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Archeologia a Messina - 5 -
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 5) PROBLEMATICA ARCHEOLOGICA DI MESSINA – Prospetto sintetico della preistoria e della storia di Messina  –

La lunga elencazione dei vari “secoli d’oro” e “di ferro” della storia di Messina, che in questa sede si propone di accennare, con un’ideale “cavalcata” attraverso lo scorrere delle epoche, parte dagli insediamenti preistorici più remoti finora attestati dall’archeologia.

       Per quanto attiene a questi primordiali momenti di popolamento della sponda siciliana dello Stretto di Messina, allo stato attuale delle conoscenze sono note principalmente solo due, ma importantissime, stazioni d’insediamento – alle quali si aggiunge un precedente labile rinvenimento sulla riviera Nord della città, presso il villaggio di Ganzirri (Riccobono 1977) – con fasi di vita comprese tra la fine del Neolitico medio, nell’ultimo scorcio del V millennio a.C. e la fine dell’Eneolitico (o Cuprolitico, o Calcolitico, ovvero infine età del Rame), cioè fino all’ultimo scorcio del III millennio a.C.: esse sono rispettivamente, gli insediamenti preistorici stratificati del cantiere dell’odierno Palacultura, presso il viale Boccetta (Scibona 1982, vedi infra note successive) e l’insediamento in un sito collinare sopra l’odierno rione di Camaro Superiore, a Sud del centro città (Bacci-Bonanno 1996, vedi infra).    

        Si tratta di villaggi capannicoli all’aperto, che presentano le principali caratteristiche di tipicità delle stazioni abitate neolitiche ed eneolitiche del resto della Sicilia e delle altre regioni centro-occidentali mediterranee: piccoli insediamenti di uno o più clan familiari, con popolazione di solo alcune decine di individui, raramente superiori al centinaio, espressione di primitive società stanziali presumibilmente più o meno pacifiche, dedite alla caccia e alla raccolta così come all’agricoltura, al piccolo allevamento domestico e a saltuari commerci – talvolta anche trasmarini e su lunghe distanze – e composti da aggregati di poche capanne, presumibilmente circondati da palizzate o forse (come per es. in Puglia) da fossati o piccoli terrapieni, ovvero ancora, per i periodi più tardi, arroccati su alture, con ciascuna capanna di forma circolare e di ridotte dimensioni (diametri di pochi metri), solitamente più o meno incassata nel suolo circostante, con palo centrale di sostegno del tetto a spiovente dell’unico vano con il focolare, pavimento in battuto di terra e spiccati murari realizzati con intrecci di canne e strami lignei compattati con impasti a base di terra cruda e probabilmente intonacati – tecnica economica, di facile e rapida realizzazione, con resa simile a una sorta di cemento, detta anche pisé, universalmente presente nella storia umana e delle civiltà – spesso impostati su un basamento in pietrame vivo a secco e sottostanti sepolture di precedenti membri della famiglia dimorante, in fossa terragna non molto profonda con defunto in posizione rannicchiata.                         

       A Messina i pochi ritrovamenti pertinenti alle facies culturali eneolitiche non hanno restituito tracce di metalli (rame o oro, anche “nativi”, cioè lavorati solo con battitura a freddo), che comunque dovevano essere noti, ancorché ancora quasi totalmente sostituiti dalle antiche e ben collaudate litotecniche (selci, ossidiana eoliana, quarziti o altre pietre meno pregiate lavorate a scheggiatura o a levigatura), che perdureranno fino alla fase finale dell’età del Bronzo. 

 

 

E’ dunque, innanzitutto, necessario almeno accennare, in questa sede, a quell’importante scavo urbano di quasi trent’anni fa nel cantiere dell’odierno Palacultura, nel cuore del centro storico di Messina, grazie al quale si è avuta la scoperta e la (almeno parziale) esplorazione sistematica di un’importantissima sequenza di insediamenti neo ed eneolitici: venutisi ad impiantare a varie riprese nel corso dei millenni sulla sponda meridionale del torrente Boccetta, posta ai piedi della soprastante altura di Roccaguelfonia, con i loro materiali restituiti si è avuto un contributo di dati scientifici determinante per le attuali conoscenze della preistoria siciliana.

