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Su la inondazione del 30 settembre 1846 nei dintorni di Messina
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Racconto di Gaetano Cartella Socio di varie Accademie
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MESSINA Tommaso Capra Editore 1846

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Il presente Racconto gode il dritto di privativa, giusta il Real Decreto del 5 Febbraio 1828 – Stamperia di Tommaso Capra all’insegna del Maurolico.

Racconto su la inondazione del 30 Settembre 1846 nei dintorni di Messina.
§§§
 
Nella più fertile parte della Sicilia noi la Sicilia stessa ricercavamo.
Cicerone.

La Sicilia, quest’isola nostra bagnata dalle onde del mediterraneo, Jonio ed Adriatico, culla d’uomini valorosi, suolo fecondo d’ogni messe, dona al solerte osservatore fedele mostra di tre parti del mondo. Il nostro peloro, promontori che volge all’Italia e col suo tortuoso capo pare nel cuore di essa voglia addentrarsi, assempla l’Europa per foltezza ed opacità di selve; il Capo Passero, anticamente detto Pachino, che beve l’aure d’oriente e d’ostro, aspro di sassi, bene segna e nella sua regione dimostra l’Asia; il Lilibeo finalmente, disseminato di selvatiche palme, porge al passaggiere l’idea dell’Africa, madre di quelle piante. Cosiffattamente diversa la nostra isola, era doviziosa di minerali e metalli, fecondissima di grani e di pomi, d’armenti e di lane, che a ragione appellavasi il “granaio di Roma, la nutrice delle genti Romane”; e tuttavolta vengono celebrati nelle pagine d’uomini illustri il mele ibleo, le ambre di Catania, i coralli di Trapani, i vini tauromeritani e mamertini che Giulio Cesare nel suo terzo consolato donava in pubblico banchetto al popolo Romano. Tale era infine la nostra bell’Isola, che ascendendo l’arco dei suoi secoli, destava ammiramento di se ad ogni contrada, per doviziosa e magnanima che questa si fosse.

Ma da che tremuoti, eruzioni vulcaniche e cataclismi, da che flagelli di guerra, di peste e d’elementi sperperarono le nostre contrade, la miseria ha di tratto passeggiato su i colti di fecondissime campagne; ed epoche si contano in cui, distrutta per le meteore di un giorno tanta dovizia di derrate, l’industre colono, reduce dai mareggiati campi, non s’ebbe né un tozzo né un pomo per la sua rifinita famigliuola, e per lunghi mesi, niente dissimile alle bestie, andò costretto a disfamare sé ed i figli, di radici di piante, di bucce di fave, di sulla e d’altre erbe selvatiche. Che se i nostri villani non abbandonarono allora la marra e i campi, fu solo perchè un breve sorriso di questo splendido cielo basta a ricoprire di verde smalto ogni nostra convalle, e a vincere per larghe messi financo le speranze di bramoso agricola.
Questa metà di secolo nel quale viviamo, è contato da Messina per le memorande sventure che abbiamo sofferte. Il 1823, il 25, il 39 e il 40 sono stati anni che le inondazioni nel nostro paese hanno abbattuti i nostri campi, e spenta la vita d’infinite persone.
Né per anco rimarginate erano le piaghe di tante devastazioni, che novella e più terribile alluvione, non sono che giorni, distendendosi lungo le nostre nortiche campagne, recò in poche ore disonesta e immensurabile strage di campi, di animali e d’uomini; che se non fosse il tributo delle lacrime cui filiale pietà mi affrena, io comprimerei meglio il dolore nell’anima, anziché richiamarlo alla memoria; chè oltre ogni dire, tormentoso è il ricordare come dalla contrada Ginestra all’istmo di Melazzo, da Barcellona a Bauso, in sei o sette ore di alluvione si trovò distrutto quanto la natura e l’arte da più secoli aveva largito a quelle rigogliose campagne; dolorosissimo, dico, è il ricordare come vaste pianure, unica speranza di vita affannosa, venissero duramente sepolte sotto enormi massi balestrativi dal torrente; e cenci, e stoviglie, e arnesi, ed umonini moribondi e morti penzolare dall’avanzo degli alberi, qual empio trionfo di nefasta tempesta!
I.
Volgendo all’Ovest di Messina, dopo 27 miglia s’innalza amenissimo ed ubertoso paese che guarda il grecolevante, e prende il nome da Santa Lucia, lontano dal mare quattro miglia, e sul dosso d’un delizioso colle; fine del paese è il monte Murmaca, nella superba cima del quale torreggia un castello, che dalla sua vetustà, come dagli archi a sesto acuto, chiaro vi si legge un frammento dell’epoca saracena. Se hai core di salirvi sopra, e se resisterai a mirare da quell’altura e da quel vasto orizzonte il sottoposto paese, vedrai che ambe le falde di quella montagna vengono percosse dal fiume Floripotoma all’est, e dal mela all’Ovest di essa.
Questo fiume correva per naturale tendenza ad insalarsi nel golfo di Melazzo, e fin dal 1500 il nostro governo, temendo non venisse il porto a riempirsi dell’arena e dei massi trasportativi dal fiume, provvide per forte baluardo, che il mela mettesse foce all’occidente di quest’ultimo paese.


Nessun campo della Sicilia, per quantunque fecondo di derrate, può mai venire al paragone delle ubertose terre di Santa Lucia; ivi la purezza dell’aria e la feracità del suolo rendono vigorosi gli alberi che onusti di dolcissime frutta, allegrano di ridenti giardini quelle vaste contrade; ivi non v’ha gleba o sasso che prodigo non sia di piante rigogliose; ivi gli stessi monti sino al culmine sono lunghissimo tempo sodati e messi a seminale coltura, siccome è usanza di tutte quelle contrade; ma quando ciò sia pernicioso fra non guari il vedremo.
Un’Estate aridissima in quest’anno avea reso squallida ogni contrada della nostra Sicilia, in guisa che non solo vi fu disagio di derrate, ma gli alberi stessi vennero ad istecchirsi, ed ogni cosa a corrompimento. Sola e misera lusinga rimaneva che, venuto l’Autunno, se ricolti non poteansi più sperare, almeno la freschezza dell’aria e una dolce acqua dissipasse quell’afa che adustava gli alberi e soffocava gli uomini.... Oh come tale innocente speranza si tramutò in dolore!


