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Le maliziose confidenze del Caravaggio
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di Lino Soraci

Divagazioni interpretative su tre opere fondamentali del Maestro lombardo
 
La superba mostra del Caravaggio allestita presso le Scuderie del Quirinale, offre il destro per azzardare alcune “libere divagazioni” su vizi e virtù di uno dei più grandi geni della pittura di tutti i tempi.

Accostarsi a una personalità così forte e controversa come quella del pittore “maledetto”, oltre a provocare forti emozioni predispone, infatti, l’animo a tentare più ardite vie interpretative che tracimano dal regolare corso segnato dalle critiche convenzionali.

I temi della pittura caravaggesca, oltre alla mirabile tecnica, si rifanno, sostanzialmente, alla religiosità e alla presunta omosessualità dell’artista.

Quest’ultima piccante particolarità  ha indotto taluni autori a interpretare, tout court, il corpus pittorico del Merisi come un’irriverente e scollacciata ostentazione della sua “devianza” sessuale sfrontatamente esibita perfino in tele di grande respiro religioso. 

Di converso, altri studiosi (come Roberto  Longhi e Maurizio Calvesi), respingendo con sdegno questa malevola illazione sul pittore (definita un “abbaglio” di certa critica che non tiene nel giusto conto la documentata frequentazione carnale del pittore con almeno due donne!!!), anche di fronte a inequivocabili posture provocanti dei suoi androgini modelli sublimano quelle opere con il crisma della spiritualità e dell’insegnamento Oratoriano! Sic! 

Dove sta la verità? Impossibile trovarla! Gli uomini, tutti gli uomini, sono un miscuglio di anima e corpo, di spirito e carne, di infime pulsioni terrene e di lirici abbandoni mistici.

E questo vale ancora di più per un artista che trasforma sia la realtà che lo circonda sia la sua interiorità in incandescente materia creativa che travalica la volontà del suo stesso autore. La cosa certa è che i dipinti del Maestro lombardo, dopo avere sfidato vittoriosamente l’usura del tempo e l’onta dell’oblio, si concedono ambiguamente alla visione dei visitatori nei musei più prestigiosi del mondo.

E guardando quelle tele è impossibile sottrarsi al sottile desiderio di penetrarle ben oltre la loro dichiarata apparenza, un po’ come si è usi fare con persone particolarmente intriganti delle quali si cerca di cogliere, nel corso di eccitanti conversazioni, la loro intima indole considerando sguardi, atteggiamenti, timbri di voce, ammiccamenti, seduzioni.

Il dialogo con i quadri del Caravaggio è intenso, vibrante, emozionante, pieno di sorprese solo se si è pronti ad abbandonarsi alle confidenze che il pittore, maliziosamente, ci sussurra all’orecchio divertendosi a spiazzare accademici maître à penser.

Ci parla della sua Cena in Emmaus, quella londinese, e se la ride di gusto indicando quella smisurata mano destra del discepolo che si protende imperiosa verso il buio.

Cena in Emmaus


“Questa volta sei stato colto in fallo!” lo provoco pericolosamente. “Hai grossolanamente sbagliato le proporzioni, caro Michel Angelo. La presunzione di dipingere senza un disegno preparatorio, alla fine ti ha tradito. Ben ti sta!” Il carattere collerico del pittore non tarda a venire fuori. “Ma cosa dici, immondo concittadino dello spregevole Susinno che tanta infamia ha sparso sul mio nome? Cosa c’è di sbagliato? Considera: dove è indirizzata quella mano? Verso il Cristo! E non lo sta anche oltrepassando? Tende verso la conoscenza del trascendente che risiede oltre la tenue luce dell’intelletto. Solo con l’aiuto del Cristo che ingigantisce le misere capacità umane si potranno squarciare le tenebre che avvolgono il mondo fisico e accedere, così, alla comprensione delle verità rivelate. È il mistero della Fede! Se il Cristo, dunque, fornisce vigore e forma a quella mano, secondo te come avrei dovuta dipingerla, io: misera e magari tremolante? Ma stai zitto, asino!” 

Dopo qualche  minuto di ostinato silenzio, mi giunge di nuovo la sua voce. “Vuoi saperne un’altra? Le opinioni dei critici, a proposito del “suonatore di liuto”, divergono sull’individuazione del modello che ha posato per me. Chi sarà mai stato, si lambiccano: Mario Minniti (il mio caro, buon  Mario, compagno di tante avventure!); o il castrato Pedro Montoya, cantore e musico?