       Cominciando con i due piccoli cocci di vaso databili a poco prima del 4000 a.C. – facies riconducibile all’orizzonte culturale delle ceramiche dipinte dello Stile di Capri-Lipari, comunemente datato alla fine del V millennio a.C.– che sono i più antichi reperti archeologici finora rinvenuti in scavi regolari a Messina provenienti dal livello antropico più remoto del prezioso giacimento, nel livello successivo, pertinente a una fase di vita di alcuni secoli dopo, si passa a menzionare le due rare sepolture in fossa terragna con scheletro rannicchiato e corredo di coltellini, lame e nuclei di lavorazione in ossidiana, poste sotto altrettanti fondi di capanna – cultura detta di Serra d’Alto, datata 3700-3400 a. C. – per poi accennare alla sequenza di insediamenti capannicoli ancora successivi, indagati nella stratigrafia dell’importante giacimento archeologico: i due villaggi eneolitici “pro-tosicani”,  rispettivamente della prima età del Rame – cultura detta di S. Cono - Piano Notaro, datata 2800-2600 circa a C. –  e uno della tarda età del Rame – cultura detta di Piano Quartara, datata 2300-2000 circa a.C. – i cui marginali fondi di capanne si ponevano al di sotto di un grosso banco alluvionale in cui era seppellita una necropoli preistorica successiva, della prima età del Bronzo, a sua volta sottostate, infine, a una necropoli romana. (vedi infra e altre note).  

        Ritornando momentaneamente indietro sui nostri passi tra le spire del tempo, per annoverare i più antichi insediamenti noti in questo territorio costiero peloritano bisogna ripartire a ridosso del 2500 a.C., menzionando, solo poco più estesamente, un’inattesa e clamorosa scoperta archeologica di una quindicina di anni fa, comprendente uno dei ritrovamenti recenti certamente tra i più importanti concernenti le civiltà della tarda preistoria siciliana e i loro rapporti con il resto del mondo mediterraneo.  

        Intorno alla metà del III millennio a.C., nell’Eneolitico medio, degli ancora “misteriosi” navigatori orientali, provenienti dalle isole Cicladi – in quei secoli sede di una fiorente civiltà egea, da cui in gran parte si evolverà presto quella “palazziale” minoico-cretese – si spingono fino in Sicilia, probabilmente sulle più antiche rotte del rame, venendosi a impiantare su questa sponda dello Stretto di Messina; ma non presso la costa, come normalmente avveniva nella precedente età neolitica, bensì in un sito più interno, arroccato su un’altura strategica posta sul lato destro dell’antico torrente Camaro, soprastante l’attuale rione di Camaro Superiore, a Sud dell’odierno centro città; probabilmente al riparo dalle prime minacce esterne, che paiono diffondersi anche in Occidente proprio con il primissimo avvento dei metalli. ||Questa enigmatica presenza alloctona, oppure indigena, ma in diretta connessione a un ambito culturale proto-egeo d’importazione, è attestata dall’inatteso e sorprendente ritrovamento, avvenuto una quindicina d’anni fa in uno scavo di emergenza della Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina (scavi Bacci-Bonanno), un gruppo di tipici idoletti cicladici del ben noto tipo quasi “aniconico” (cioè di forma stilisticamente astratta e solo concettuale, di tradizione neolitica, non associabile ad alcuna “icona” o figura naturale, come in certe correnti nell’arte contemporanea) o comunque fortemente stilizzato, detto comunemente “a violino”. ||Si tratta di reperti finora assolutamente unici in Sicilia e nel resto d’Italia e la cui tipologia e fattura, tipicamente cicladiche, a tutt’oggi non trova riscontri al di fuori delle regioni del mare Egeo e che inoltre, anziché in pregiato marmo bianco delle Cicladi, materiale lapideo con cui di norma è realizzata tale classe di manufatti, queste enigmatiche figurine “cicladiche” di Messina – pervenute in numero di tre (di cui una danneggiata dal piccone), con l’inquietante sospetto della possibilità della perdita di almeno qualche altra nei settori non indagati del sito – sono prodotte in pietra locale: opera, quindi, di gente immigrata per qualche ragione dalle lontane isole egee, presumibilmente navigatori-mercanti delle Cicladi sulle prime rotte mediterranee dei metalli, ovvero nativa dello Stretto ma culturalmente “egeizzata” da contatti evidentemente assai intensi con tale gente straniera, certamente per tanti versi più evoluta. ||Vale solo ricordare che questo importante insediamento preistorico (purtroppo esplorato solo molto parzialmente, nell’ambito del solito cantiere edile) ha restituito due distinte facies: rispettivamente, la fase di vita di un villaggio sub neolitico  (Neolitico Finale) della cultura detta di Diana-Spatarella, datata intorno al 3000 a.C. o subito dopo (datazioni calibrate con il radiocarbonio C14 e confermate in tale occasione), già nota a Messina in una stazione documentata con abbondante ceramica nella suddetta stratigrafia del cantiere del Palacultura, e, successiva di qualche secolo, la fase di vita di un altro villaggio di capanne, della cultura meso-eneolitica (media età del Rame) detta di Piano Conte, datata (anch’essa con il C14 e confermata in tale occasione) al 2700-2600 circa a.C. – facies  non presente nella stratigrafia del Boccetta ma già nota a Messina da alcune tracce (cocciami e carboni) di un insediamento presso la spiaggia tra i villaggi di Ganzirri e di Faro, precedentemente accennato – comprendente una piccola ma importante area cerimoniale connessa alla sepoltura di un ignoto personaggio: da quel contesto ci  provengono le suddette, preziose statuette di tipo cicladico. 

