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San Filippo il Grande un'Abbazia Basiliana condannata al degrado
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di Nino Principato

“[…] il più bel luogo tra le Abbadie di San Basilio in Sicilia”, l’Abbazia di San Filippo il Grande, come la definì lo storico messinese Giuseppe Buonfiglio nel suo libro “Messina Città Nobilissima” del 1606, da decenni continua a versare nel più ignobile e degradante abbandono, alla completa mercè di vandali e predatori di cose antiche che l’hanno letteralmente smantellata e spogliata di tutto ciò che ancora rimaneva di pregevole interesse artistico.

La recente storia del maestoso complesso abbaziale ha inizio oltre venti anni fa, quando venne acquistato dal Comune di Messina con i finanziamenti previsti dalla legge regionale n.80, grazie all’interessamento dell’allora  assessore regionale ai Beni Culturali on. Luciano Ordile, che togliendolo alla proprietà privata intendeva così, giustamente, dotare la città di una prestigiosa struttura da utilizzare per fini culturali.

Passarono anni di totale inerzia che ne fecero il più depredato e degradato complesso monumentale del Comune di Messina: portali, mensole di balconi a cartoccio, elementi decorativi furono asportati con consumata perizia. E venne il maggio 1992, epoca della consegna da parte dell’assessorato comunale ai lavori pubblici degli “urgenti” lavori di recinzione, come dire che, “dopo aver rubato a  Santa Chiara…”, le spettrali murature perimetrali superstiti, le sole ad essere state risparmiate nel corso di questo sistematico e meticoloso smantellamento, vengono protette da un’ormai inutile recinzione.

Nel frattempo, del monumento si interessa anche la magistratura nell’aprile 1993, con l’emissione di avvisi di garanzia, e, il Comune ente proprietario, prevede opere di restauro e consolidamento nel piano poliennale di investimenti per il triennio ‘92-’94 in un importo di un miliardo e mezzo di lire, da reperire con finanziamenti speciali, e cioè con somme erogate dalla Stato o dalla Regione.
Di tali restauri, ad oggi, nemmeno l’ombra.

Fondata in epoca normanna dal re Ruggero II nel 1100 ed eretta sulla grotta-eremo dove dimorò a Messina, per qualche tempo, intorno al secondo decennio del sec. V, San Filippo (nato in Tracia ai tempi di Arcadio - 395-408 - e morto sul monte di Agira, all’età di 63 anni, dove aveva predicato e compiuto molti miracoli ed esorcismi), l’Abbazia fu dotata di privilegi  e vasti possedimenti che si spingevano fino alle pendici del monte Dinnammare, privilegi ulteriormente confermati dall’Imperatore Carlo V nel 1554. L’Abate e i monaci basiliani avevano dei curiosi obblighi: dovevano essere offerti tre pani e tre misure di vino all’arcivescovo che transitava dal monastero o vi soggiornava, mentre, al re, semplicemente mele ed olive.

L’impianto planimetrico della chiesa è quello originario normanno e si ricollega al classico modello basiliano latinizzato dalla presenza dell’unica navata, prescritto come obbligatorio da seguire liturgicamente come risulta accennato dal Gran Conte Ruggero nel 1093, in un diploma dato in Itala. Di questo periodo, rimangono a vista tre aperture rincassate in mattoni rossi, combinati con spessi strati di malta bianca per ottenere un’eccezionale e raffinata bicromia, con la doppia ghiera nel classico sistema archivoltato a “gradino”.

L’Abbazia fu ristrutturata verso la fine del Settecento ed a tale epoca appartengono la facciata della chiesa con gli stucchi interni ed i prospetti degli ambienti conventuali, dove sulla porta di un balcone si trovava graffito l’anno 1768 e su una delle mensole a “cartoccio”, ora trafugata, l’anno 1770. Dopo lo scorporo del 1866, voluto dalle cosiddette “leggi eversive” dello Stato italiano, il complesso venne venduto ed acquistato da Gaetano Alessi, per essere a sua volta comprato dal Comune di Messina e per essere consegnato all’abbraccio mortale della vegetazione spontanea.
                                                                                       Nino Principato.

Le fotografie dell'Abbazia di San Filippo il Grande 


 

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