Spirando nebuloso vento da Sud-Est, tramontava l’ultimo dì dello scorso Settembre, lasciando dietro sé un’aria trista per dense nubi che si distendevano lungo l’emisfero di quelle pianure; le piogge erano di già cominciate a scrosciare sovra i colli discosti non poco da Murmaca, e i miseri abitanti di Santa Lucia sentivano all’anima un’indistinta tristezza che loro malgrado li richiamava a sciagurati presagi. Verso mezz’ora di notte, alla tristezza succedeva il timore; balenava all’Est, folgoreggiava al Sud, e già pel continuato guizzo dei lampi, erasi la notte invertita in giorno d’orrore; il rombo dei tuoni allibiva ogni anima financo dura ai perigli. A due ore di notte già l’acque riversavansi a larghe falde su i monti di Santa Lucia, e grandine strepitante, e folgori e tuoni continuati imperversavano minacciando case e monti. Le cateratte del fiume Mela con orribile stroscio discorrevano superbe trascinando seco immensità di terra e di massi che dai colti monti rapivano; e innalzatosi il torrente più che quaratadue palmi sull’alveo, scerpava alberi, dirompeva case e baluardi, sicchè gigante, pervenuto alla contrada San Cristoforo, varcava le dighe per Filippo V rinnalzate, inondava giardini e paesi, e ruiva sul prisco suo letto per la volta di Milazzo, dove discaricandosi alquanto delle disoneste prede, scaraventavasi nel golfo.

Tremenda era la sua potenza, tanto che una famiglia, nella contrada “Botteghelle”, al norte di Santa Lucia, la quale per camparsi era salita in una stanza soprastante ad una cella, sentiva già conquassarsi il pavimento per orribili percosse; erano le botti che colme di vino nella sottostante cella, galleggiavano sui furibondi cavalloni percuotendo il solajo. E narrasi di certo che giunto il fiume ove sorgevano due magazzini prossimi l’uno all’altro, il primo contenente giare colme d’olio, e l’altro botti con vino, trasportando e vuotando le giare e le botti da una cella all’altra, alla dimane si trovò una botte colma d’olio, invece di vino che prima aveva. Ma se questi due casi destano meraviglia, altri ve ne sono che lacerano il cuore a fibra a fibra. E Fortunato Papino che con tre figlioli trovavasi in un pagliajo in cima di un sasso alto ben quarantadue palmi, nella contrada Buculio, non tenendosi quivi securo per la piena del fiume che fattosi enorme, avea già superato quel sasso, fugge e coi figli si ricovera in una grotta cavata nel monte; ma un grande masso precipitato dalla irruzione delle acque, venne totalmente a chiudere quella grotta, sì che il pover uomo non potendo più uscirne, vi rimaneva inserrato tutta la notte e il giorno appresso, e, novello Conte Ugolino, temeva non morisse colà di fame coi suoi figlioli che pace più non sapevano darsi. E quando la brama della vita di se e dei figli pose il colmo nell’animo di quel gramo forese, fe’ delle unghie armi, e discavando al di sopra molta terra, giunse ad aprirsi un pertugio d’onde chiamava aita; vi accorse molta gente, e con arme rurali fatta una calla, quegl’infelici ne uscirono.


Alle falde opposte del colle di Santa Lucia, non meno ruinoso precipitava il fiume Floripotoma, che anzi alto per ben diciotto palmi, lasciò orme  terribili di se per ismisurati massi, il maggior numero di essi erano larghi palmi 16 e profondi palmi 8, con che distrusse case, baluardi larghi palmi 8 con fondamenti di palmi 10, e giardini.


L’animo rifugge alla dolorosa catastrofe di quella orribile notte in cui pressochè sei ore di piogge spensero tante speranze, tanti averi e tanta vita d’uomini. Settemila abitanti esterrefatti dagl’impervesati elementi, gridavano soccorso; ma il rovescio delle acque, il bagliore delle folgori, ed un tremuoto che prolungatamente agitava il monte Murmaca, distruggeva ogni speranza di scampo, rendeva inetta ogni madre verso le figlie galleggianti sul vortice delle acque.
Nella contrada Mazzaglione, Franca Merullo e il suo consorte Fortunato d’Amico, vedendo che il fiume minacciava rovina su loro e su i quattro loro figliuoli, pensarono a deviarlo; e, lasciando la prole a casa, correvano veloci all'opra; ma nel mezzo di essa la piena del fiume li soverchia. -Fuggiamo che non v'è più tempo- grida il marito; ma non ha forza la madre a salvarsi la vita, mentre quella dei figli è nel cimento. - E i figli?!...- ella esclama...- Fuggiamo che non v'è più tempo-, ripiglia il consorte. - E i figli?!..- ripeteva la madre, e fuggendo verso il tugurio- Morrò coi figli!- gridava... Madre generosa e infelice! Ella entrandovi fu al paro dei figli misera preda delle onde che avevano colma la casa. Correva il consorte dove l'istinto di padre e di sposo lo chiamava; ma un sasso della corrente gli ruppe una gamba e lo fè cadere presso un albero di noce; fra lo spasimo della morte e della vita, si aggrappò a quell'albero e di la fu costretto a mirare la dura agonia dei figli e della sposa!


Sono molti e deplorandi i casi che mostrarono quanto è sacro ed energico l'amore di madre. Nella contrada Botteghelle, una donna che abitava a un trar di balestra lungi dal tetto della figlia, timorosa per la vita di costei, esce fra le acque e le folgori- tanto fu l'affetto materno!- rifinita si trascina a ridosso di un colle, anelante di vedere almeno un segno che le dicesse salva la figlia; giunta a breve distanza della casa filiale verso la quale rivolgeva gli avidi sguardi, al cessare di un baleno vide dietro le invetriate del caro abituro un lumicino che dileguava il materno timore; questa sola brama la sosteneva in forze, e quando il suo core venne pago, la speranza della vita della sua figliola le balenò nell'anima e le vinse ogni sentimento, sì che cadde a terra priva di sensi. E quasi simile caso avvenne alla signora Isabella Fulci in Mastroieni che, inondata la casa d'acqua, chiedeva soccorso non per se ma per le sue tenerissime figlie. Fu per ventura inteso quel lamento dall'egregio avvocato signor Girolamo Pancaldo che, disserrato il portone di casa sua, vide una donna avvoltolata in un lenzuolo consegnarle fra le braccia le due bambine, e priva di sensi vacillare nelle acque che la soverchiavano; ma sofferta dal signor Pancaldo, fu condotta nella casa di costui, ove di tratto destavasi come per sussulto chiedendo: - Le figlie!..- e assicuratasi della salvezza loro, nella sincope ricadeva!


Né una madre sola pensò a salvare la propria vita quando quella dei figli non era sicura; e certamente nessuna cosa varrà meglio a provarlo che questi fatti ch'io narro. Lungo l'antedetta contrada Botteghelle abitava una donna palpitante per la vita d'una sua pargoletta figlia; il consorte di lei veggendo inondata la casa, rampicandosi per una colonna, giungeva e si rifugiava in sulle tegole, e di là chiamava la moglie onde fare altrettanto per salvarsi; ma ella che stringeva al petto la sua bambina, e che per salire dovea svincolarsi da lei onde giovarsi di ambe le braccia, ricusava di campare la vita, chè non gli pativa l'animo di abbandonare dal seno la carne delle sue carni alla rapina delle onde; indarno lo sposo gridavale che si salvasse, assicurandola che sarebbe quindi disceso egli a riprendere la figlia; la madre ricusava... ma le acque allargandole la gonna in forma di campana, la salirono verticalmente vicina al marito, sì che egli potè afferrarla; in questo la figliuolina le cadde dalle  braccia, e quella nelle fauci della morte, voleva tuffarsi nelle onde per ripigliarla; ma il marito che vedeva il mortale periglio del sacro vaneggiamento di lei, ne la impediva e la innocente pargoletta era preda delle voraci onde. Per tre giorni interi scavava il padre quelle terre, onde rinvenire l'oggetto amato e perduto; correva e ricorreva da forsennata la madre, chiedendo ad ogni sasso e ad ogni arbusto se nascondesse la figlia sua; la fu vista un dì slanciarsi contro una siepe, e fra le grida disperate trarre da quei cespi l'esanime corpo, dal quale non sapeva dividersi. Ora senti lettore, essa è divenuta pazza!


