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La pesca del Pesce Spada
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La pesca del Pesce Spada, a Messina, è un’arte antichissima che si tramanda di padre in figlio. Si pratica nelle acque dello Stretto, dai primi di maggio e fino a tutto agosto, da oltre duemila anni con l’uso, ad inizio stagione, del sorteggio delle “poste” che cambiano a rotazione ogni settimana.

Per la caccia al Pesce Spada “u lanzaturi“ ( il lanciatore) è determinante per la cattura della preda, ma, ciò, è sempre subordinato alla qualità  “du ferru“ (del ferro, o meglio, dell’asta con l’arpione ).

Un serivizio di Mario Soldati degli anni '50

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L’arpione era forgiato secondo canoni tramandati di padre in figlio e pochissimi erano gli esperti “mastri firrara“: uno di questi era “Mastru Ninu Puglisi”, del Villaggio S. Agata, dove visse ed aveva bottega.

Quando forgiava e batteva gli arpioni stava sempre solo, solo una volta mi permise di assistere alla forgiatura di un arpione con la promessa di non svelare mai il suo segreto. Segreto che si è portato nella tomba.

I capi barca facevano a gara per avere un suo arpione, che non vendeva ma che dava solo in uso,  ricevendo in cambio una parte del pesce spada catturato. A fine campagna di pesca, i ferri venivano riconsegnati al fabbro che curava la loro manutenzione  sostituendo quelle parti usurate.

La morte di “Mastru Ninu” ha lasciato un vuoto incolmabile tra i pescatori che, specialmente i più giovani, lo interpellavano per avere consigli sulla pesca, sulle correnti e sull’uso degli attrezzi.

Oggi gli arpioni sono comprati nei negozi specializzati. 

Anticamente e fino agli anni Cinquanta, la pesca del Pesce Spada si effettuava con due barche: una “Feluca”  con un albero centrale alto 20 metri chiamato”‘ntinna“, dove sulla  sommità trovava posto un osservatore detto “ ‘ntinneri “, ed una barca lunga sei metri e larga m. 1,65 chiamata “Luntro“, munita di una piccola antenna alta tre metri, con un equipaggio di cinque  rematori su quattro remi, un  “antennista” e un lanciatore che si posizionava a poppa (così era chiamata, in gergo, la prua ) col compito di infilzare la preda. 

 La barca, costruita in legno molto leggero, sotto la spinta dei vogatori diventava velocissima ma capitava, come anche oggi, che il pesce si inabissasse o si sbagliasse il tiro.

L’equipaggio del “Luntro” era scelto accuratamente tra vogatori capaci, che nella maggior parte dei casi erano addestrati sin dalla nascita.

Il pagamento dell’equipaggio non era determinato in quota fissa, ma, per antica usanza, era calcolato in proporzione al pescato, in modo da avere stimoli maggiori.

Un filmato di Vittorio De Seta del 1954 tratto da YouTube

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Il sistema, basato su una Feluca e due Luntri, era articolato in venti parti cosi suddivise:

due parti al padrone della Feluca; una alla barca del lanciatore; una e mezza al lanciatore; una alla vedetta del Luntro; tre alle due vedette della Feluca; sei per i cinque rematori del Luntro; quattro per i quattro rematori della seconda  barca; una al proprietario dei ferri e mezza alla Chiesa.

Oggi il sistema di pagamento è quasi uguale, ma adeguato al nuovo sistema di pesca che si pratica con feluche munite di passerelle lunghe 20 metri, un traliccio di 30 metri in sostituzione del palo di legno e potentissimi motori, mentre il “Luntro” è stato definitivamente abbandonato.

Nel periodo estivo sono collocate nel Lago Grande, dai pescatori di Ganzirri, una “Feluca” ed un “Luntro” a testimonianza del nostro glorioso passato marinaro; barche che poi sono utilizzate per trasportare la statua di San Nicola, il giorno della sua festa, all’interno del Lago Grande, attorniato da lumi posti nelle acque e da tutte le barche dei pescatori del luogo.

 

 

 


 
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