi del Pleistocene superiore (quindi geologicamente molto recenti) è stata intuita, nel corso dei millenni, da molti osservatori, sia poeti – che, com’è noto, nelle fasi arcaiche del mondo antico anticipano i prosatori e gli storici nella trasmissione orale della sapienza tradizionale – sia scienziati, siano essi antichi che moderni.

Fra tutti i punti più rilevati di questo probabile antico istmo siculo-calabro il maggiore è certamente quello detto la “collina sommersa”, dinanzi a Punta Pezzo, in Calabria – attuale piccola oasi naturalistica sottomarina, ben nota ai sub – che da un fondale di -70 metri circa, che dovrebbe corrispondere all’antico paleosuolo pianeggiante di tale istmo, ascende fino a una quota apicale di -18 metri e che possiamo ben immaginare essere stato, a suo tempo, cioè nelle fasi di massima regressione marina pleistocenica, l’altura dominante dell’antica lingua di terra calabro-sicula, divenendo in seguito uno scoglio isolato nell’ultima riformazione dello Stretto, intorno ai 12000 anni fa, divenendo infine, con la definitiva trasgressione marina olocenica, l’attuale picco collinare sommerso.

Una lingua di terra asciutta era dunque quella che, nel tardo Pleistocene, doveva unire le due sponde dell’attuale Stretto; presumibilmente anch’essa percorsa dalla ricca fauna sud europea dell’età glaciale e, sulle sue orme, anche da remote bande, ancora ignote, di cacciatori e raccoglitori dell’età paleolitica, in transito sul grande fiordo del futuro Fretum Siculum, sulle piste di caccia tra le colline e i monti delle sue due sponde.       

Circa le cause della sparizione di questo antico ponte naturale calabro-siculo, gli stessi numerosi autori antichi e moderni propendono per uno sprofondamento più o meno improvviso, da addebitare a una remota catastrofe o parossistica crisi tellurica; essendo tale antica struttura scomparsa, situata, in effetti, proprio su una delle innumerevoli linee di faglia tettoniche dello Stretto – fenomeno ripetutosi in età storica (intorno al primo periodo romano imperiale) nelle vicine aree tirreniche di Tindari e di Lipari –  per quanto, tale presumibile, antichissimo cataclisma locale – quasi una piccola  “Atlantide dello Stretto”, forse coeva a quella mitica – possa ascriversi anche all’ingente innalzamento mondiale dei mari, certamente avvenuto a più riprese, nel corso di una delle grandi de-glaciazioni della fine del Pleistocene, il cui rebaund isostatico provocato dalla decompressione su vaste regioni della crosta terrestre come conseguenza dello scioglimento delle immani calotte glaciali e la ridistribuzione globale delle acque nei mari, deve certo avere determinato anche intense crisi telluriche in quasi tutte le regioni sismiche del nostro pianeta.

Nell’area dello Stretto di Messina la fase “continentale” tardo pleistocenica è testimoniata, a quanto indicato dagli studiosi – a cui si rimandano più dettagliati elementi conoscitivi – da alcune particolari lito-facies (depositi terrigeni) alluvionali da essi individuate in talune giaciture discontinue nelle stratigrafie più recenti e nei depositi alluvionali di terrazzo delle suddette formazioni sub collinari e collinari quaternarie; tenendo infatti presente che a queste latitudini mediterranee le fasi tardo-glaciali vengono ad essere indicate da caratteristiche di habitat sia secco arido, con depositi di silt (terra fine rossastra, per lo più da erosione eolica e quasi del tutto priva di humus organico), che a clima pluviale, ad alta attività torrentizia. ||Mentre i corrispondenti terreni alluvionali “continentali” in pianura pertinenti, laddove esistenti, devono collocarsi a grande profondità sotto le potenti coltri alluvionali oloceniche su cui insiste Messina e la sua fascia costiera (vedi infra).