Dolorosa era la fine di questi sventurati, eppure avventurosi si dissero coloro che nel gorgo delle onde trovavano morte, chè agonia più prolungata e più tremenda tormentava gl'infelici campati. Chi trovava rifugio sugli alberi e sui tetti aveva straziate le orecchia e il cuore da infiniti lamenti di persone travolte dall'onde, il cui fragore si accresceva a cento doppi pel misero guaire di quelle vittime, che non più della morte ma di una troppo lunga agonia si lagnavano. Ogni marito ed ogni moglie divisi dal vortice, si davano l'estremo addio pel timore che la morte non li aggiugnesse; e se l'ira dell'uragano risparmiava le vite loro, senza pane e senza tetto, rimanevano ignudi in preda alla disperazione.
Una povera donna, per nome Antonia Famà, venditrice di pane e vino, quando il periglio più minacciava il suo tugurio, avviticchiossi alle braccia una sua cara figliola; ma l'impetuoso torrente ruppe le mura, colmò la casa, le rapì dalle braccia la figlia, abbattè la madre e con la potenza dei suoi cavalloni spogliolla fin della camicia. Io la vidi questa misera, rivestita per elemosina, mendicante un grano, e fuggita dal tugurio che rimase sepolto di terra!


Vidi ed interrogai altri salvati, Biagio e Santa Gitto, abitanti nella contrada “Chiusa”, presso il fiume Floripotoma, che non avevano lacrime, e il loro volto era profondamente disnaturato dal dolore; più fiate li richiesi della loro salvazione, né sapevano rispondermi; e guadavano ancora, dopo dodici giorni, quei sassi trasportativi dal fiume, e gli occhi loro divenivano stupidi; insistevo ad interrogarli, e non sapevano dirmi come s'erano salvati, ma solo negl'interrotti sospiri leggevo un dolore infinito inesausto.
Alle falde del monte di Santa Lucia, contrada “Trappetazzo”, Fiorentino e Sdauccio, due coloni prossimani di casa, al guizzo delle folgori miravano in sulle cime dei cavalloni stoviglie, alberi e cadaveri; l'irresistibile fiume con la velocità del folgore dirompeva le case loro, e menando seco ogni masseria, minacciava quelli d'imminente morte. Il tapino Dauccio che vedeva tanto sperpero delle cose sue, e che la sua vita era sotto la falce della morte, per lunghe ore chiedeva soccorso e pietà dagli uomini e dagli elementi; ma il frastuono delle acque sperdeva le sue grida. Ora il Dauccio, campato da quel cataclismo, si regge a pena, la sua mente è travolta, sospira e parla solo; interrogato, o non risponde o ti replica la cosa per cinque e sei volte; non interrogato, va ad incontrare le persone, le trattiene con la forza del suo pianto, racconta loro la funesta catastrofe, ma nel mezzo delle parole aberra: -Stasera vo a casa- ei dice- e che porto ai miei figli, a mia moglie?!... Come fo?.. Non ho un tozzo!.. I miei figli!.. Mia moglie!..- e via dicendo in così fatti lamenti!


Strazianti troppo furono i disastri di quelle contrade, né v'ha persona che non patì sterminio o disagio di averi. Molte furono le case che sterrate sin dalle fondamenta, non danno più segno dove prima sorgessero; molti i giardini e i vigneti che un dì sorrisi dal cielo, hanno innalzato il terreno fino a cinquanta palmi e, divenuti già letto di fiume, non danno un'orma d'albero; montagne franate, valli divenute colline, distruzione di secolari monumenti sono i terribili segni di quell'uragano.
E' usanza in Santa Lucia che mortovi un uomo, la chiesa invitata ai funerali suffragi, segna il mortorio per cinque tocchi di campana, e mortavi una donna, ne segna quattro.
Sorgeva intanto l'alba del primo Ottobre, e la campana di quella cattedrale suonava a morte; cessato il primo mortorio, proseguivane un altro e un altro ancora, e le altre chiese a quel mestissimo rito rispondevano. Agitavasi ogni alma financo dura agli affetti, e dalle strade veniva un mormorio sepolcrale ma senza lacrime, chè la strage di quelle contrade lacrime non aveva; palpitanti ed afflitti chiedeansi l'un l'altro per quale misero defunto quelle campane rintoccassero, ma nissuno sapeva indicarlo, giacchè molte erano state le vittime, giacchè quel giorno per essi era il dì dei morti, né per uno ma per tutti si pregava: in Santa Lucia ne morirono venti.


Ma tocchiamo fugacemente sì luttuosa scena, chè se l'animo nostro è vago di restarsi a piangere, altre dolorose catastrofi ancora ne rimangono; e soffermiamoci ora un tal poco su le opere benefiche che nella dolorosa notte e nel dì seguente in quell'ospitalissimo paese avvennero. Un uomo solo nella contrada Botteghelle si vide lottare contro l'imperversata corrente per campare da certa morte sette persone; molti pure si furono che in soccorso dei loro compaesani cimentarono la vita. Ed è sacro mio debito di consacrare in queste umili pagine il nome di Carmelo Lipari, per agnome “Sciocca”, abitante nella contrada Portavalle; donde addatosi della dira inondazione, mette in salvo la sua famiglia, quindi gittatosi agli omeri il gabbano, corre in mezzo al rovescio delle acque per salvare vicendevolmente, non dico persone ma famiglie intere, la famiglia di Antonio Gitto, figlio a Silvestro, quella di Antonio Allegruzzo, di Licandro, ecc., le quali per malattia, per età o per difetto di soccorso, disperavano di campare da quei volubili cavalloni, egli le salva. E quando balenò nell'animo di Carmelo il mortale periglio in che doveva trovarsi Natale Gitto con la sua famiglia, viva brama lo vince di recarsi pure da essi; ma gli enormi massi che precipitavano, e le onde ch'erano alte e distese ovunque, un passo più non gli concedevano; ed egli trovandosi vicino ad alberi i di cui rami si congiungevano, salisce su quelli, e da una cima all'altra giunge a quella famiglia e la salva. Corre altrove, e veduta una giovane pulzella, Mattia Genovesi, ignuda, disperata di soccorso, del proprio gabbano la veste e quindi la mette al sicuro... Queste si che opere generose e sacre son esse!


