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Luoghi di culto dedicati a San Giacomo Apostolo a Messina
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di Nino Principato

La chiesa di San Giacomo Maggiore Apostolo a Messina

Sede di una delle più antiche parrocchie della città, la chiesa dedicata a San Giacomo Maggiore sorgeva in prossimità del settore absidale della Cattedrale, con ingresso da uno slargo antistante e parzialmente inglobata in un edificio di civile abitazione. Le tre absidi rigorosamente orientate ad est, secondo l'uso greco-ortodosso ed indice dell'antichità del tempio, determinavano i due tipici ambienti laterali conclusi dalle absidiole, con quello di sinistra adibito a "pròtesi" (dove si preparava il Sacrificio Divino) e quello di destra destinato a "diacònico" (riservato al clero ed alla custodia degli oggetti preziosi e sacri arredi).

Elementi funzionali alla liturgia che interpretavano l'usanza, ormai divenuta costante fissa, nelle chiese di rito greco a partire dal regno di Giustino II (565-574). Era ritenuta di fondazione normanna, soprattutto perché le tre navate erano separate da archi ogivali di stile arabo-siculo,  così come le arcate dei catini absidali.Giuseppe Buonfiglio, nel 1606, ne metteva in evidenza i caratteri gotici (generalizzando sulle cuspidi ogivali che, certamente, non
avevano l'arditezza gotica ma ripetevano gli schemi tipologici consueti del periodo normanno): «...per finche si perviene à quella di San Iacopo, singolare ancora per tutto il suo tenimento terminato con l'antichissimo Tempio dell'Annunciata. Et si come San Iacopo appare per il modo edificio Francese, così l'Annunciata struttura  Dorica,...»


Placido Samperi, nel 1644, era ancora più esplicito e ne assegnava la fondazione, senz'altro, ai normanni: «Vengo all'antica, e miracolosa Imagine della Madonna, sotto titolo dell'Indirizzo, la quale si riverisce in una honorata Cappella del Tempio consecrato à S. Giacomo Apostolo, il quale si giudica alla maniera della struttura, che fosse stato fondato ne' tempi de' Ré Normanni, e è una delle numerose Pievi della Città.»2.
Cajo Domenico Gallo, infine, nel 1755 riassumeva la questione e dava notizia, per la prima volta, di un preesistente tempio di epoca classica: «II Tempio di San Giacomo è situato appunto dietro la gran Tribuna della Chiesa Protometropolitana. Il Buonfiglio, ed il Padre Samperi giudicano essere questo struttura dei Normanni per la forma degli Archi di cui viene composto, e tale possiamo crederlo; ma senza, dubio ancor giudicar lo dobbiamo edificato sopra d'altra fabbrica di un Tempio assai più antico, e forse degl'Idoli, che oggi resta sotterra.»
Ci troviamo di fronte, quindi, ad un culto verso San Giacomo Maggiore portato a Messina (per la prima volta, a giudicare dall'assenza di precedenti) direttamente dai sovrani normanni, in un arco temporale che ha il suo inizio nel 1061, con la liberazione della città dal dominio musulmano ed il suo culmine con l'avvento della dinastia sveva.

Non conosciamo i motivi di tale decisione, però, è sintomatico rilevare che San Giacomo Maggiore è patrono di Caltagirone dal 1090-1091, da quando, cioè, il Gran Conte Ruggero d'Altavilla riuscì a sbaragliare agguerrite bande di saraceni, con il determinante aiuto di soldati caltagironesi, in una contrada denominata "Saracena" ai margini del bosco di San Pietro o Fetanasimo. Ruggero entrò, quindi, trionfalmente a Caltagirone lo stesso giorno, il 25 luglio festa di San Giacomo Maggiore. In conseguenza della fausta coincidenza, decise di dedicare una chiesa all'apostolo in segno di ringraziamento per la vittoria ottenuta, proclamandolo patrono della città.

Il tempio poi cadde col terremoto del 1693 e venne ricostruito nel 1694-1708. Una porzione d'osso del braccio del santo, traslata nel 1457, è oggi custodita in un reliquiario in argento sbalzato opera di Nobilio e Giuseppe Gagini (sec. XVI). Nella stessa chiesa si conserva la statua di San Giacomo, realizzata nel 1518 da Vincenzo Archifel, in un prezioso fercolo cinquecentesco opera di Scipione di Guido. Si tenga anche presente che, in gran parte dell'iconografia classica, San Giacomo è spesso rappresentato a cavallo mentre combatte gli infedeli (il "Matamoros", "ammazza i mori", collegato alla battaglia di Clavijo quando apparve in sogno a Ramiro I per promettergli la vittoria sugli infedeli) quindi caro, per i comuni ideali di lotta contro i nemici della fede, ai normanni. Ritornando al tempio di età classica precedente alla chiesa messinese di San Giacomo, il Gallo riferisce ancora: «Ragioni di non lieve peso ci persuadono ad opinar così.