 

 

Alle grandi regressioni marine della fine del Pleistocene – corrispondenti alla tarda glaciazione del Wurm (il Wurm III, con le brevi ma intense crisi ambientali di vasta portata dei momenti inter-stadiali del Dryas I e II, nell’ambito della brevissima fase glaciale del Wurm IV – succedono le altrettanto imponenti trasgressioni dell’esordio e della fase antica dell’attuale Olocene, tra i 9 e i 6000 anni fa, che viene a determinare – come sopra già ricordato – le connotazioni attuali delle fasce litoranee dei territori peloritano e aspromontano, così come degli attuali fondali marini dello Stretto, mediante il deposito di immense quantità di detriti ghiaiosi e argillosi ad opera delle alluvioni delle grandi fiumare, a partire dalla base dei suddetti terrazzamenti e alture collinari, associandosi e sovrapponendosi a dune di sabbia litoranee, anch’esse portato sedimentario di precedenti dinamiche torrentizie rimodellate da quelle marine, a ridosso delle nuove linee di battigia del mare.

La più importante e consistente di tali formazioni oloceniche costiere plasmate dall’azione delle forti correnti dello Stretto è certamente quella che, nel corso dei millenni, viene a formare l’odierna penisola falciforme di S. Raineri, che racchiude il porto di Messina e il suo ampio specchio di mare.

Venutasi a conformare con gli apporti combinati di colossali eventi alluvionali come  di prolungate sequenze di potenti attività torrentizie e del moto delle correnti dello Stretto, presumibilmente nel corso dei primi millenni dell’attuale Olocene questa lingua di terra protesa sulle acque dello Stretto si produce a conformare una grande formazione peninsulare allungata e accentuatamente arcuata, in forma di falce e ritenuta, infine, in età storica, comunemente ispiratrice dell’antichissimo toponimo siculo di Dankle-Zancle (Falce).

Con una genesi geologica analoga a quella dell’attuale penisola di Capo Milazzo, ma con alcuni nuclei di componenti rocciose mediamente più antiche, anche la penisola peloritana di S. Raineri, era originariamente una paleo-isola preistorica, successivamente collegatasi con la terraferma.

Un vasto e lungo braccio di terra, è dunque il “braccio di S. Raineri”, venutosi a formare e a consolidare nel suo peculiare aspetto “a gomito” intorno ad una consistente zoccolatura rocciosa di formazioni metamorfiche e di calcari antichi terziari del piano Tortoniano superiore-Messiniano con apporti di metamorfiti più antiche, strutturalmente partecipe del sistema dei soprastanti monti Peloritani. || Al pari della non lontana penisola di Capo Milazzo, con cui condivide anche parte della storia geologica meno antica, l’attuale penisola di S. Raineri doveva essere originariamente un’isola, poi probabilmente suddivisasi in una sequela di isolotti rocciosi – forse in numero di tre, in un possibile scenario in parte simile a quello attuale dei faraglioni di Acitrezza, presso Catania – su cui vengono ad aggiungersi cospicui aggregati di conglomerati calcarenitici “a puddinga”, di formazione geologicamente recente e recentissima: una sorta di cemento naturale a base carbonatica, fino in tempi non lontani assai diffuso in formazioni consistenti lungo tutta la riviera Nord di questa sponda dello Stretto – da cui fino al XIX secolo si ricavavano anche ruote di macine, di cui restano alcune impronte sulla battigia del villaggio di Ganzirri, sul litorale settentrionale di Messina – e che gli antiquari dei secoli passati e la voce popolare hanno creduto di remota origine artificiale, interpretandolo come il mitico Muro di Orione, ovvero confuso con (per altri versi possibili) banchinamenti cementizi di epoca romana della mitica città di Risa (vedi infra note successive); ma che oggi è ridotto a pochi tratti affioranti sulla battigia del mare tra i villaggi di Ganzirri e Faro.