Alla dimane poi di quella inondazione, tutti i foresi ch'erano campati dal cataclismo, trovaronsi privi di un cencio e di una buccella di pane, in forma che sarebbero rimasti vittima della vergogna e della fame se un pronto e filantropo aiuto non li sovveniva. Al Primo Ottobre tutte le case dei proprietari vennero aperte alla beneficenza; ogni veste che essi avevano coprì le nude carni degl'impoveriti, ogni vivanda di provvigione fu cibo agli affamati. Era miserando a vedersi in quali consumati cenci, che a pena potean servire di perizoma, prersentavansi quei nudi a chiedere soccorso di una veste e di un tozzo. Miseri!.. Che rivestiti e disfamati, non avevano né lacrime né voci a significare la loro gratitudine.


Grave cagione di si compiuta rovina fu il dissodamento dei monti, e ne fan fede la molta terra e gl'innumeri e smisurati massi di che ogni giardino venne dal fiume ghermito. Osserveremo inoltre, che per ordine di cose, il torrente come più si avvicina al mare, deve rendersi più alto per le acque che nel suo corso a lui si uniscono. Ora le acque del Floripotoma che prima  s'innalzarono fino a palmi ventidue, pel che giunsero a varcare alti baluardi che rimasero sotterrati dalla terra e dai massi; dopo molto corso non alzavansi che a dodici palmi; ciò potentemente dimostra che le acque erano brevi e che il fiume rendevasi gigante e rovinoso per la terra e pei sassi che dalle coltivate montagne seco menava. Dippiù arrogi, che su i terreni innalzati per la nuova terra dal fiume trasportatavi, nei dì seguenti vi si camminava senza affondare; con che si detegge che la terra acconcia a coltura scorreva distemprata nell'immensa colonna delle acque, e che i massi e i ciottoli venivano a ristarsi a misura che le acque correvano. Ora se a queste cagioni principalmente non si provvede, altre e più dannevoli inondazioni distruggeranno onninamente quelle amenissime contrade.


Oltre il Floripotoma all'Est sonvi monti, ai quali succede un altro fiume che traversa per mezzo il breve Comune di Gualtieri Sicaminò, dipendente da Santa Lucia, e prendendo il nome del paese, dopo non molto corso si unisce ad un altro fiume vocato Divali, che scende ad incontrarlo dall'oriente del detto Comune; ivi unitosi, non più di Gualtieri o Divali, ma del Muto si chiama. Ad ore ventitre e mezzo cominciò nel paese breve pioggia; ma lo strapiovimento con grossa grandine e fulmini avvenne verso le ore tre e mezzo, e durò per un'ora. Il fiume che traversa Gualtieri si fece superbissimo di arena, e in qualche punto superò trenta palmi; inondò le case e propriamente le regioni dell'Annunziata e della Sindonina; guastò campi, ruppe e sotterrò fortissimi baluardi che alti per ben quattordici palmi, difendevano il Comune. Nissuno in quella notte vi perì; ma molti si furono che privi di una camicia rimasero.
Dopo cinque miglia al Nord di Gualtieri succede Curriolo, villaggio dipendente da Santa Lucia, che è traversato dalla strada Provinciale, ed anche questo villaggio, benchè fiume non avesse, pure molto soffrì nello sperpero dei campi.

II.
Pervenuto all'antedetto villaggio, lo stradone provinciale dilungandosi dall'Est al Sud, traversa la strada che da Santa Lucia mena a Milazzo, in modo che ne forma una croce i cui angoli succedonsi a Curriolo. All'Oriente di questo villaggio, dopo circa dieci miglia, trovi Bauso, e al mezzodì di questo Comune, dopo meno che due miglia, evvi l'altro Comune addimandato Calvaruso; Bauso e Calvaruso sono dipendenti dal circondario Gesso. L'alluvione non risparmiò questi due paesetti, ed ivi pure disastrò molte casamenta, involò pressochè tutte le masserizie su di che quella povera gente contava di potersi alimentare. Non è da chiedersi se la vita di quei terrazzani fu salva per miracolo.

III.
Da questi piccioli Comuni, rivolgendo all'Ovest, dopo tre quarti d'ora di equestre cammino, percorrendo lo stradone, nel dritto mezzo di esso vi è un altro Comune che ha nome Spadafora San Martino, dipendente da Rometta; ivi le acque cominciarono a scrosciare dalle ore ventiquattro sino alle sette di notte; e siccome i monti sono colà pure coltivati, l'alluvione che discorreva dai colli, venne naturalmente a frangersi alla parte direnata delle case; ruppe le mura, inondò molte casole, ed otto ne distese al suolo. E se non era il soccorso del capo-urbano signor Francesco Livoti e del caporale della brigata di gendarmeria Giuseppe Rinaldi, molte sarebbero state le vittime di quella sciaguratissima notte; queste due brave persone accorrevano ove il lamento li chiamava, atterravano le porte d'onde esso veniva, e dalle acque liberavano semivive persone d'ogni sesso e d'ogni età.

Il signor Alessandro Livoti, egregio artista drammatico, valoroso declamatore un dì dei versi dell'Astigiano tragedo, e autore di alquante tragedie, da molti anni avendo perduto il bene della vista, e in gran parte del corpo reso immobile per anchilosi, abitava e dormiva in una camera a pianterreno, la quale forma parte di una casa, al cui secondo piano abitavano i parenti di lui. L'inondazione aveva già rotto il muro di dietro di quella casa; le acque scaraventate nella sua breve camera, gorgogliavano furibonde per non trovare egresso; crollava e cigolava il suo letto, sì che destatosi, non potendo vedere d'onde quel rovinio procedesse, né potendosi aiutare perchè rattratto, protese come per naturale istinto le mani alle sponde del letto, e sentì le acque che di già stavano per superarlo; agitò un cordone, ad una estremità del quale era legato un campanello che pendeva in una stanza superiore; e un suo nipote a quello inaspettato scampanellare sospettando di ladri, levossi nudo dal letto, tolse un archibugio e via per la scala; ma nel mezzo di essa s'immerse nelle acque, e sentiva le grida dello zio che implorava soccorso; rompe i vortici delle onde, giunge anelando a quel misero veglio, e lo porta di peso nell'appartamento superiore.

Era un nonnulla però quel primo ardire se non si dava un'uscita alle acque che sempre mai colmavano la casa; ma siccome la porta aprivasi per di dentro, non valeva forza umana che potesse dischiuderla avverso la piena delle onde... divisò quindi il giovane uscire da una finestra, onde tentare dal di fuori di poterla spalancare e il fece; ma all’aprirsi di essa, le acque precipitaronsi con tale una violenza che lo stramazzarono a terra e fu ad un pelo non vi rimanesse vittima. In quel paese il fiume varcò il ponte, ed irruendo per traverso di qua e di là lungo lo stradone, aggiunse terrore ai danni, e le campagne circostanti vennero per molti palmi a farsi più alte a cagione del loto che il fiume vi lasciò.

