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L'Antiquarium comunale di Messina - prima parte
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La prima struttura per la valorizzazione museale dell'archeologia messinese *)

Galleria fotografica dell'Antiquarium

L’Antiquarium annesso all’area archeologica del Palazzo del Municipio di Messina costituisce innanzitutto, storicamente, il primo museo specificatamente progettato e realizzato per la pubblica custodia e fruizione in situ dei materiali archeologici restituiti dal territorio metropolitano della Città dello Stretto.

       La piccola struttura espositiva, realizzata in alcuni locali del piano terra dello storico Palazzo Zanca, appositamente riattati dall’Amministrazione Comunale su progetto degli architetti Giovanni Lazzari e Pietro Alberto Piazza, assolve al compito di ottimizzare la fruizione dell’area archeologica affiorata e posta in luce nell’ex cortile interno dell’importante plesso municipale (vedi infra), di cui conserva ed espone una significativa raccolta di reperti. 

        Allestito già da alcuni anni nella sede del Municipio, ad opera della competente Soprintendenza ai beni Culturali e Ambientali di Messina, l’Antiquarium Comunale di Palazzo Zanca è stato finalmente inaugurato il 14 febbraio del 2009, nell’ambito dell’evento culturale ispirato e attivato da una visita in città del critico d’arte Vittorio Sgarbi, che ha preso il nome di prima “Notte della Cultura”.

        Per la realizzazione dell’Antiquarium Comunale di Messina bisogna ringraziare principalmente l’impegno d’indirizzo profuso presso l’Amministrazione Comunale dall’allora assessore ai Beni e Attività Culturali, on. Giovanni Ardizzone e dal Presidente del Consiglio Comunale Giuseppe Previti, in ciò validamente supportati dalle emittenti televisive locali, prima fra tutte Telecineforum di Messina, iniziale ideatrice dell’iniziativa; mentre, nel campo tecnico-scientifico di scelta dei materiali, dei corredi informativi e dell’allestimento delle vetrine tale traguardo è stato il felice esito del proficuo lavoro di staff del Servizio Archeologico della competente Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, guidato dalla dr.ssa Gabriella Tigano, coadiuvata da valenti collaboratori, ai quali si deve, rispettivamente, la pubblicazione dello scavo dell’area archeologica del cortile interno di Palazzo Zanca e l’annessa esposizione di un’esauriente campionatura dei materiali rinvenuti e infine, sempre in attuazione dei più aggiornati criteri museografici, l’installazione di un supporto multimediale in varie lingue, a perfetta integrazione della didattica espositiva dei materiali e dei loro contesti di rinvenimento, con una sintesi della storia e della topografia archeologica di Messina. 

        Nelle vetrine dell’Antiquarium la disposizione dei materiali dei rispettivi contesti documentati dallo scavo, costituiti per lo più, ma non solo, da importanti lotti di ceramica medievale – di cui si tratterà nella nota successiva –  permette una completa lettura delle varie fasi di insediamento e urbanizzazione sedimentatesi nel corso dei secoli nel sito oggi occupato da Palazzo Zanca.

       Nell’ambito del suddetto percorso espositivo – ottemperando ai più aggiornati criteri di didattica museale, indirizzati a una più completa informazione sugli orizzonti della “cultura materiale” e del quotidiano vissuto domestico dei vari contesti insediativi – un rilievo non meno archeologicamente importante di quello riservato alle ceramiche e agli altri manufatti è dato da un settore appositamente riservato all’alimentazione quotidiana e alla zootecnia ad essa attinente; in questo caso trattata attraverso la presentazione di una campionatura degli abbondantissimi resti ossei delle faune domestiche utilizzate e/o consumate nell’ambito delle riserve alimentari di questo lembo dell’abitato della Messina medievale.

        Nella piccola ma esauriente rassegna espositiva dei materiali in vetrina e del corredo dei pannelli esplicativi, ecco che dal grande complesso edilizio delle fasi di monumentalizzazione urbana romana imperiale a Nord dell’impianto della Messana ellenistica, oltre l’alveo (oggi fossile) dell’antico torrente Luscinie, comprendente i momenti della tarda decadenza fino al quasi totale abbandono in età bizantina, si passa alla trama urbana medievale, a partire dalla prima presenza insediativa di età normanna e dal suo compiuto consolidamento strutturale di età sveva, giungendo alla fine dell’età aragonese, in cui si evidenzia la fitta e complessa successione di momenti di vita urbana della Messina medievale, in parte connessa allo spoglio e al riutilizzo delle antiche strutture romane, mediante la loro sistematica demolizione e spietramento delle rovine, documentando anche tratti della stratigrafia più recente, dei livelli dell’abitato rinascimentale e moderno (pochi elementi superstiti sfuggiti agli spianamenti delle macerie del dopo terremoto), distribuito senza soluzione di continuità anche nei secoli tra il Cinque e l’Ottocento lungo i tracciati della Via e del Vico della Neve, con l’ultima facies urbana moderna cancellata dal grande trauma del terremoto del 1908: così, partendo dai più lontani tempi della Roma imperiale, attraversando  il mezzo millennio dell’ ”età di Mezzo” posteriore al Mille, si arriva ai secoli moderni, a noi più prossimi, fino all’ultimo giorno precedente la tragica alba di quell’infausto 28 dicembre di appena poco più di cent’anni fa.