E primieramente nella fabbrica della nuova sepoltura, che modernamente (già son due anni) si fece, si vide, che la muraglia profondasi dodeci palmi Siciliani sottoterra, quale ancora vedevasi perfettamente imbiancata di calce, e che il suolo nella stessa profondità era mattonato di grossi, ed antichissimi mattoni; si scoprì parimente in un lato della muraglia la porta col suo Arco a tutto punto di pietra lavorata all'antica, e dalla parte di fuori si viddero, a livello della strada, gl'intagli delle finestre, quali oggi, dall'intonicatura di calce restano coverte; anche nella stessa profondità scorgevansi reliquie di alcuni pilastri, e sopra ogn' altra ragione, che ci obbliga a persuaderci, che la fabbrica degli Archi, quali oggi formano il Tempio sia stata posteriore, si è il vedere, che le fondamenta degli Archi stessi non giungono fino al fondo dell'antica muraglia, ma restano più alte, quasi a metà di essa.


Così ci attestano cinque Maestri che la nuova sepoltura fabbricarono, oltrecchè può osservarsi ogni cosa col piccolo incomodo di scendere in essa. Or ciò supposto la discorriamo così: Era questa anticamente una contrada, per dove le acque del torrente, che per la porta delli Gentilmeni, entrando in Città, si avviavano al Mare, onde la "Contrada del Fiume" denominavasi; quindi facilmente da qualche piena venne l'antico Tempio sepolto, e ciò senza alcun dubbio sortir dovette prima ch'edificata fosse la gran Basilica di Santa Maria la Nuova, oggi Cattedrale, mercecchè questa che se li para d'innanzi, impedito avrebbe l'inondazione. Or se la Cattedrale istessa, come diremo altrove, fu fabbricata nei principj del quarto Secolo Cristiano, nella pace che diede alla Chiesa il gran Costantino; dunque molto prima quivi esser vi doveva quel Tempio, che dal torrente fu posto sotterra, il perché non è fuor di ragione il credere, che stato fosse antico Tempio degli Idrolatri. Avvalora questa conghiettura il marmo antichissimo,che da tempo immemorabile si è conservato in un cantone di questa Chiesa, e comecché stimato inutile, e di nessun pregio, per l'addietro non osservato, ma da alcuni anni a questa parte, ben considerato da nostri Eruditi.»

Per la Guida del Municipio "Messina e Dintorni", stampata a Messina nel 1902, si trattava del tempio di Orione: «...e quello di Orione, ristoratore di Zancla, presso la distrutta chiesa di S. Giacomo, dove ora è la casa del Cav. Ruggero Anzà, dietro il Duomo». Secondo Adolfo Morabello, invece, si trattava di un tempio dedicato a Giove: «Altro tempio duplicato può qualificarsi quello che si è ritenuto a Giove dedicato, sulle cui rovine fu in epoca cristiana eretta la chiesa di S. Giacomo,...».
Nel 1330 la chiesa di San Giacomo era in perfetta efficienza e tenuta in grande considerazione poiché, riferisce il Samperi a proposito del dipinto raffigurante la Madonna dell'Indirizzo, «Hor questa Veneranda Imagine è tra le antiche di questa Città, e era nella Chiesa Catedrale di S. Maria la Nuova; onde è fama, che fosse da Monsignor Guidotto Arcivescovo di Messina verso l'anno 1330 trasferita in questo Tempio, e non si è potu¬ta sapere di tal trasferimento la cagione. Era questa Cappella degli antichi Armalei Nobile Famiglia Messinese, hoggi estinta.».

È interessante anche far rilevare come, nel Cinquecento, la devozione tributata dai messinesi a San Giacomo fosse talmente sentita e radicata al punto che (a parte 1'"Apostolato" del Montorsoli del 1550-55, in Cattedrale, con la scultura di San Giacomo Maggiore opera del celebre scultore ed architetto fiorentino Giulio Scalzo) un forte bastionato della cinta muraria fortificata, voluta da Carlo V ed iniziata nel giugno del 1537 su progetto dell'architetto ed ingegnere militare Antonio Ferramolino da Bergamo, era intitolato a San Giacomo.