IV.

Continuando per la volta d’Occidente, lungo la strada provinciale, a tredici miglia discosto da Spadafora, trovasi Barcellona-Pozzo di Gotto; né si può metter piede in questo Comune senza inarcare le ciglia nel mirare lo stradone che traversa quelle case per bene un miglio, colmo tutto a manca e a destra di ammontata terra; e perché meglio l’origine e l’importanza del danno si sappia, verrò a dettarne le circostanze sì come in concio mi verranno.

Barcellona-Pozzo di Gotto dista all’Ovest dal mare meno di due miglia, ed è cerchiato di oliveti e giardini, i quali per la loro feracità sorridono all’anima di qualsiasi agricola quantunque avido: anco i monti sono ivi per malaventura coltivati, e danno lussureggianti frutta la cui dolcezza ritorna amara per lo rovinio della terra che da quelle montagne divalla e di tratto inonda a strage quei campi. E’ già tempo che il fiume discorrente dai colli formava alveo traversando Barcellona per la via Grazia, in modo che spesso dirompeasi in questo Comune, apportandone eccidio crudele; e nel 1746, ultimo anno del regno di Filippo V, essendo ivi piovuta metà d’acqua meno di quanto fuvvene al 30 Settembre, pure lo sperpero vi fu compiuto, ed undici persone vi rimanevano vittime, perché le case tutte erano a pianterreno. Si fu allora che per distruggere quelle inondazioni, deviassi il fiume Longano, che chiamavasi per forti baluardi fondati là ove l’alveo prende maggior latitudine; cosiffattamente arginato, da indi in qua piegassi verso l’Est, divise la strada che da Barcellona mette a Pozzo di Gotto; e per tali bene architettati provvedimenti, sicura teneasi ogni persona, e di fermo la sarebbe stata se la trista alluvione del 30 non fosse.


Pioveva in quella sera a ciel dirotto sui i monti che torreggiano al Sud di Barcellona, e le tenebre che la notte adduceva eran colme di accozzamento di meteore. Il fiume Longano fogava al basso grave di terra e di massi, e giunto là ove fronteggiavano le dighe, le fa tremare del suo furore e le varca; questi baluardi surgono dall’alveo palmi 15 e vennero superati per palmi 5 di acqua. Discorre impetuoso per la via Grazia, trova e mena alberi, massi e carri, e via ad intombarsi nel mare. Ma onde più furenti eran quelle che fluivano a mano manca di Barcellona, in modo che alla sponda del fiume eravi un grande macigno, detto il “sasso del palmento”, perché tanto enorme che nei secoli andati fu cavato per uso di palmento, e poscia per secolare ira di tempi venne a diroccare nella contrada San Biagio di Curafi presso l’alveo; ora il torrente trasportò questo macigno lungi più che un miglio ; e quindi sopraggiunto al ponte, incrocicchia ai ferrei e gagliardi parapetti alberi e sassi, empie di simili congerie il vano di esso, sì che il fiume stesso s’impedisce per molto il tra scorrimento, e rendesi immenso per le nuove acque che soprarrivano; i suoi cavalloni sono immani e fanno aspra guerra contro gli arginati parapetti e le laterali case; alla perfine, dirompendo da ogni lato, sgretola e dilegua i parapetti, fracassa e trascina a manca e a destra le mura laterali delle case, e fattosi triplice corso, si scaraventa ruinoso nello stradone; abbatte di qua e di là le porte d’ogni casipola; inonda, scompone e rapisce ogni peregrina produzione che la natura e l’arte concedeva a quegli abitanti; desta e minaccia di morte ogni dormiente che già sta per affogare; speranza di salvezza non cape nel cuore di coloro che dimorano a pianterreno; accenti di disperate grida escono d’ogni dove; chi per salvarsi, dalle finestre si getta, destro nuotatore, sul fiume della strada; chi si ripara sui tetti, chi sugli alberi; ma nessuno si dice sicuro. Un fanciullo di sette primavere viene rapito fuori del suo abitacolo, e menato per lungo tratto dai vortici del fiume; già il misero giovinetto è feroce ludibrio dei cavalloni che ad ora ad ora l’alzano e il sobbarcano sì che gli fan perdere ogni speranza di vita; quand’ecco gl’istessi cavalloni lo sbalestrano e il lasciano dentro una casa, dove racquista gli smarriti sensi e mercè il soccorso di pietose persone si salva.


Potentissimi furono i soccorsi in quella notte apprestati, perché nessuno rimanesse vittima di quella virulenta inondazione; e l’umanissimo giudice di quel circondario, signor Lorenzo Marullo, compunto da tanta rovina che minacciava il paese, lascia la propria famiglia per la pubblica salvezza; corre fra le acque dove più il soccorso è spediente; trae dalle casole vecchi e fanciulli boccheggianti, che ristora e richiama a vita novella; e secondato animosamente dai gendarmi Giuseppe Pilas, caporale e Giuseppe D’Angelo, da Domenico Novelli della gendarmeria a cavallo, dai due barcellonesi Andrea Lauri e Mariano Duci, e fattosi pure in capo a meglio che trenta persone, sovviene e rincora quei derelitti; fa aprire ogni albergo a ricovero e ristoro dei liberati; ogni vita è salva. Nella notte del 30 le fontane non mandavano più acqua, né i mulini agivano più, perché tutto era devastato dal diluvio; e il giudice signor L. Marullo, prevedendone carestia, diè spediti provvedimenti e fece sì che subito il meglio che si potesse le acque scorressero, e quattro mulini si attivassero, tanto che nei dì seguenti venivano provveduti Santo Pietro, Spadafora e Milazzo. Il signor Vittorio Longo, esile della persona, accolse tanta energia per la salvezza degli altri, che abitando in una casa a solaio, si fece al balcone, e porgendo ai pericolanti nel fiume una coltre di cui forte ne teneva un lembo, dava sì che quegl’infelici vi si potessero rampicare; e dieci persone camparonsi dalla morte, giovandosi vicendevolmente dell’aiuto di un solo!


Or odi nuova scena per la quale vedrai che se le pubbliche calamità rendono generosi gli uomini, nondimeno sonci alcuni cui nulla potenza vale a distogliere dal loro barbaro egoismo; chè sebbene la persona di cui ti parlerò fosse briaca, pure saprai che l’uomo inebriato dal vino non smentisce mai le sue passioni predominanti. Abitava in un casalino a pianterreno un giovane con la sua sorella germana, la quale siccome si avvede del pericolo in che per l’inondazione trovatasi, destò con disperate voci il fratello che profondamente dormiva nell’ubriachezza; fra mezzo alle acque di già entrate nella camera, gli chiede soccorso della vita; rispose a ciò il fratello che, se moriva, egli se ne sarebbe andato a fare ridere il diavolo, della quale cosa ne portava ferma credenza, e se andava a morire essa, siccome pulzella, se ne sarebbe ita a luogo di salvazione, onde di ciò confortatala; ma le acque già si accrescevano a minacciargli la vita, quasi non volessero che più dicesse; ed egli fra le bestemmie e l’esecrazioni, fugge per salvarsi rampicandosi e giungendo in un fienile, ove trovatosi bene, e al sicuro d’ogni disavventura, si pose a dormire sino quasi al mezzogiorno dell’indomani! Quella derelitta donzella non sapendo fare altrettanto, proseguì a gridare soccorso, e pareva che niuno comparisse a liberarla; quand’ecco venire a nuoto nel fiume un altro fratello di lei, che abitando un cinquecento passi lungi da quella casa, d’onde aveva preveduta la sciagura della sua germana, era corso a lei, ed arrivatovi la tolse da quell’abisso, ed ancora a nuoto la recò in salvo.