 

 

 

Riprendendo il cammino virtuale nel tempo su queste rive dello Stretto e giunti quindi al “giro di boa” del 2000 a.C., ecco che, sparso tra le dune del mare e i terreni ondulati fra i torrenti di uno degli innumerevoli paleosuoli della futura Messina, tra le colonne e le spire di fumo dei numerosi focolari compare il grosso villaggio preistorico di capanne, che nella futura età greca verrà ancestralmente ricordato dagli aedi come l’antichissima e mitica Città di Orione.

        La vita, apparentemente pacifica, di questa piccola paleo-città preistorica attraversa quasi tutti i primi tre quarti del II millennio a.C., corrispondenti ai circa otto secoli del Bronzo Antico e del Bronzo Medio.

       Questo grosso nucleo abitativo, infatti, con annesse necropoli – tombe costituite da sepolture in grandi vasi (giarroni a quattro anse, detti pithoi) posti solitamente in fila indiana, per lo più lungo corsi d’acqua – è venuto a impiantarsi, da un primitivo insediamento della tarda età del Rame dell’orizzonte di Piano Quartara, nel sito oggi occupato dalle aree del centro città gravitanti intorno a piazza Cairoli e viale S. Martino e alla Stazione Ferroviaria; unitamente a una corona di numerosi, piccoli insediamenti minori più o meno coevi disseminati lungo la costa settentrionale e le colline, da luogo al primo consistente popolamento della cuspide peloritana della Sicilia

       Ma la sua apparente estensione non è ormai da considerare particolarmente rara tra gli insediamenti di maggiori dimensioni della prima e  media età del Bronzo italiana, accresciuti anche dall’aggregarsi di piccoli insediamenti della precedente età del Rame, per via di aumento demografico e/o per le iniziali esigenze generali di difesa

      Questo grosso nucleo abitativo, infatti, con annesse necropoli – tombe costituite da sepolture in grandi vasi (giarroni a quattro anse, detti pithoi) posti solitamente in fila indiana, per lo più lungo corsi d’acqua – è venuto a impiantarsi, da un primitivo insediamento della tarda età del Rame dell’orizzonte di Piano Quartara, nel sito oggi occupato dalle aree del centro città gravitanti intorno a piazza Cairoli e viale S. Martino e alla Stazione Ferroviaria; unitamente a una corona di numerosi, piccoli insediamenti minori più o meno coevi disseminati lungo la costa settentrionale e le colline, da luogo al primo consistente popolamento della cuspide peloritana della Sicilia

       E’ un’esistenza presumibilmente abbastanza pacifica e arricchita dalle numerose risorse ambientali e strategiche del luogo, quella che, possiamo immaginare, dovrebbe contraddistinguere la vita di queste remote genti, per noi senza nome, dei periodi del Bronzo Antico e del Bronzo Medio, stanziate su questa sponda siciliana dello Stretto; il cui braccio di mare, da sempre importantissimo nelle rotte commerciali marittime, deve forse considerarsi da esse controllato, almeno in parte, presumibilmente anche con la pirateria, come potrebbe essere indicato dal “ricordo” greco classico dei feroci Lestrigones, primitivi abitatori dell’isola di Trinakìe. ||Organizzati in clan familiari più o meno allargati, probabilmente anche riuniti sotto la guida di un capo forse con funzioni anche sacerdotali – come attesterebbe la particolare capanna a pianta sub rettangolare (pseudo-mégaron?) o, forse più probabilmente, fortemente ellittica (analoga a esempi di Lipari e di Milazzo, della contemporanea cultura eoliana di Capo Graziano) a suo tempo affiorata con parte di altre strutture coeve in un cantiere edile presso il viale S. Martino (Riccobono e Scibona 1971) – questi antichissimi abitatori del versante peloritano dello Stretto appartengono quasi certamente al grande ceppo “autoctono” sicano, tramandato dagli storici antichi come il popolo dei “primi abitatori” dell’Isola.