Principale elemento catalizzatore e propulsore della futura Messina storica, l’area falcata del porto peloritano deve avere assunto la conformazione peninsulare storica che le è propria a partire più o meno dal III millennio a.C., per consolidarsi forse a ridosso degli inizi del I: comunque – in base a considerazioni storico-filologiche in ordine alle più antiche fonti storiche sulla formazione di Zancle, trattabili in altre sedi – anteriormente alla più antica colonizzazione greca di età storica, dell’ VIII secolo a. C..||E se il silenzio delle rare fonti storiche non indica nulla di certo in proposito, la sostanziale continuità territoriale di età storica del falcato chersoneso peloritano non pare possa essere messa molto in dubbio, nemmeno di fronte al toponimo medievale di Insula Sancti Jacinti , riferito al tratto terminale del grande braccio portuale di terra allora occupato dal monastero di rito greco del SS. Salvatore, indi dall’omonima e attuale fortificazione spagnola, considerando la nota ambiguità del termine “insula” caratteristica delle fonti documentali e cartografiche medievali.

 

 

Negli ultimi millenni della preistoria e ai primi albori della storia il panorama della costa siciliana dello Stretto presenta una linea di costa ancora instabile e precaria, in un assetto caratterizzato, a quanto pare, da ampi tratti di terreni semi-palustri – oggi sopravvissuti solo nella riviera Nord della città, nei pressi del villaggio di Granatari e degli adiacenti laghi di Ganzirri e di Torre Faro e, fino a mezzo secolo fa anche verso la località di Mortelle – dislocati particolarmente intorno alle foci delle frequenti fiumare.

Partendo, infatti, dal tratto settentrionale dell’antica spiaggia del porto o dall’attuale baia del Ringo, in antico quasi certamente più arretrate della linea attuale e arrivando fino a ridosso di ciò che diventerà l’odierno Capo Peloro – conformato nell’attuale punta dagli apporti di spiaggia nel corso delle antiche età storiche –  in cui gli alvei e i conoidi di deiezione dei torrenti, incontrando la battigia marina in situazioni di accumulo di materiali tali da formare ampi tratti pianeggianti, si viene così a determinare un habitat di zone acquitrinose alternate a dune di spiaggia e a piattaforme terrigene consolidate o in via di consolidamento sotto l’azione accumulatrice di detriti apportata dai torrenti e plasmata dall’azione meccanica delle onde del mare. ||Un litorale caratterizzato, dunque, da un ambiente sabbioso semi-lacustre, con ampie distese di fittissimi canneti, basse alture verdeggianti di vegetazione – per lo più sugheri, carrubi, olivi e viti selvatici, lentischi, pini e macchia mediterranei – arricchito da numerose sorgenti: habitat persistito certamente sino a tutta l’età classica e in parte sopravvissuto, per quanto concerne le zone umide, sino in imprecisata età storica nella zona mediana della penisola di S. Raineri, occupata in parte dalle antiche Saline e, come già riferito, sino ai giorni nostri nell’area di litorale intorno ai due laghi superstiti di Ganzirri e di Faro.

Mentre, infine, nella fascia litoranea a Sud dell’area falcata del porto – come già ricordato, elemento centrale nelle dinamiche formative del futuro centro urbano – la comune situazione determinata principalmente dagli apporti torrentizi viene a configurare un territorio costiero che, pur sempre fortemente condizionato dalle grandi aste (o letti) di scorrimento e dagli apparati deltizi delle fiumare, presenta più ampi spazi pianeggianti, con terreni argillosi più che ghiaiosi – dovuti ad alluvioni con deposizioni sedimentarie più lente e di minore potenza distruttiva – che da età preistoriche (età del Bronzo) fino a ridosso dei nostri tempi (l’espansione edilizia ottocentesca  prevista nel Piano Regolatore Spadaro del 1867), verranno ad essere sede di vaste coltivazioni, mentre in età storica antica verranno ad accogliere le innumerevoli fornaci del grande quartiere ceramico della Messana ellenistico-romana.