Ma se a niuno toccava di morire, pure moltissimi furono che a pianterreno abitando, vennero totalmente predati dal fiume che di sola terra lasciò piene quelle case. E per tanto furore visti alla dimane il fiore dei giovani di quel paese gittarsi nel loto e tuffarvisi insino al cinto, onde rinvenire le infrante masserizie e i giocali per restituirli a chi appartenevano; e questa carità era necessaria, perché gli altri dovevano provvedere ad altre sciagure. Al Primo Ottobre era per le strade uno schianto infinito di quattrocento persone che, avvallati gli occhi dalla vergogna, chiedevano una veste da coprirsi. Generosi erano allora i proprietari di quel paese, i quali rispogliarono se stessi e le famiglie loro per rivestire quella gente che meglio chiameremmo avanzo di disonesta inondazione; e tanta fu l’elemosina, che per quello ed altri giorni seguenti le signore furono costrette d’indossare in casa vesti di seta perché altro ad esse non rimaneva. Si largì loro ogni cibo che potevasi; fecesi una soscrizione, mercè la quale si raccolse una considerevole somma, che venne partita a quelli che più degli altri erano impoveriti. Si distinsero in così fatta filantropia il giudice antedetto, l’ex sindaco signor Saverio Pettini, il fratello di lui, cavaliere Raimondo, ed altri ed altri ancora. Ma siccome inesausta era la miseria, la comune pure provvide in parte col soccorso di cento ducati, da distribuirsi per cura di un prescelto comitato. Il collegio decurionale si assembrò inoltre per altri necessari provvedimenti.
Gli avanzi lasciativi dal diluvio certificano ciò che ho avvertito nel capitolo primo, là ove discorsi sulla causa di tanti disastri; imperocché la terra, che dalle case si buttò fuori nella strada, era immensa, tanto che per rispogliarne la strada non basta un mese.

V.

Di nuova pena mi convien far versi.
Dante, Inf. C. 20, v. 1.
Rompeva l’alba del Primo Ottobre, e in Milazzo le scorte che vigilavano a guardia dei servi di pena sul maschio del castello e sul forte di Santa Maria, batterono e gridarono all’arme! Da ogni mano mirati avevano i devastamenti e le rovine del fiume Mela prodotti. Ogni persona levasi ed interroga; parlasi di distruzione di ponti, di strade e di fonti; di case e paesi, d’animali e d’uomini; tutti vanno a vedere.
Spettacolo feroce era l’istmo di Milazzo, e specificatamente dinnanzi alla porta che da Messina si appella. Ivi non più strada ma golfo potevasi chiamare, colà il fiume rompendo in tre parti il ponte, e discaricatosi di sua vasta rapina, aveva lasciato teatro di strage. Vedi il suolo disseminato di tavole, casse, botti, alberi, carri, animali, cadaveri nudi e mutilati; e se ti regge l’animo ad interrogare quegli estinti, vedrai il loro volto vivo, parlante e bello ancora; le guance e le labbra soffuse di vermiglio, le braccia protese sì che ti chiedono soccorso; qui una madre con allato i suoi figlioli, che pare ancora voglia soccorrerli e dar latte ad una sua bambina, né menzogna io dico giacchè le sue mammelle ancora latte contenevano, tanto che potevi, senza tema di ardire, chiamarla cadavere vivente; mira più in là un giovane a sedici anni mutilato di un braccio e d’una mano. Innalza un poco le ciglia e vedrai a passi lenti procedere di quelle misere vittime i più miseri congiunti, che ora vengono a rimirare quegli esamini corpi che poco prima, viventi, stringevano al seno! Oh, se tu paragoni questi a quelli, dirai: ”le vittime sono vive e cadaveri i viventi!” Guardavano quelli, chi gli estinti figli, chi la sposa, il fratello, e per troppo dolore nessuno spande una lacrima. Un padre, Giuseppe Gitto, che vedeva trasportare i suoi tre figli sul mortuario carro, colle mani conserte al petto seguiva istupidito quel funereo trasporto, chiedendo con voce fievole e spenta: -Dove conducete i figli miei? Dove li conducete?- e seguitali sempre in quei desolati accenti, come se intonasse su loro un salmo di morte!


Volgiti pure all’un dei lati, nelle campagne di San Marco e Santa Marina, ove sorridevano vasti giardini e campi benedetti dal cielo; ed ivi l’anima ti si raccapriccia per le disastrate campagne e gli spariti casini! Oh non fossero rimasti in piedi quegli alberi di ulivo, dai quali sei costretto a vedere pendenti stoviglie ed arnesi; ove troverai una botte a quattordici salme impigliata a quegli altissimi rami sì che pare segni l’ira del cielo; e non so se l’animo pietoso del mio lettore soffrirà di sentire che una donna, ludibrio feroce di quelle onde, venne dal fiume inforcata ad un albero di ulivo, dove rimase sospesa, e d’onde la dimane faceva orribile spettacolo di se. In Santo Pietro, Spadafora e nel territorio di Milazzo morirono 52 individui; non se ne rinvennero che 49, dei quali 10 rimasero incogniti!
Si era veduta da alcuni in quella notte funesta una tenerissima madre che, tenendo due bambini alle braccia, ed altri due avviticchiati alle gambe, cercava salvezza per quei quattro innocenti suoi figli, e scampo non ebbe né la pietosa né gl’innocenti; nel dì seguente il cadavere di lei era gettato in un canneto e pei figli ogni ricerca fu vana!


Io non posso ritrarre a pieno la sciagura di tutti, chè le rovine del circondario di Milazzo non hanno misura.
Dopo circa due miglia, al Sud del detto paese, succedono i villaggi di Barone e Fiumarella, e la comune di Santo Pietro-Spadafora, dipendenti da Milazzo. Ivi l’inondazione pose il colmo del suo sterminio; i canalini, gli alberi, la chiesa vennero con bestiale furore mutilati, riversi, trascinati. Nell’ultimo dei detti villaggi, Mariano Amalfa, siccome s’avvide dello straripamento del fiume Mela, e del grave pericolo in che trovavasi con la moglie e un figliuolino a tredici mesi, aiutato dal bifolco Giuseppe De Gaetano, così detto “mascella”, pensò di porre altrove in salvo sé, la famiglia e i suoi domestici averi; e colmo un carro di suppellettili, con suvvi il figlio, riuscì al De Gaetano di scaricare il tutto in lugo sicuro, e quinci redire pel trasporto degli altri animali e dei consorti Amalfa; ma nel mentre tutti e tre andavano sul carro ricaricato, colla speranza di salvarsi, la piena del fiume li raggiunge e trascina carro ed uomini traendoli a miserrima morte; l’infelice Mascella s’ebbe agonia più tormentosa, imperocché sopravvissuto per molto agli altri due, con disperate grida implorava soccorso che straziò per mezz’ora l’animo di molti i quali l’udirono, e salvarlo non poterono!