Agli inizi della seconda metà del Settecento, la chiesa di San Giacomo Apostolo è retta dall'abate Don Giuseppe Stampa, "pievano", che vi fa eseguire notevoli opere di decorazione a sue spese, «...con molta liberalità adornandolo di bellissimi marmi così neh1'Aitar Maggiore - scrive il Gallo - come nella Fonte Battesimale, rinovandola, e fabbricandovi comoda abitazione per il Parroco.»


Particolarmente sentita e partecipata è la festa in onore dell'apostolo, il 25 luglio, ed ancora il Gallo riferisce che in quel giorno «...va in processione il Clero, il Capitolo, ed il Senato, quali dalla Cattedrale conducono sii d'una Bara di argento, le insigni Reliquie lasciate da D. Sancio d'Eredia. In questa processione interviene la Compagnia di S. Giacomo del Casale de' Cammari. Parimente nella Domenica di Settuagesima, da qui si parte la processione col Clero e Capitolo, conducendo la Bolla della Santa Crociata per pubblicarla nel Duomo. Molti esercizj spirituali si praticano in questa chiesa, precisamente ne' Venerdì della Quaresima con esposizione, e predica.».

Il 5 febbraio del 1783 un violento terremoto danneggia gravemente la chiesa che, comunque, nel 1826 è ancora in piedi dal momento che Giuseppe Grosso Cacopardo così di essa scrive: «Ad Orione era dedicato il tempio vicino, sulle cui mine fu alzata la pieve di S. Giacomo. In una stanza contigua potrà vedersi un antico sarcofago,...».
Ancora, nel 1840, il sacro edificio esiste perché Giuseppe La Farina, nella sua "Messina e i suoi monumenti", vi si riferisce parlando al presente ma la sede parrocchiale è già trasferita altrove. Scrive, in proposito, Giovanni Molonia: «Verso la prima metà dell'Ottocento il titolo parrocchiale passò alla preesistente chiesa di S. Maria dell'Indirizzo, nella via Cardines, dirimpetto alla chiesetta di "Nostra Donna di Lampedusa", all'estremità sud degli attuali isolati 216 e 217, nell'area oggi occupata in gran parte dal Palazzo di Giustizia».

In questa chiesa la parrocchia rimane fino al 1905 perché, quell'anno, alcune scosse sismiche danneggiano l'edificio. Viene allora trasferita in S. Caterina Valverde ma il terremoto del 28 dicembre 1908 distruggerà questa chiesa e, per ricostituire la parrocchia, bisognerà attendere il 23 luglio 1928 quando sarà benedetta e aperta al culto la nuova chiesa in muratura in via Buganza.

Progettata dal sacerdote ingegnere Umberto Angiolini nel 1924, i lavori eseguiti dalla ditta F.E.R. ebbero inizio nel luglio 1925 ed ultimati nel giugno 1928, con un costo di lire 1.347.767. Si sostituiva così, definitivamente, la chiesa in baracca dedicata a San Giacomo Apostolo che il Genio Civile aveva fatto sorgere nei pressi dell'incrocio tra la via S. Cecilia e G. Natoli e che era «...a una sola navata, dallo stile originale, piacente. Fu ivi trasportato l'altare marmoreo, dalle colonne intarsiate, rimasto intatto in S. Caterina Valverde.
L'archetipo di questo piccolo santuario è stato pure inviato alla mostra di Bruxelles».
E lo stesso splendido altare barocco della chiesa in baracca, oggi si erge in tutta la sua bellezza nella nuova chiesa di San Giacomo Apostolo.

La   Cappella   di   San   Giacomo   Apostolo   nel   complesso   religioso   della SS. Annunziata dei Teatini a Messina Prima del terremoto del 1908, in adiacenza alla chiesa e convento della SS. Annunziata dei Teatini al Corso Cavour, sorgevano tre cappelle con ingresso autonomo, attraverso un androne, dallo stesso Corso: San Giacomo Apostolo e della Presentazione della Beata Vergine Maria; S. Maria di tutte le Grazie e Natività e Purificazione di Maria Vergine; S. Maria della Natività e Sanità dei Forensi. La monumentale chiesa della SS. Annunziata, ubicata a destra delle tre cappelle, era stata progettata dall'architetto modenese Guarino Guarini (1624-1683) presente a Messina dal 1660 al 1662 per insegnare matematica e filosofia all'Ateneo.