       Queste proto-genti siciliane dello Stretto della prima età del Bronzo per tutta la prima metà del II millennio a.C. sono portatrici di un ricco sotto-orizzonte culturale e artigianale dell’estremo lembo nord-orientale dell’Isola, oggi indicato dagli studiosi (Martinelli, Tigano et alii), appunto, come “facies di Messina-Ricadi, con epicentro nello Stretto e a Messina; partecipe della più vasta cultura “sicana” del Bronzo Antico della Sicilia centro-settentrionale, estesa da Messina all’isola di Pantelleria e in parte delle zone più interne verso l’Etna e detta di Rodì-Tindari-Vallelunga-Boccadifalco, ovvero solo di Rodì-Tindari per quanto concerne la “provincia” nord-orientale. ||Tali genti, caratterizzate da forme di economia a forte componente agro-pastorale e da una religiosità funeraria concretizzata in sepolture entro grandi vasi, sono  imparentate culturalmente con quelle appenniniche centro-meridionali della coeva cultura detta del Protoappenninico B, ma specialmente esse sono culturalmente ed etnicamente vicine e affini con le altre genti “sicane”, ma di carattere ed economia a forte componente anche marinara e commerciale, artefici della civiltà del Bronzo delle isole Eolie e di Milazzo, della coeva cultura del Bronzo Antico eoliano detta di Capo Graziano, dal noto sito della Montagnola di Filicudi. ||

         Non si sa ancora, però, se, direttamente o meno, questi abitatori della sponda siciliana dello Stretto delle due contigue età del Bronzo siano in contatto, almeno in certe fasi della loro storia per noi ancora “oscura”, anche con la coeva “colonizzazione commerciale” micenea. ||Proveniente per lo più dalla Grecia continentale delle “rocche micenee” – le piccole monarchie protoelleniche riverberate nelle opere di Omero – tale “colonizzazione”, pacifica e ben diversa da quasi tutta la colonizzazione ellenica di età storica, si muove sulle lunghe ma ormai ben collaudate rotte trasmarine dei metalli, inaugurate dalle frequentazioni proto-egee del millennio precedente ad opera dei navigatori cicladici (vedi supra) e attestata, con i suoi empori commerciali ma anche con piccoli e pacifici stanziamenti stabili, in Sicilia e in Italia peninsulare nel corso di tutta l’età del Bronzo – corrispondente ai periodi del Medio e del Tardo Elladico della Grecia, principale “partner culturale” della Sicilia e delle altre regioni meridionali d’Italia dalla tarda preistoria fino all’età bizantina – regredendo fortemente solo nell’età del Ferro e sostituita, ma solo in altri settori della Sicilia, dalla successiva colonizzazione commerciale cananeo-fenicia.

        La presenza, diretta o meno, di navigatori proto-elleni (micenei) nella sponda siciliana dello Stretto è finora indicata solo da alcuni rari cocci di vaso casualmente dragati nei primi anni Settanta, assieme ad altre importati tracce archeologiche, nelle acque del tratto orientale del porto, presso la banchina Egeo (Riccobono 1970-71).

 

 

Nei secoli corruschi della prima età del Ferro, com’è noto caratterizzati da una generale insicurezza, determinata da scorrerie e invasioni di ancora non ben definiti Popoli del Mare in tutto intero il bacino mediterraneo, l’evidente pericolosità di insediarsi in luoghi poco difesi lungo le rive del mare è dovuta essere, presumibilmente, la causa principale di ciò che sembrerebbe il totale abbandono e scomparsa dei vecchi insediamenti sviluppatisi nel primo e nel medio Bronzo nell’area dello Stretto di Messina e, per quanto concerne il versante siciliano, nella fascia costiera intorno all’area porto, particolarmente aperta e poco difendibile dal mare. 

     Così che nello iato temporale, ancora molto problematico per gli studiosi, costituito dai “secoli bui” intorno al Mille a.C., a Messina, dopo uno sporadico, vecchio ritrovamento di pochi cocciami “di tipo ausonio” sulle pendici di Montepiselli (Riccobono 1970), l’oscura e inquieta alba protostorica dell’età del Ferro si presenta con un consistente insediamento peloritano d’alta collina, arroccato nei boschi tra i monti Ciccia e Tidora.

      Le risultanze degli importanti scavi di questa stazione (Villari 1991), in cui compare l’attestazione anche a Messina del rito “proto-villanoviano” dell’incinerazione di defunti e la tipicità “subappenninica” di chiara derivazione calabrese proto-laziale evidenziata dalle varie classi delle rozze ceramiche restituite da questa importantissima stazione insediativa, ci indicano un iniziale momento di vita del età del Bronzo Finale (XII-XI sec. a.C.), probabilmente distrutto e rifondato nella prima età del Ferro (XI-X secolo a.C.). ||Si è così, forse, venuto a confermare – come affascinante ipotesi – quanto tramandato anche dagli storici antichi, circa il passaggio dello Stretto – subito dopo la seconda distruzione del villaggio dell’ acropoli del Castello di Lipari, attestata verso la metà del X secolo a.C. (Bernabò-Brea - Cavalier 1948 e passim) – di gruppi di bellicose genti proto-ialiche, transitate dalla vicina Calabria nell’ambito delle “problematiche” invasioni dei Siculi (direttamente imparentati con i proto-Latini) nell’Isola che da essi prenderà il nome, unitamente alle invasioni dal Lazio e dalla Campania delle tribù proto-osche, tra loro strettamente affini, degli Ausoni, degli Eoli (che daranno il nome al noto arcipelago), degli Itali (dai quali prenderà il nome il nostro Paese), degli Enotri e dei Morgeti.