Ma casi più numerevoli, più funesti e più dolorosi ti rappresenta Santo Pietro-Spadafora, dove non tuguri, non alberi, non casini vi sono in cui non rimanesse l’impronta dell’orrorosa inondazione; e se ascolti coloro che dalla strage comune camparono, ti sembrerà che siano uomini surti dal sepolcro, d’onde ti narrano un sogno di morte!
Antonio Arania fu due volte dall’onde lungamente trasportato, e due volte balzato in luoghi a cui si aggrappava per salvarsi. Inondata la casa a pianterreno del signor Giovanni Zucco, professore di umane lettere a Milazzo, che sonnottava in Santo Pietro-Spadafora con la moglie e sei figli, il padre, cui l’acque giungevano al collo, getta subito i bamboli sul letto e salisce sur una sbarra di esso; ma non potendo più i figli rimanere su materassi, perché l’acqua li soverchia, quattro di essi ebber agio di aggrapparsi alle spalliere del letto che già barcollava, e  due nol poterono, quindi il padre afferrando con la sua sinistra le due destre dei giacenti fanciulli, li sorregge, nel mentre che con la destra si tiene appoggiato al muro vicino. Questa scena durò per ore quattro e mezzo, al buio sempre; e quando l’acqua uscita per una porta li lasciò liberi, si trovarono brulli d’ogni genere.


Un giovane fidanzato a vaghissima contadina che a pena varcava i sedici anni, sentì che la sua promessa sposa era rimasta vittima del fiume; per due giorni interi il misero cercò l’amato cadavere, e quando lo vide disonesto ludibrio delle onde, non ebbe freno il suo schianto, e poco mancò che, avviticchiato al cadavere della donzella, non insanisse.
E un altro ancora che, perduti madre, padre, moglie, figli e fratelli, si rampicava a un frammento di muro del suo abitacolo che il fiume aveva di già rovinato; tre volte fu staccato dalla corrente staccato da quello, ed altrettante volte gli venne fatto di appigliarvisi. Quest’uomo liberassi dalla morte, ma gli è mancata affatto la parola e la sua mente è delira. E un tenero padre, perduta fin la lusinga di salvarsi, gettava una sua bambina lattante, in sulle tegole di un vicino casamento; questa innocentissima creatura, che un dì veniva carezzata da dodici parenti, ora non ha un solo che suo sangue la chiami!


Riposo non ha la penna dal raccontare avvenimenti funesti. Uomini che trovano salvezza dove meno la sperano, ed uomini che, tenutisi salvi, sono vittime delle onde. Angelo Trifirò invaso dalla corrente, voleva uscir di casa onde recidere la fune che teneva legati i suoi quattro bovi; l’uscio aprivasi a due imposte, una delle quali era chiusa; quindi egli va per uscire di fianco, e nel mentre che trovasi col braccio su la soglia, l’impeto delle acque chiuse l’altra imposta, di forma che il povero bifolco rimase ivi col braccio incastrato fra mezzo alle imposte dell’uscio; molti uomini rifugiatisi cola cercarono di soccorrerlo, tentando con tutta la forza loro di atterrare quella porta, ma salda essa tenevasi, tanto che ogni sforzo riuscì vano; e quando le insultanti acque a cento doppi si accrescevano in modo che quei rifugiati erano in grave cimento della vita, fuggirono a salvarsi altrove, e il Trifirò, dopo straziante agonia, stava per esalare l’ultimo respiro; ma ecco che le onde spalancano le imposte e sbalzano il semivivo appiè di un albero, sul quale trovavasi rampicata una donna, Nunziata Celona, che ivi pure fu trasportata dai vortici. Costei, per le acque che minacciavanla di sotto, non potè scendere a soccorrere quell’uomo, di cui ne ascoltò il lamento, e al fulgore dei lampi ne vide la morte!


Il Parroco Saverio Schepis, reverendo uomo a ottantacinque anni, venne nel sonno destato dal suo fido sacrestano che per pietosa ospitalità abitava in casa di lui; veniva destato onde fuggire, che già il torrente imperversava; alle di costui preghiere si anima alla fuga; ma le acque sono già entrate nella casa, atterrano il giovane che sopportava quel venerando uomo; il più spedito si alza, fugge e vive; il vecchio rimane per terra soffocato dall’onde!
Quando giunsi in questo breve comune di Santo Pietro-Spadafora, per ove i disastri mi guidavano, mi avvenni ad una donna vestita a bruno che menava dalla sinistra un bambino, e aveva alla destra una rappezzata scarpa d’uomo adulto; curiosità mi spinse a interrogare le piaghe di quel paese, e quindi, preso da pietà, la guardai dicendole: -Vi rovinò!- Ella soffermassi, avvallò il capo e in quel momento di silenzio, non so bene dirne il perché, ma mi parve pazza; rialzò la testa e d’un tratto mi saettò l’anima del suo pianto disperato; gridava esclamando che il marito le era morto con sei figli e glien’erano rimasti due; non sapeva che si fare la misera, e chiedeva alla natura con quali mezzi poteva più alimentare quei due rimasti; la scarpa le cadde dalle mani, ed esclamando mi diceva che quella sola scarpa del marito le era rimasta! Le chiesi come erale accaduta quella sciagura, e per via di esclamazioni e di pianto mi diceva che il marito con sei figli erasi rifugiato sulle tegole del casolare e che essa con gli altri due correva ad internarsi in un vigneto; il torrente rovinò la casa e trascinò tutto. E narrando ciò, il pianto la soffocava. Ebbi vivo dolore per averle ritentata quella piaga mortale; ed era tanto il suo spasimo che mi pareva oltraggio di soccorrerla per qualche elemosina; pure il feci e più mi straziò l’anima con le lacrime della gratitudine! Procedei oltre, chè l’animo mio non poteva soffrire a dilungo quei lamenti; né cessò ella di lacerami il cuore per le sue grida; mi venne detto che fa sempre così; ed erano scorsi tredici giorni da quella notte di rovine! Il marito di lei chiamavasi Stefano Cuciti ed ella Francesca.