 A margine di quanto riportato si coglie l’occasione di osservare in questa sede l’opportunità e l’auspicio che il corredo espositivo dell’Antiquarium possa essere arricchito e completato con l’inserimento, rispettivamente,  di:

-         un settore contenente i calchi riproduttivi o almeno la riproduzione fotografica in diacolor luminoso dei più importanti reperti a suo tempo salvati nelle more della costruzione dell’attuale Palazzo Municipale (vedi infra) oggi custoditi ed esposti nel Museo Regionale di Messina;

-         una vetrina geo-paleontologica, con annesso pannello esplicativo, contenente una campionatura di minerali e di fossili attinente alle varie fasi della genesi quaternaria del territorio di questa zona dell’attuale centro città.

 L’Antiquarium Comunale di Messina trae la sua origine da un finanziamento iniziale dello Stato di £. 512.050.000, a suo tempo erogato dal Dipartimento del Turismo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito del Programma Operativo multiregionale - Turismo 1994/99 Misura 5 -“Itinerari Culturali Interregionali” Settore “Magna Grecia Tirrenica”, alla voce “Costituzione di un Antiquarium nel Palazzo Municipale di Messina e valorizzazione dell’attigua area archeologica” e nasce dall’originaria attività di scavo, espletata negli anni Settanta e Ottanta dal compianto archeologo Giacomo Scibona, per conto della allora competente Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale e dall’impegno dallo stesso profuso in sede istituzionale, oltre che per lo scavo e il recupero de complesso archeologico, anche, appunto, per l’ideazione della suddetta struttura museale annessa a questi scavi.

       Ma il progetto, definitivamente approvato alla fine degli anni Novanta, dopo la completa messa in luce, ad opera della Soprintendenza, dell’area archeologica raggiungibile dagli scavi nell’ex cortile interno di Palazzo Zanca e l’approntamento delle sue strutture espositive, per la sua realizzazione ha dovuto attendere più di una decina d’anni di travagliata gestazione burocratica, anche per questioni attinenti al collaudo definitivo, espletato infine dall’arch. Nino Principato, del Comune; fino alla suddetta inaugurazione del 2009.

       E ancora grazie! Visto che, per esempio, il Museo Regionale di Messina, a quasi novant’anni dalla sua inaugurazione come ex Museo Nazionale (1923), ancora oggi attende … la sua definitiva ultimazione!

      L’ “offerta culturale” fornita da questo piccolo organismo espositivo – pur essendo ancora ben lungi dall’essere adeguatamente sfruttata in tutte le sue potenzialità da una politica locale di turismo culturale sostanzialmente ancora da inventare – viene accentuata dalla felice logistica del sito in cui si colloca: il Palazzo Comunale di Messina.

       L’importante edificio pubblico, sede ufficiale del più alto consesso politico e amministrativo della città, appartiene a quel tipo di sede deputata della Municipalità  un tempo detto Palazzo di Città, che a Messina, fino al sisma del 1908 e alle successive demolizioni, sorgeva di rimpetto e a poca distanza dal sito attuale, sulla cortina del porto, inserito al centro della Palazzata o Teatro Marittimo; di cui negli anni intorno al 1910, dopo i gravi danni del terremoto del 1908 condivise la triste sorte della totale demolizione nel quadro del Piano Regolatore Borzì. ||Comunemente noto come Palazzo Zanca, dal nome del suo progettista, l’architetto palermitano Luigi Zanca, l’importante plesso municipale è stato realizzato nel corso degli anni Venti del secolo scorso, nell’ambito della prima fase della ricostruzione della Città dello Stretto dopo il grande sisma e, quale elemento di primaria rilevanza della configurazione urbanistica e monumentale dell’attuale centro storico di Messina, assieme alla vicina Cattedrale, anch’essa ricostruita negli stessi anni.  