        Gli ultimi discendenti di questa gente peloritana, anch’essa per noi senza nome ma certamente da immaginare come una “selvatica” comunità di piccoli clan familiari di rozzi e irsuti pastori, cacciatori e boscaioli di lontana origine peninsulare, arroccato tra le ascose selve su questi monti, vedranno (presumibilmente non certo di buon grado) approdare e stanziarsi, sulla sottostante piana intorno al porto, i primi coloni ellenici fondatori di Zancle.     

 

 

Nella metà dell’ VIII secolo a.C., agli esordi della storia scritta europea – quasi in contemporanea, nel “Latius vetus”, con la fondazione di Roma – nello Stretto di Messina viene infatti a impiantarsi la prima fondazione ionico-calcidese della Zancle “coloniale”: da considerare, con tutta probabilità, la prima colonia ellenica di età storica in Sicilia, essa si realizza ad opera di un nucleo di “pirati cumani” (proto-elleni di stirpe ionica), che già da tempo si erano impiantati nell’isola di Pytecussa (poi Ischia) e nell’antistante costa campana, in funzione di stazione strategica sul versante siciliano del Pòrtmos (poi Fretum Siculum, indi Stretto di Messina), sulla mitica Falce Cronia della penisola (poi detta Insula Sancti Jacinti - S. Raineri), contro i pirati tirreni (cioè proto-etruschi), la cui talassocrazia, contrastata appunto da quella greco-ionica (antagonista anche di quella fenicio-punica), trovava appunto nello Stretto di Messina il suo limite meridionale; mentre la fondazione “di fatto” della proto-colonia ellenica intorno al 734 a.C. viene consolidata con la fondazione “rituale”(“ktysis”) della pòlis zanclea, la cui storia scritta esordisce quasi assieme alla vicina consorella Naxos, più a Sud sulla riviera ionica della Sicilia. ||Indi, nel corso dei successivi secoli VII e VI a.C., fiorisce e prospera di ricchi commerci (e comune pirateria) la Zancle ionica greca arcaica, che viene a costituire uno dei più importanti empori trasmarini del mondo ellenico nei mari d’Occidente, in diretto contatto con quasi tutte le città e le colonie greche del Mediterraneo, dalle fiorenti poleis della Ionia e della Grecia insulare alla focese Massalia (Marsilia), ma anche con il Mediterraneo fenicio-punico e, nell’Italia peninsulare, con il fiorire della prima civiltà, in parte antagonista, dei ricchi Rasenna (gli Etruschi) tirrenici di Centro Italia e con il Lazio, già in parte ellenizzato, della Prisca Roma dei sette Re.

        Proseguendo con gli altri “secoli d’oro” dell’antichità greca, classica ed ellenistica, vediamo innanzitutto che con il primo decennio del V secolo a.C. la vecchia Zancle ionica – tra l’altro una delle prime poleis greche di Sicilia a battere moneta (d’argento), già verso il 530 a.C. – già “città-madre” di sotto-colonie, anch’esse fiorenti, in Sicilia e in Magna Grecia e che, ad eccezione di episodici scontri armati in mare con la pirateria tirrenica e in terra con alcuni centri siculi non ancora identificati, ha finora prosperato in pace di commerci, agricoltura e artigianato, dapprima viene minacciata dalla folta immigrazione di profughi egei di Samo, transfughi dall’invasione persiana della loro isola, indi, nel corso del decennio seguente, con l’altra ondata di profughi ellenici, questa volta dori tranfughi da Messene, nel Peloponneso, conquistata dalla vicina Sparta viene a cambiarsi nella Messene/Messana dorica, per i maneggi politici e l’opera cruenta di Anassilas di Reggio, uno dei primi grandi tiranni della Sicilia ellenica, che assieme all’antagonista Ippocrate di Gela, dominerà la Messana della prima metà del V secolo a.C.; mentre sotto il governo di Anassilas Messana e Reggio – anche la cui vasta monetazione in questi decenni è quasi identica – formeranno un effimero ma fiorentissimo “potentato dorico dello Stretto”. || Ma per tutto il resto del V secolo a.C. – il secolo d’oro della classicità greca – nonostante la fisiologica instabilità politica esterna e interna alle pòleis  siceliote e di tutto il resto del mondo ellenico, Messana continua a vivere la tradizionale prosperità di commerci e di ricche attività di una pòlis che, almeno per tutto il secolo, diviene la seconda città greca di Sicilia, dopo la potente Siracusa, anche per entità di emissioni monetarie e probabilmente come estensione e popolamento urbani: una prosperità che però, dopo l’avventurosa parentesi ateniese del 415 a.C. e il periodo di egemonia siracusana ad opera del tiranno Dioniso il Vecchio, viene a concludersi drammaticamente con la grande distruzione del 396 a.C. per mano dei Cartaginesi e il massacro e la sostanziale fine dell’ ethnos ellenico originario.