A parte le ricorrenti alluvioni, deve trattarsi di un habitat comunque abbastanza ricco di risorse agricole e di legname, con abbondante cacciagione e ancor più cospicua pesca e raccolta sulle spiagge di un braccio di mare, quello dello Stretto, ricchissimo di ogni sorta di risorsa alimentare marina fino quasi ai nostri giorni, il tutto ulteriormente arricchito da numerose e abbondanti sorgenti d’acqua dolce, persino sulla spiaggia del porto – l’antichissimo Pozzoleone, forse, almeno secondo alcuni (Principato et alii) celebrato dallo stesso Omero e in funzione fino alla prima metà del XIX secolo –  molte delle quali forniranno copiose acque fino in età recenti, mentre fitte boscaglie giungono fino ai margini più bassi della pianura, ai piedi delle prime alture peloritane soprastanti: una situazione ecologica particolarmente ricca e variegata e ampiamente bastevole al limitato carico demografico delle popolazioni preistoriche, così come per la maggior parte di quelle delle antiche e medie età storiche, in un panorama che resterà sostanzialmente invariato fino in avanzata età storica, configurando l’habitat ambientale della Messana classica greca e romana e della Messina medievale.

Questi tratti dei primi terreni peloritani  tardo olocenici, relativamente pianeggianti, stabili e asciutti, vengono così ad accogliere, presumibilmente intorno alla fine del V millennio a.C. – secondo quanto accertato finora, ma forse anche prima, in possibili facies archeologiche non ancora documentate (o non più documentabili) – l’impiantarsi del primo, ovvero dei primi insediamenti neolitici.

 

 

Allo stato attuale delle conoscenze non ci è dato sapere nulla circa possibili popolamenti umani sul versante siciliano dello Stretto anteriori al Neolitico.

I possibili paleosuoli “continentali” pertinenti alla fine del Pleistocene superiore, presumibilmente anteriori e sottostanti ai depositi alluvio-marini di facies costiera dell’ultima trasgressione marina dell’esordio, circa 10000 anni fa, dell’attuale Olocene, corrispondenti in paletnologia (archeologia preistorica) alle fasi dell’età della Pietra della fine del Paleolitico superiore e del Mesolitico (o Epipaleolitico), fra il XIV e il VII millennio circa a.C., dovrebbero infatti giacere, come già accennato, a quote del sottosuolo certamente assai profonde – più o meno tra i 15 e i 30 m. sotto i piani stradali attuali, quindi sostanzialmente irraggiungibili da eventuali scavi, se non come semplici carotaggi del terreno – in quanto ricoperti per sempre delle potenti coltri alluvionali oggi costituenti il suolo della città di Messina.

Tutto ciò, poi, ammettendo che tali ipotetiche, antichissime presenze umane considerassero utile e possibile una loro frequentazione in quest’area di pianura costiera, dalla geo-morfologia comunque certamente ben diversa da quella di epoche successive a noi note, o che, data la loro natura nomade di cacciatori-raccoglitori, non abbiano preferito, per i loro accampamenti, le quote collinari; le cui eventuali, labili tracce – qualora esistite o tuttora esistenti – sono forse ancor più difficili da rintracciare, su terreni estremamente esposti alle erosioni eolica e torrentizia, fragili e incoesi come quelli delle balze collinari e montane dei Peloritani.

Alcuni sporadici esemplari di strumentari litici che in base alla loro tecnica di scheggiatura dovrebbero essere solitamente riconducibili ad orizzonti culturali paleo-mesolitici, raccolti, a quanto pare, già dal tardo Ottocento (Tropea et alii) fino nelle ricerche di quest’ultimo quarantennio nell’area urbana di Messina (Riccobono, Scibona, Martinelli, Tigano et alii), sia sporadicamente in superficie che in contesti archeologici noti, ma ben più recenti, se non sono coevi agli orizzonti già noti e quindi necessariamente da associare alla litotecnica della preistoria più recente (nota a Messina), cioè del Neolitico e delle successive età dei Metalli, con sopravvivenza delle tecniche più antiche di scheggiatura della pietra per la produzione domestica di strumentario litico minore d’uso comune, potrebbero invece rapportarsi ad ancora ignoti ma possibili stazionamenti paleolitici e/o mesolitici, di cui però, date le già accennate condizioni di eventuale giacitura, non si hanno finora indizi certi.