Inoltratomi di più, a pochi passi fui soffermato dal mirare bambini a tre anni immobilmente assisi ad uno scaglione di diruto abituro, coi gomiti appoggiati alle ginocchia, e sulle nocche delle mani la faccia, soffusa di una tristezza interna, intelligente, come se comprendessero tutta la miseria che li raggiunse: miseri! Che nell'età più cara perchè più incolpabile, hanno acquistata intelligenza onde bevere il calice delle amarezze! Sventurati!.. Che a ter anni avevano già stecchito e solcato il volto dalla tristezza e dall'amaritudine! Nel mentre mi trovava in quei luoghi cadeva dal cielo una lieve spruzzaglia, e un fanciullo consimile per età e per sciagura a quei di sopra, ritto in su la soglia dell'uscio, allibito guardava il cielo e lamentavasi con la madre ripetendo: - Mamma, piove! Mamma, piove!”.
Inenarrabili sonsi le rovine di quel picciolo paese di seicento anime. Le vittime di morte furono venti, e più sarebbero state se non si fossero gli abitanti rifugiati al palazzo dell'ex feudatario; ma quelli che rimasero in vita sono ora vittima della fame e dello squallore; costoro non hanno più un tetto dove dormire; il fiume traversa pei loro devastati fondi e per le loro strade, superbo insulotatore delle loro rovine!


Nessuno mi chieda del villaggio di Barone; vi passai più volte e mi sembrò cadavere di paese; vi esistevano le case, ma non una persona potei vedere che mi narrasse di quei disastri; ivi tutto era silenzio sepolcrale. I bifolchi che di sera traversano quei luoghi, sono vinti da paura come se da quegli usci si avanzassero ombre ad incontrarli.


A tanta sciagura fu energica la pietà del funzionante da Sindaco di Milazzo, signor Pietro Mora, e del giudice di quel circondario, signor Emmanuele Cicala, com'anco del cancelliere comunale, signor Giuseppe Impallomeni; furono essi solleciti a fare perlustrare il territorio di Milazzo e, nell'aprire dell'alba, a dare preciso segno telegrafico al nostro signor Intendente; quindi informarlo alla distesa mercè un rapporto straordinario. L'umanissimo funzionante da Sindaco, impietosito della fame che già riduceva all'ultime strette le desolate genti di Santo Pietro-Spadafora e della Piana di Milazzo, ivi mandò molti panieri colmi di pane e companatico. Furono invitati gli abitanti della detta Piana onde ricoverarsi al vuoto convento del Carmine; vennero avvisati i Parroci di quei dintorni perchè manifestassero tutto il danno che ivi era successo. Anche il sottocapo degli urbani, signor Federico Lucifero, aggiungeva la sua alla carità comune; ed è bello il ricordare che, essendo il Rev. Sacerdote Bucca andato in traccia di molte indigenti persone, verso cui pietà sacerdotale il guidava a soccorso, venne ad impaludarsi, e sarebbe perito in quella lama, se non fosse stato il signor Lucifero, che in capo degli urbani, se ne avvide e lo trasse a vita.


Il nostro signor Intendente Commendatore De Liguoro, energicamente commosso dalla comune rovina, accorse tosto dove i luoghi erano più disastrati, e giunto in Santo Pietro-Spadafora, ordinò che le case e le vie interne si disgombrassero dell'infinita terra che, portatavi dal fiume, aveva fatto migrare ogni bifolco; e bene ordinò che in tale congiuntura lavorassero i naturali del paese onde, non avendo un pane da cibarsi, potessero alimentarsi col frutto dei loro travagli; dispose che si tumulassero i cadaveri, e in meno di ventiquattr'ore fu fatto; provvide inoltre che l'esercizio del divino culto si ripigliasse. Compunto da somma pietà, distribuì ai più miseri quel denaro che meglio poteva, e le lacrime lo seguivano di cento anime. Per tale distribuzione elesse una commissione composta del funzionante da Sindaco, del giudice di Milazzo e d'altre distinte persone di questo paese. Al due Ottobre fece assembrare il decurionato di Milazzo a quello di Santa Lucia, perchè venissero proposte le faccende al riparo dei gravi devastamenti avvenuti lungo la strada comunale rotabile, che dallo stradone consolare conduce a Milazzo, come anco per altri espedienti necessari. Fece del,paro che si aprissero delle vie provvisorie, perchè quella rotabile inondata tanto che nei primi giorni non si andava a Milazzo che traghettando il mare; ordinò finalmente che per cessare la carestia venissero riattati i mulini e, condottavi l'acqua, agissero.

31 Ottobre 1846

ADDIZIONI

I.
Il nostro Real Governo per soccorrere ai disastri dalla inondazione cagionati, consentì per real decreto, che si distribuissero ducati 1.500 ai poveri di quelle contrade; ducati 4.000 circa, che prima erano stati destinati per affrancamento comunale, a riparo della strada di Milazzo; ducati 7.000 onde rialzare le dighe che fanno scorrere il mela all'occidente di detto paese, e ducati 6.000 per ripartirsi in opere speciali da eseguirsi nei Comuni danneggiati, e dar così accrescimento di lavoro agl'indigenti.
L'Editore

II.
Più crudeli alluvioni avvenute dopo il 30 settembre mi sospingono ad accrescere queste dolenti pagine, che se non potranno valere di alcun beneficio pei miei sventurati Siciliani, valgano almeno ad ottenere un sospiro da quegli uomini generosi che non hanno il cuore chiuso alla pietà per quei che soffrono!


A dì 27 Ottobre e 2 Novembre nelle antedette contrade si rinnovellò aspra guerra di meteore, ed altre inondazioni furono mille volte più distese e più terribili. Se quegli abitanti non ne furono tutti vittima, perchè i loro timori erano tanto vivi da sapersi liberare d'ogni mortale pericolo; pure, i campi vennero dall'intutto distrutti. Al 2 ottobre le piogge durarono continuamente per ore 60 circa; caddero campanili a Santa Lucia e San Filippo. Una casa cadde in Barcellona; le montagne si franarono e nel Comune di Novara, precipitata congerie  di massi e terra, seppellì una casa conn una famiglia di sei individui che ivi abitavano.


Piovve pure a diluvio all'Est del nostro paese sino a Catania, dove dalla sera del 1° Novembre verso due ore di notte, spirando infernale bufera da scirocco e levante, cominciarono dirotte piogge, che senza tregua mai durarono sino alle ore 20 del terzo giorno del detto mese. Data sosta le acque, si vide in quella città teatro di orrore. I cavalloni del mare che flagella Catania, s'innalzavano fino a 50 palmi, e dirompendo avverso quelle scogliere, devastarono in parte il porto che quegl'industri e operosissimi catanesi da lungo tempo han cominciato a piantare. Un legno mercantile, che, carico di tabacchi, colà trovavasi ancorato, venne dalle volubilissime onde fracassato con la perdita del carico. Il fiume Simeto centuplicò le acque, dileguò molti campi, inondò tutta la Piana di Catania che provvedeva dei suoi ricolti la Sicilia e l'estero ancora; molti cadaveri d'uomini e d'animali si rinvennero...
Ma la mia mano ormai è stanca di ritoccare tante piaghe!

Gaetano Cartella.


 


 

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