         Il combattuto IV secolo a.C. vede il ripopolamento di Messana ad opera di elementi peninsulari, magnogreci (per lo più Reggini, Medmei e Locresi) e osco-campani e, oltre a cruente lotte intestine tra le fazioni oligarchica e democratica,  assiste alla riscossa anticartaginese della Sicilia greco-sicula ad opera di Timoleonte di Corinto e, in quanto già parte integrante della nascere, anche in Occidente, della grande civiltà ellenistica, esordita in Grecia e in Oriente con l’astro di Alessandro Magno, Messana vede il secolo concludersi con un nuovo soggiacere all’egemonia di Siracusa, questa volta sotto la spietata “tirannide democratica” di Agatocle: il nuovo campione della grecità di Sicilia –  pur avendo costui saccheggiato, tra le altre città siceliote oligarchiche sue avversarie, Lipara e il suo ricco santuario di Eolo – contro la sicilianità punica e l’acerrima e potente nemica Cartagine; così che nel 305 a.C. il tiranno viene a proclamarsi Basiléus (Re nell’accezione greco-orientale) di un nuovo, effimero impero egemonico aretuseo, di tipo ellenistico, realizzando il primo vero e proprio regno della storia di Sicilia.

        Il III secolo a.C., qualche anno dopo la fugace avventura del passaggio in Sicilia di Pirro, re dell’Epiro, nel 286 a.C. vede perpetrarsi il massacro a tradimento di gran parte della popolazione messana (quasi tutta quella adulta, valida e di sesso maschile) ad opera dei feroci Mamertini, gli ex mercenari oschi del defunto Agatocle, capitanati dal loro bieco e astuto duce Mamerco. ||Momentaneamente ribattezzata Mamertine o Messana/Mamertine e popolata da un ethnos ormai per la sua parte osco-italico, la Città dello Stretto, ora governata dai feroci e bellicosi ex mercenari campani (sotto il nome osco del nume della guerra Areos - greco Ares - latino Mars/Marte), per la prima (e unica) volta nella sua storia viene però a godere di un momentaneo ruolo di forte egemonia politico-militare su tutta l’area nord-orientale dell’Isola, a scapito delle potenti rivali Siracusa e Cartagine; indi, quale città, al pari della vicina e antistante Reggio, dominata dall’elemento osco-campano, politicamente  filo-romano, diviene la  prima città di Sicilia a passare, con il titolo di Ciuitas Foederata, sotto l’egida di Roma, in qualità di “alleata”. ||Sempre fedelmente legata alla trionfante ascesa della potenza romana, durante e dopo le Guerre Puniche –  esiziali per gran parte del resto dell’Isola, sensibilmente impoverita dagli assedi e poi, con la formazione dei primi grandi latifondi isolani, lavorati da grandi masse schiavili provenienti dalle conquiste in Oriente, asservita al ruolo di primo granaio di Roma – con il passaggio della Sicilia a prima provincia dell’ imperium di Roma, Messana, solo nominalmente greca ma con popolazione a preponderante origine osca e trilingue, greca di koiné e osco-campana e successivamente anche latina, torna a fiorire di commerci con tutto il ricco bacino mediterraneo, ma specialmente con la Grecia, Rodi e l’Egitto tolemaico, vivificato ora dalla grande Koiné ellenistica.   

       Sorpassate le Guerre Servili del II e della prima metà del I secolo a.C. e le altre cruente vicende interne ed esterne allo Stato romano e quasi tutte quelle Civili ad esse subito successive, tutte combattute in massima parte lontano dallo Stretto, Messana – la “mamertina ciuitas locupletissima“, celebrata nelle Verrine“ di Cicerone – attraversa l’ultimo scorcio di queste con la breve parentesi bellica, culminata con la sconfitta, nelle vicine acque tirreniche del Nauloco (36 a.C.), dell’eterogenea armata “senatoria” di Sesto Pompeo (l’ultimo dei navarchi ellenistici) e della sua effimera talassocrazia “ispano-siciliana”, ad opera di Ottavio, il futuro Cesare Augusto (ma per mano del suocero, l’ammiraglio Agrippa e della sua compatta Classis italica), subendo solo qualche rappresaglia da parte della fazione “cesariana” vincitrice, dell’Augusto fondatore dell’incipiente impero romano. 