Presumibilmente più possibili sarebbero stati ritrovamenti di strumenti in pietra di età paleolitica o mesolitica negli ambiti collinari, qualora questi non fossero stati abbandonati alla selvaggia e incontrollata speculazione edilizia, tuttora imperversante sulle colline della città, che potrebbe benissimo avere intercettato e distrutto occultamente uno o più  contesti di affioramento di tali importanti documenti preistorici – o anche depositi fossiliferi quaternari – di cui non sapremo mai nulla.

Ancor più difficile dovrebbe poi considerarsi il rinvenimento di tracce e di attività paleo-umane pertinenti ad orizzonti quaternari più antichi – cioè di fasi pleistoceniche inferiori e medie – anche in considerazione del fatto che in tali remoti abissi del tempo, più o meno rapportabili alle età dei suddetti pachidermi fossili tirreniani, i cui resti sono affiorati nella porzione Nord dei terrazzi alluvionali della Formazione di Messina (vedi supra), la fascia costiera del paleo-Stretto è ancora ben lungi dal formarsi e le cui acque lambiscono spiagge fossili ora poste assai in alto sul livello marino.

E’ infatti ben noto che il primo sollevamento tettonico di tutta la Sicilia nord-orientale non avviene che nell’avanzato Pleistocene inferiore, a partire da circa 800000 anni da oggi, alla fine del periodo geologico noto come piano Siciliano e che in precedenza il territorio dell’attuale cuspide nord-orientale della di Sicilia era ancora mare aperto e profondo.

Pertanto, infine, i ritrovamenti sporadici, rispettivamente, di un’amigdala acheuleana – antichissimo strumento multiuso in pietra degli australopitechi più evoluti di  specie Homo Erectus e di paleantropi (o arcantropi) di specie Homo Ergaster ed eventuali specie fossili affini, del Paleolitico inferiore – presso le colline del villaggio di Faro Superiore (recupero Scibona) e, sull’altro versante dello Stretto, della mandibola di un bambino della specie Homo Sapiens Neanderthaliensis (Uomo di Neanderthal) in una grotta sopra Reggio Calabria (Bonfiglio et alii), non possono certo bastare a delineare, in atto, alcunché oltre il buio praticamente assoluto delle nostre attuali conoscenze su eventuali presenze proto-umane nell’area dello Stretto di Messina.

Il rinvenimento, sempre in diversi contesti archeologici storici o dell’età del Bronzo di Messina, di ciottoli fluviali recanti rozze scheggiature mono e bifacciali e apparentemente rapportabili alle più arcaiche industrie su ciottolo – orizzonte africano e sud europeo della Pebble Culture, finora noto in Sicilia solo in controversi ritrovamenti di superficie in siti dell’Agrigentino e dell’Etna (indizi dell’antichissimo ponte di terra siculo-africano) – se non pertinente a rozzo strumentario in pietra della più tarda preistoria o di età storica, come sostenuto dagli scavatori, bensì – come presentato in questa sede quale ipotesi di lavoro – pertinente a manufatti litici della più antica età  paleolitica (Paleolitico inferiore), fluitati dalle colline con i materiali alluvionali nei suddetti contesti archeologici urbani, potrebbero costituire indizi di  affascinanti scenari pertinenti ad ancora ignote frequentazioni paleo-umane fossili di questi attuali terrazzi fluviali dello Stretto, quando essi erano ancora linee di spiaggia di pianure alluvionali e piccoli laghi popolati da elefanti nani, da iene e da ippopotami.

Forse un giorno si potrà sapere qualcosa in più, rispetto al quasi nulla attuale, da qualche più certo indizio archeologico su possibili popolamenti di arcantropi della fine del tardo Pleistocene inferiore – posteriore all’emersione di questi territori – e del Pleistocene medio, così come dei neantropi del Pleistocene tardo, compresi i nostri diretti progenitori paleosapiens, anche sulle coeve sponde della cuspide nord-orientale della Sicilia; o forse sarà solo un’altra delle innumerevoli pagine dello sconfinato libro della preistoria umana sepolto nel seno della terra e nelle spire del tempo che nessuno potrà leggere mai.

Nino Malatino

- (continua) -

 

 


 
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