Il dotto sacerdote teatino aveva studiato a Roma le architetture del Bernini e del Borromini, e, di quest'ultimo, aveva apprezzato le grandi qualità tecniche e gli arditi virtuosismi. La Guida del 1902 la definiva «...una delle migliori chiese della città, spaziosa e ricca di luce», con l'altissima facciata ad andamento piramidale dal formidabile dinamismo concavo-convesso e l'ardita cupola. La Cappella di San Giacomo era sede della confraternita omonima, come ricorda Giuseppe La Farina: «Riuscendo nel corso è la Chiesa della SS. Annunziata de' PP. Teatini... A questa chiesa vanno annesse le confraternite di S. Giacomo, di N. Signora della Grazia, e della Natività de' forensi».

A pianta rettangolare ed unica aula, riferisce ancora la Guida del 1902, era «... adorna di vari affreschi di Giovanni Battista Quagliata, di cui pure è il santo titolare raffigurato a cavallo, combattente con altri valorosi contro gl'infedeli. Veramente ammirabile è la composizione di questa pittura, pregevolissima per il colorito e per la morbidezza delle figure. Il quadro della Presentazione al tempio è del Rodriquez».
Insieme alle altre due cappelle, era talmente frequentata dai fedeli da essere considerata chiesa autonoma a tutti gli effetti.


L'Eremo di San Giacomo a Camaro

Ricordato da Giuseppe Buonfiglio nel 1606 come «...antico oratorio di San Filippo e Iacopo Apostoli...», di esso Cajo Domenico Gallo, nel 1755, fornisce ampie notizie: «Vicino al Castello di Gonzaga, poco distante, dalla Città sulla collina eravi un piccolo Oratorio dedicato a San Jacopo Apostolo, quale alcuni anni sono, il Sacerdote Don Antonio Giordano lo ristorò dalle fondamenta, rifabbricando la Chiesa, e facendo un comodo Eremitorio per alquanti Religiosi dell'Ordine di San Pacomio. In essa Chiesa si celebra la Festa di Nostra Signora della Sagra Lettera all'otto Settembre, con indulgenza plenaria concessa dal regnante Pontefice Benedetto XIV, con molto concorso di popolo».

L'eremo, che oggi è di proprietà della famiglia Mannino, è ubicato nelle vicinanze dell'ex strada militare Noviziato-Casazza. È ridotto quasi allo stato di rudere e conserva il semplice, ma elegante portale in pietra calcarea affiancato da due finestre ovali: sopra l'architrave sagomata, una lastra reca un'iscrizione latina graffita di difficile lettura.
All'interno, è ancora in piedi il pregevole arco trionfale che immette nella zona presbiteriale, composto da conci calcarei finemente lavorati che presentano i caratteri stilistici di un rinascimento attardato.

Tutt'intorno le mute testimonianze di un'intensa attività agricola che pur si svolse sotto la stretta osservanza della dura regola di S. Pacomio: il pozzo, il palmento, il forno, i locali per gli animali da cortile.
Solitàrie e suggestive presenze, in un sito incantevole dominante lo Stretto, aspettano un'attenzione e un intervento di recupero che forse non arriveranno mai.

La Chiesa parrocchiale S. Maria Incoronata a Camaro

La più antica notizia che possediamo sulla Chiesa parrocchiale di Camaro è contenuta nelle "Rationes decimarum", nei libri, cioè, di conti dei Collettori Pontifici per il regno di Sicilia, incaricati di riscuotere la decima per conto della Santa Sede. In questi documenti si trovano anche preziose indicazioni sulla conservazione e permanenza del rito greco in Sicilia nei secoli XIII e XIV, con l'elenco di chiese e sacerdoti greci, oltre a monasteri basiliani. Per Camaro si legge: «IN FLOMARIA DE CAMMARIS - Petrus Philippus grecus capellanus ecclesie S. Nicolai de Alto tar I; Presbiter Nicolaus grecus capellanus ecclesie S. Marie tar I gr. X; Presbiter Nicolaus grecus capellanus ecclesie S. Clementis tar I».

Delle chiese di S. Nicola dell'Alto e S. Clemente non esiste traccia, oggi, nel territorio, mentre quella di S. Maria che forniva una decima più alta - 1 tari e 10 grana è da identificare con gli attuali ruderi della vecchia chiesa parrocchiale. Il fatto che il maggior tempio di Camaro fosse officiato da un prete greco non deve sorprendere perché, per tornare indietro al tempo dei normanni, «...Ruggero non fece alcun tentativo per sopprimere la Chiesa greca ortodossa; al contrario, aiutò i Greci a ricostruirla.