        Al centro di un Orbe mediterraneo ellenistico-romano pacificato dalle armi e dalle leggi di Roma, vede l’alba dell’Era Volgare una Messana ormai multietnica, di lingua e cultura parimenti greca e latina e poi anche in parte neopunica ed ebraica e, sulle rotte trasmarine, quasi direttamente interfacciata con l’Urbe; commerciando e in gran parte prosperando nelle sue molteplici attività essa viene così a vivere, tra i secoli I e IV, la lunga e tranquilla Pax Romana.

       Proseguendo il rapido “viaggio nel tempo” su questa sponda dello Stretto, dopo aver sorpassato il periodo romano-barbarico (con dominazioni solo nominali) dei secoli V e VI – caratterizzati, tra l’altro, dal sempre maggiore rimpicciolimento e “ruralizzazione” dell’antica urbs classica greco-romana –  e, a partire dalla terribile Guerra Greco-Gotica,  avendo superati gli altri corruschi “secoli bui”, dal VII secolo fino a ridosso del Mille – i due periodi altomedievali della Sicilia, rispettivamente bizantino e islamo-saraceno – ecco che con la riconquista cristiana della Sicilia, strappata al Dar al Islam per mano degli agguerriti Milites normanni, iniziata a partire dal 1060 e proprio da queste sponde dello Stretto – “in contemporanea” con l’analoga conquista normanna dell’Inghilterra sassone e l’inizio della riconquista cristiana della Spagna musulmana – l’annichilita Messina/Mesìni dell’età araba, ridotta, per due secoli, a poco più di un grosso villaggio di alcune migliaia di anime (quasi tutte cristiane) a raccolto a ridosso dell’ansa interna del porto – mai arabizzata né sottomessa, se non nominalmente, ai dominatori islamici (accampati solitamente, tranne una guarnigione, fuori della città “degli adoratori delle croci”) e, come il resto della parte più nord-orientale della Sicilia, rimasta tenacemente fedele alla religione e cultura cristiana, di matrice principalmente greco-orientale, ereditata dall’ultima fase del precedente dominio bizantino – si trasforma rapidamente nella “regale” Messina normanno-sveva dei secoli XII e XIII, prosperante di commerci, ricche attività manifatturiere e di vasto artigianato, al centro della più importante rete degli scambi mediterranei, rinati grazie principalmente alle forti repubbliche marinare italiane – tra cui, in area meridionale, con Amalfi, sarebbe da annoverare, almeno in parte, anche Messina, ancorché città sottomessa al Regnum normanno – e sullo sfondo dell’epopea crociata in Oriente: con Palermo, la più importante delle città fiorite sotto la munifica e civilissima dinastia normanna degli Altavilla. ||Ruolo e prosperità di primo piano che perdurano anche dopo che la contrastata eredità a favore del feroce (ma anch’egli munifico) imperatore Arrigo IV di Svevia porta alla sottomissione del patriziato feudale normanno e lombardo alla potenza imperiale romano-germanica, poi, con la nuova feudalità tedesca, consolidata con il grande Federico II, Stupor Mundi delle scienze e della cultura, ma acerrimo nemico del Papato e delle libertà comunali italiane; pertanto, affossatore definitivo di ogni velleità libertaria della Messina marinara e mercantile, sostituita da quella sottomessa e dominata  dal potere burocratico dei magnati della nuova nobiltà urbana e dei legum doctores ||Indi, dopo la fine del dominio svevo e quello, ben più avversato, angioino, il truce periodo del Vespro, la Peste nera del 1347/48 e l’anarchia feudale occupano tutto il XIV secolo, fino alla complessa ripresa del XV, caratterizzata anche a Messina dall’instabilità politica del regno aragonese dei Martini, terminata nel rafforzamento dell’autorità regale con Alfonso il Magnanimo, nel pieno e nel tardo Rinascimento.

      Dal terzo decennio del XVI secolo, in riva allo Stretto si ha la vera fine convenzionale del Medioevo e l’esordio dell’Evo Moderno, materialmente rappresentato dalla costruzione, ad opera dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, della potentissima cinta muraria e delle altre grandi fortificazioni urbane: realizzate in funione antiturca e antibarbaresca – nella seconda, grande offensiva islamica in Occidente – dopo la vittoriosa impresa di Tunisi e La Goletta, tra il 1535  e il 1540 –  determinando altresì il generale ridisegno urbano della vetusta Messina medievale. ||Ma è specialmente subito dopo la grande impresa di Lepanto del 1571, che nello Stretto – dagli inizi del secolo sotto la minaccia del Turco, culminata nei primi anni trenta con i terribili sacchi di Lipari e Reggio Calabria e i tentativi di assalto a Messina, vanificati principalmente proprio grazie alle sue potenti fortificazioni – come al tempo della Terza Crociata, ha la sua base di raccolta, partenza e vittorioso ritorno, che Messina, tra la metà del XVI e il terzo quarto del XVII secolo conosce l’apice di una ricchezza e di una potenza economica e commerciale particolarmente opulente, che ne risaltano sempre più il ruolo di una realtà (quasi una città-stato) troppo orgogliosamente (e anacronisticamente) semi-indipendente nei confronti del resto della Sicilia vicereale – con la fiera rivale Palermo come caput Regni – e della stessa Corona spagnola – avida di tassazioni per la pessima amministrazione e le continue esigenze delle sue guerre europee – infine, dopo l’infausta (e velleitaria) rivolta filo-francese del 1674-78, sostenuta e poi cinicamente tradita da re Luigi XIV, costretta a piegarsi al, pur declinante, giogo ispanico, con la conseguente perdita di tutti i suoi antichi privilegi, l’esilio della migliore nobiltà e l’impoverimento generale