        Il Palazzo del Municipio sorge nelle adiacenze a Nord dell’area di Piazza Duomo, quasi direttamente antistante alle nuove banchine di attracco delle grandi navi da crociera, sulla vicina cortina del porto: poco più di un centinaio di metri distante dal punto in cui sorgeva il suo antenato Palazzo di Città. Pertanto, l’Antiquarium ora finalmente realizzato e attivato all’interno dell’importante e storico edificio, della cui dotazione artistica e culturale è ora parte integrante, dovrebbe fornire – previa adeguata valorizzazione, purtroppo ancora da attivare – un contributo notevole nel novero dei non numerosi poli di attrattiva culturale del centro storico della “Perla dello Stretto”, sulla principale direttrice turistica da piazza Duomo al Santuario di Montalto e al Sacrario di Cristo Re, sulla soprastante circonvallazione. 

L’Antiquarium Comunale di Palazzo Zanca, come già accennato, costituisce il primo, vero contenitore museale dell’archeologia messinese mai finora realizzato.

       A parte il piccolo contenitore museale di recente inaugurazione, infatti, a Messina – città con almeno sei millenni di storia insediativa e interfacciata con la consorella dello Stretto, Reggio Calabria, sede fin dall’epoca fascista di un grande Museo Archeologico Nazionale – finora nessuno, nella politica come nella galassia delle associazioni culturali locali, ha mai pensato (o è arrivato mai a pensare?) di intestarsi l’impegno di propugnare nelle opportune sedi regionali la necessità della ormai non più procrastinabile realizzazione, pure sulla sponda siciliana dello Stretto (ma chissà quando!), di uno specifico museo archeologico.       

      Un organismo museale, cioè –  quello che dovrebbe auspicabilmente istituirsi – compatibile e proporzionato alla ricchezza archeologica del territorio peloritano compreso tra le aree di Milazzo e di Naxos e Taormina – già sedi di piccoli ma importanti “antiquaria” e musei, tra i quali quello recentissimo della Città del Capo – recuperata da innumerevoli scavi di emergenza effettuati in tale comprensorio specie in questi ultimi decenni e inteso esclusivamente alla degna conservazione e alla pubblica fruizione di questo enorme patrimonio culturale, ancora totalmente sconosciuto, finora restituito dall’archeologia urbana di Messina e della cuspide nord-orientale della Sicilia. ||E la cui struttura – come ipotesi più ottimale – dovrebbe interfacciarsi continuativamente con il grande organismo del Museo Regionale, di cui sarebbe il naturale ampliamento e completamento per quanto specificatamente attinente all’archeologia di Messina e del suo territorio; con la custodia e la degna valorizzazione delle testimonianze delle civiltà che qui ebbero stanza e sviluppo nel corso degli ultimi sei millenni (**).

       Eppure, a cent’anni esatti dalla prima “provvisoria” raccolta, nell’ex Filanda Mellingoff, di opere d’arte sottratte alle macerie dopo la catastrofe tellurica del 1908, anche in una realtà con scansioni temporali burocratiche assurde, i tempi sarebbero ben più che maturi per la realizzazione, finalmente anche a Messina, di questo indispensabile contenitore museale. Ma su questo versante, a parte – ripetiamo – il suddetto Antiquarium Comunale, continua tutt’oggi a non muoversi foglia.

        Magari in un imprecisabile futuro qualcuno “che conta” penserà finalmente a intestarsi questa nobile, “erculea fatica” contro l’“Idra” paralizzante della proverbiale abulia, non solo culturale, imperante sulla sponda peloritana dello Stretto. 

        Nel frattempo, chi vivrà (forse) vedrà.

        Per adesso ci si deve accontentare solo del fatto che l’Antiquarium degli Scavi del Palazzo del Municipio è divenuto finalmente realtà. 

 Il perdurante disinteresse generale per la realizzazione di un museo archeologico a Messina – a disdoro anche delle ricorrenti kermesses cultural-mondane e dell’insulsa retorica dei “pacchetti turistici”– è indice del triste fatto di come nella Città del Peloro l’archeologia abbia sempre avuto una “cittadinanza” particolarmente marginale anche rispetto a molte altre città siciliane e sud italiane; venendo per lo più considerata, anche nei ristretti ambienti delle accademie, come una vera e propria “Cenerentola della cultura”.