Suonatore di liuto

Mi rendo naturalmente conto che nella disputa per questa attribuzione, oltre l’interesse scientifico, gioca un ruolo importante anche un po’ di morbosa pruderie per le insistenti voci che girano sui miei gusti sessuali. Ma il problema che si sono posti gli studiosi, in effetti, è di semplice soluzione. Basterebbe solo che partissero dall’ovvia constatazione che io dipingo rigorosamente dal naturale. Rappresento cioè, con cura maniacale, cose e persone dal vero anche nei più piccoli dettagli. È stato, ad esempio, ormai univocamente dimostrato che ogni singola nota riprodotta sugli spartiti inseriti nei miei quadri  è stata fedelmente trasposta (e nella stessa chiave musicale) dall’originale del brano da me copiato rendendolo così facilmente individuabile nel titolo e nell’autore! Osservando, quindi, mutatis mutandis, il suonatore di liuto, non credo sia impresa titanica individuare nel modello realisticamente rappresentato un musicista professionista! Lo si evince chiaramente dal perfetto appoggio della mano sinistra sul telo delle corde sulle quali le dita, come è necessario, esercitano un’omogenea e forte pressione grazie alla rigorosa posizione verticale del polso rispetto al manico dello strumento. E lo stesso discorso tecnico vale anche per la mano destra che poggia correttamente sulle corde da pizzicare.

Suonatore di liuto, particolare

 Si tratta, dunque, di uno strumentista professionista e quindi, per semplice esclusione, del castrato Pedro!”

Ma a ben altre rivelazioni dispongo il mio cuore. Più alte vette ermeneutiche mi preparo a  scalare in presenza del Maestro!La tela che sto adesso contemplando con riverenza e smarrimento è uno dei suoi massimi capolavori: il martirio di San Matteo.

Il Martirio di San Matteo

In un turbinio di ferina violenza, di sguardi terrorizzati, di urla di raccapriccio per il brutale assassinio che sta avvenendo al centro della rappresentazione pittorica, il santo riceve da un alato angioletto precariamente adagiato su  una vaporosa nuvola la palma del martirio. La scena è freneticamente affollata, dinamicamente punteggiata da contrapposti movimenti e sapientemente ritmata da ampie gestualità.

Di lato, a sinistra, si intravedono, tra gli altri, due personaggi. Uno, quello col cappello piumato, è un caro volto più volte dipinto: quello del siracusano Mario Minniti; l’altro, proprio in fondo, in una posizione un po’ più defilata, è l’autoritratto del Maestro che, in atto di fuggirsene via, volge lo sguardo all’indietro verso quella brutale scena.

 

Ma, un momento! Perché è praticamente nudo dalla cintola in giù?

Martirio di San Matteo, particolare

Non rammento, tra i tanti testi consultati, un rimando specifico, una spiegazione plausibile, un cenno che faccia luce su questo poco ortodosso contesto pittorico! La molesta impressione che ne ricavo è che sull’argomento si voglia addirittura glissare.

Guardo intensamente il Maestro che ricambia il mio sguardo con divertita complicità. E, allora, continuo a perdermi nelle nebbie del mio ragionamento. Gli altri nudi del quadro sono tutti giustificabili. Ma quello, il suo, è inesplicabile! Solo un motivo può averlo spinto a rappresentarsi così: perché aveva la necessità di creare in quella specifica parte del suo corpo (esattamente sulla zona gluteale sinistra), uno sfondo chiaro per dare risalto a qualcosa di importante!

Ad un primo esame, l’ombra che vi si staglia potrebbe facilmente riferirsi all’elsa della spada impugnata dall’assassino.

Il Martirio di San Matteo, particolare

Ma tale osservazione non riesce a convincermi. Troppo semplice! Quella macchia deve sicuramente rappresentare qualcos’altro di meno banale, di più criptico, di più sbalorditivo. La ricerca, dunque, va indirizzata su altri versanti meno praticati! Approfondisco diligentemente l’indagine ed ecco, improvvisa, la rivelazione che mi lascia trasecolato. Non riesco a credere ai miei occhi!Quell’ombra all’altezza dell’inguine sembra essere la proiezione del desiderio sessuale di Michel Angelo amplificata da una mano aperta e protesa verso l’oscena forma che campeggia in modo ancor più concupiscente per la vicinanza del suo Mario.

Il Martirio di San Matteo, particolare

Ancora una volta il lombardo si è preso gioco di tutti: degli ordini religiosi committenti, dell’ossessiva censura del  Sant’Uffizio e, più in generale, dello stesso spirito della controriforma che predicava “devozione, nobiltà e decoro nella pittura”.

Gli chiedo, supplicante, un cenno d’assenso. Il Maestro mi guarda con quei suoi occhi foschi e bovini, inarca le folte sopracciglia e dopo avere alzato con sufficienza le spalle si allontana con un malizioso sorriso dipinto sulle sue carnose labbra da Bacchino malato.


               
Lino Soraci

 


 

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