      A partire da adesso e per poco più di due secoli in avanti, Messina non sarà mai molto di più di una città di media entità e di un’importanza più o meno consistente, ma mai più di primo piano, negli scacchieri della politica e dell’economia del Mediterraneo e dell’Europa meridionale.    

      L’articolato svolgersi del XVIII secolo, esordito con le parentesi belliche dei suoi primi decenni, caratterizzate dalle Guerre di Successione europee, a queste latitudini culminate con l’assedio spagnolo dello Stretto e la battaglia di Francavilla di Sicilia del 1718, prosegue con la prima età borbonica (iniziata con il regno di Carlo III nel 1735), che ci porta a ridosso della storia dei secoli più recenti: Messina, dopo un secolo di faticosa ripresa, viene colpita dal grande sisma del 1783, ma in compenso, con il resto della Sicilia, non partecipa che marginalmente ai rivolgimenti politici epocali che imperversano nel resto d’Europa e dell’Italia tra l’ultimo scorcio del XVIII e l’alba del XIX secolo e, all’indomani dell’occupazione militare inglese dell’Isola, in antemurale a quella franco-napoleonica della Penisola, tuttavia oltremodo stimolante nell’economia locale, con l’importazione di grandi attività imprenditoriali ad opera di ricche e fiorenti colonie straniere, principalmente britanniche, arriva dunque a quella ricca prima metà dell’Ottocento che, ancorché sullo sfondo della grande stagione cospirativa e insurrezionale – con il Quarantotto, assieme a quello romano, più ferocemente combattuto e sanguinoso del Risorgimento italiano – costituisce tuttavia l’ultimo periodo florido della storia di Messina: quando ancora splendeva il sole sul felice Reame delle Due Sicilie.   

       Dopo la conquista garibaldina del 1860 e la fine del regno borbonico (ma anche di tante ingenue speranze) Messina nel nuovo Regno d’Italia è di fatto declassata a città di secondo piano della giovane Nazione italiana unificata – a che prezzo non è stato ancora dato davvero sapere (!) – e, pur tuttavia ancora ricca di commerci e industrie manifatturiere, la Regina del Peloro, com’è noto, viene brutalmente stroncata dal cataclisma tellurico del 1908; indi “finita” a colpi di piccone e dinamite, dai suoi “ricostruttori”. || Ma nello stesso Secolo Breve, da poco concluso, ecco che, dopo una sostenuta ripresa economica in età fascista, anche mercé vaste realizzazioni di opere pubbliche del Regime, compresa la ricostruzione del patrimonio edilizio della Chiesa locale ad opera dell’arcivescovo liparese Giuseppe Pajno, ecco che altri due flagelli vengono ad annichilire nuovamente Messina: le bombe alleate del 1943 – con la meritata medaglia d’oro conferitale dalla Repubblica Italiana quale città martire dell’ultima guerra – indi, nel nostri tempo presente, una speculazione edilizia abnorme, che, espressione di un’economia fortemente condizionata da flussi di ricchezza parassitaria e da consistenti fenomenologie malavitose e di finanza mafiosa, nonostante tanti scempi, saccheggi e dissesti del territorio, continua a tutt’oggi imperterrita e inarrestata a sfigurare il volto e a dissestare il suolo di una delle più belle città del Mediterraneo.

       E l’antico motto “Post fata resurgo!”– ripetuto dai suoi figli migliori ripetuto sulle rovine fumanti della Città dello Stretto, tante volte distrutta e in varia guisa atterrata, fino ai bombardamenti alleati del 1943 – diviene ormai pateticamente retorico a cospetto della Messina odierna, “resurta“ dalla grande catastrofe di centodue anni fa e riedificata nel corso del XX secolo, ma “affossata” dal sempre più assoluto prevalere di un’economia quasi esclusivamente “terziarizzata” e improduttiva di sviluppo e occupazione e, per il resto, dissennatamente distruttiva delle sue residue risorse territoriali.   

       Rispetto alla Messina dei secoli scorsi, infatti, quella dell’oggi, come ben si sa, … è purtroppo tutt’altra storia.

Nino Malatino

  - (continua) -                                                                                 

 

                     


 
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