       Principalmente a causa del precoce naufragio delle sue vestigia classiche, quasi del tutte scomparse già alle soglie dell’età moderna, imputabile a svariati eventi naturali e antropici particolarmente avversi alla loro conservazione – dai terremoti e dalle alluvioni alle continue esigenze di rinnovamento insediativo nelle stesse aree intorno all’ansa del porto e alla scarsità di pietra da taglio per le costruzioni medievali e moderne – ma anche per un’atavica noncuranza di conservare e rispettare le patrie memorie, tale scarsa sensibilità verso l’arte antica e l’archeologia non allignarono nel tempo soltanto nella maggior parte delle classi dominanti peloritane dei secoli scorsi, compreso il XX – costituite per lo più, tranne rare eccezioni, da incolti nobilotti, spesso dilapidatori, per boria di ricchezza o necessità, di ricche raccolte d’arte familiari, ovvero di opulenti ma gretti parvenu del commercio e della finanza terriera, ben poco interessati alla cultura e all’arte in quanto tali – ma anche presso gli stessi, ristretti ambienti culturali; dal canto loro non di rado  boriosamente autoreferenziali e quietamente provinciali. E questo, per l’appunto, in tempi ancora assai recenti, per non dire attuali.

       A partire dai suoi prodromi dell’erudizione antiquaria, tra la seconda metà del Quattro e la prima metà dell’Ottocento, proseguendo fino all’archeologia come scienza positiva e ricerca sistematica sul campo, dal secondo Ottocento ai giorni nostri, tranne le eccezioni rappresentate quasi esclusivamente dell’umanista e matematico Francesco Maurolico, nella prima metà del XVI secolo, di Caio Domenico Gallo, nella seconda metà del XVIII e di Giuseppe Grosso Cacopardo, ma specialmente Carmelo La Farina, nella prima metà e poi di Giacomo Tropea, nella seconda metà del XIX, l’archeologia di Messina era generalmente intesa solo come vago supporto antiquario, subalterno all’erudizione umanistico-religiosa sulle vere o solo presunte primogeniture e antichità della Chiesa peloritana, così come ai sempre fiorenti campi di studio della romanistica giuridica, della filologia e dell’epigrafia classiche, ovvero, in tempi più vicini, alla critica e alla ricerca storico-artistica, tradizionalmente incentrata, fin dai tempi settecenteschi del Susinno, sulle grandi vicende della pittura, di cui Messina, com’è noto, con apogeo tra il secondo Quattrocento “antonelliano” e il primo Seicento post caravaggesco, fu una delle “capitali” sud europee e mediterranee.

        Tant’è che sia nelle antiche collezioni d’arte del patriziato peloritano, tutte disperse, sia nel più recente Civico Museo ottocentesco – in gran parte imperniate intorno alle gallerie di pittura, per lo più dei primi secoli  moderni – sia infine nel suo attuale “successore”, il novecentesco e ben più vasto Museo Nazionale, poi Regionale, le rare collezioni archeologiche hanno sempre avuto un ruolo modesto e marginale; o comunque, nel caso dell’attuale Museo Regionale, inserite nei percorsi espositivi come documentazione delle “preesistenze classiche”, per lo più ispiratrici dei grandi filoni dell’arte medievale, rinascimentale e moderna: una didattica “dell’antico” solitamente egemonizzata dall’elemento storico-artistico, per lo più ispirato dalla vecchia estetica crociana, imperante nella museografia tradizionale del Novecento, a sua volta incentrato sui grandi capolavori di Antonello e Caravaggio, nella pittura e di Laurana e Montorsoli nella scultura.

       Basti solo ricordare la perdurante mancanza, a Messina – differentemente che in altre città siciliane quali, per tutte  la non lontana Catania – di personalità d’alto livello nei rari studi di antiquaria archeologica; citando perciò, in merito, quanto agli inizi del Novecento scriveva il grande archeologo roveretano Paolo Orsi, a proposito delle abbandonate e reiette antichità peloritane superstiti, circa l’”apatia degli studiosi nell’osservare e nel notare” ciò che era ancora fuori dal terreno o da esso copiosamente affiorava e che “ha peggiorato una situazione già infelicissima”.

       Situazione a tutt’oggi non certo migliorata di molto, come ancora troppo spesso viene tristemente a verificarsi fino ai nostri giorni, con la distruzione sotto il cemento, in media ogni tre anni, di un’area archeologica della città.  

 Terminiamo la presente nota con un breve cenno alle strutture archeologiche riportate in luce dagli scavi nell’ex cortile interno del Palazzo del Municipio, di cui una selezionata scelta di materiali è esposta nelle vetrine del suddetto Antiquarium.

       Il giacimento archeologico di Palazzo Zanca costituisce l’ultimo lembo rimasto delle stratigrafie urbane sepolte nel cuore del centro storico di Messina, gravitante sull’ansa portuale e configuratesi attraverso una composita seriazione di strati d’insediamento urbano sovrappostisi nei secoli, a testimonianza di articolati momenti abitativi, succedutisi più o meno ininterrottamente attraverso una lunga sequela di secoli in questo piccolo lembo di terreno a ridosso dello specchio di mare del porto.

       Un prezioso “spaccato”, dunque, di quasi duemila anni di storia della Città del Peloro, è quello che è stato riportato in luce in questo centralissimo sito urbano, che verrà a trattarsi più dettagliatamente in altra nota: dall’età romana imperiale (secc. I-II d.C.), allorquando si presuppone che l’antica Messana, al pari di molte altre realtà urbane del mondo romano, avesse raggiunto l’acme dell’espansione insediativa di età classica, passando per i secoli dell’età centro e bassomedievale e poi di età moderna, per giungere infine a ridosso dei tempi presenti, cioè alla vigilia di quella tragica alba del 1908, di cui è stato celebrato il recente centenario.

       Venuta in luce nel 1976, durante gli sbancamenti per la costruzione del plesso dei nuovi uffici comunali, l’area archeologica di Palazzo Zanca, pur notevolmente decurtata e danneggiata dalla ruspa – con cui si tentava barbaramente di distruggere quanto affiorava dal terreno del cantiere – venne salvata grazie all’intervento dell’Associazione Amici del Museo di Messina e dell’archeologo Giacomo Scibona (di cui si lamenta la recente scomparsa), che, per conto della Soprintendenza di Siracusa, allora competente, ne condusse i primi scavi, tra gli anni Settanta e Ottanta, completati nel corso degli anni Novanta dalla sua valente allieva Gabriella Tigano, dell’attuale Soprintendenza ai BB.CC. e AA. di Messina, che ha anche curato direttamente l’allestimento dell’Antiquarium.

        In questa sede basti solo ricordare che i principali complessi di strutture superstiti dell’area archeologica del Palazzo Comunale possono complessivamente raggrupparsi in due grandi settori, rispettivamente:

-         un complesso edilizio monumentale di età romana imperiale di I e II secolo, rimaneggiato nel IV;

-         il tratto superstite di una fitta sovrapposizione di strutture dell’abitato medievale, cronologicamente compreso tra i secc. XII e XV e distribuito ai lati di due strade intersecate tra loro, il cui tracciato sussiste nei secoli successivi, fino a subito prima del terremoto del 1908 e note dalla cartografia storica di età moderna, rispettivamente, con i toponimi di Via della Neve e di Vico della Neve.                                                                                                  

                                                                                                     Nino Malatino    

 NOTE

*) Il presente lavoro nasce come modesto omaggio di un ex allievo d’Università alla memoria del compianto prof. Giacomo Scibona, decano dell’archeologia messinese e insuperato maestro di più di una generazione di archeologi e cultori di archeologia messinesi, alla cui preziosa e instancabile “militanza sul campo” si deve, tra l’altro, la salvezza dei resti del complesso archeologico di Palazzo Zanca e le prime notizie sui contesti e i materiali restituiti dal primo decennio di scavi da lui a suo tempo iniziati e condotti, dai saggi di emergenza del 1976 agli scavi tra il 1982 e il 1986, a nome e per conto dell’ex Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale e oggi in parte esposti nel suddetto Antiquarium Comunale. Una struttura che, quale primo museo archeologico messinese, sarebbe ben auspicabile, potesse essere a lui intitolata; o, almeno, che recasse all’interno una targa o qualche altro elemento onorario della memoria di tale studioso, quale suo ideale fondatore. 

        Per l’ampiezza del raggio degli argomenti accennati dal presente lavoro e i limiti di spazio disponibili non si è ritenuto essenziale riportare, come di prammatica, le note a margine con la relativa bibliografia, peraltro generalmente ben nota e facilmente reperibile, specie per quanto attinente all’ormai sovrabbondante pubblicistica locale.

 **) L’intenzione, di destinare importanti reperti di provenienza merina – primi fra tutti il prezioso rostro di liburna romana di Acqualadroni – ad un previsto e istituendo Museo del Mare,  costituisce un serio pericolo di errata estrapolazione di materiali archeologici da una loro congrua collocazione museale nel quadro di un museo archeologico del territorio della cuspide peloritana, di cui il mare dello Stretto e della costa siciliana di esso, per quanto concerne l’archeologia “marina”, ne è solo una fondamentale appendice, assolutamente da non separare, in una prevista struttura museale a parte – peraltro inserita in contesti “folklorici” moderni e attuali – da quanto restituito dall’archeologia “terrestre”.     

Galleria fotografica dell'Antiquarium


 
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