La sua sola richiesta fu che essi si separassero dal patriarca e dall'imperatore bizantini: la gerarchia latina doveva dominare».
Lo storiografo Rocco Pirro, nella sua "Sicilia Sacra", tra le obbedienze e i monasteri assoggettati alla giurisdizione dell'Archimandritato del SS. Salvatore "Linguae Phari" nella punta estrema della penisoletta di S. Raineri, nel 1131, cita anche il monastero "S. Annae de Cammariis cum iurisdictionibus et pertinentiis suis... situm in... flomaria de Cammaris" (ancora oggi esiste, a Camaro, una contrada denominata S. Anna).


Per tornare alla chiesa parrocchiale, nella Guida del 1902 si legge: «Più in alto, è il villaggio di Camaro Superiore, la cui chiesa parrocchiale è del secolo XVI, come attesta l'architettura della porta esterna. Nell'interno è da osservare la tavola di S. Giacomo, opera di Polidoro da Caravaggio, quella del Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro, di ignoto autore, e la baretta del secolo XVII, in argento». Qui, dal 1550, aveva sede la Confraternita di S. Giacomo, tuttora viva e vitale e talmente importante nel panorama dell'associazionismo religioso al punto da essere citata, insieme a poche altre, da Giuseppe Buonfiglio nel 1606. Scrive, infatti, il cavaliere ed erudito messinese: "Sono adunque tutte le fraterne della città cinquan¬tasei si come qui di sotto descriveremo...» e cita, appunto, quella che lui chiama Confraternita di "San Iacopo delli Cammari".

Il disastro del 1908 faceva crollare l'antica chiesa parrocchiale che era da ammirare per il portale maggiore marmoreo di epoca cinquecentesca. Questo scomparso manufatto doveva con ogni probabilità ricalcare, nella tipologia e nello stile, il prototipo gaginiano allora in voga nelle chiese parrocchiali dei villaggi messinesi e di cui si trovano, ancora oggi conservati, splendidi esempi tardo-rinascimentali nella Chiesa Madre di S. Nicolo a Pezzolo e nella semidiruta chiesa di S. Gaetano, a S. Stefano di Briga.

La presenza di questo portale testimoniava anche le radicali opere di rifacimento e restauro che la medievale chiesa di S. Maria ebbe nel secolo XVI. Ed è probabilmente in tale circostanza che venne introdotta la devozione verso San Giacomo Apostolo, con la sua proclamazione a patrono di Camaro.

Oggi, risalendo per via Chiesa Vecchia, si possono osservare i pochi ruderi superstiti dell'antica chiesa parrocchiale di S. Maria: il presbiterio con un cornicione sommitale di coronamento, tracce di stucchi e la canonica, attualmente adibita ad abitazione.

Nel periodo della ricostruzione post-terremoto, non fu possibile ricostruire la nuova chiesa nello stesso sito dell'antica, a motivo delle distanze fra i fabbricati imposte dalla rigida normativa antisismica per i Comuni colpiti dal terremoto del 1908. Un primo progetto redatto nel 1923 dall'ing. Antonino Duci e dal geom. Santo Giordano, si ispirava allo stile arabo, con la facciata decorata da pilastri arabescati e sormontati da statue. Accantonata, poi, questa ipotesi progettuale, venne scelto, invece, il progetto dell'ing. Francesco Barbaro, datato agosto 1928, che fu quello poi realizzato.

Scrive mons. Giuseppe Foti in proposito: «L'edificio si sviluppa su tre navate con transetto: la centrale è larga m. 6,70 e usufruisce di un'ampia abside, mentre le laterali, larghe m. 3,80 ciascuna, si chiudono sul transetto. L'altezza è di m. 7,10 nelle navatine, m. 12,60 nella centrale e 14,60 nel transetto; questo motivo dell'altezza del transetto che sovrasta la navata centrale si ripete nel Duomo di Messina, nella chiesa di S. Francesco all'Immacolata e in tante altre chiese di Messina. Il campanile è alto m. 18,70. La struttura resistente è costituita da telai a maglie di cemento armato con tamponamenti di mattoni pieni nelle parti basse e forati in quelle alte. Anche le capriate e gli arcarecci del tetto sono in cemento armato mentre l'orditura leggera è in legno».

Come gran parte delle architetture chiesastiche della ricostruzione, il nuovo tempio parrocchiale si ispira al Romanico (a titolo di esempio, citiamo la chiesa di S. Maria Annunziata a Camaro Inferiore e quella di S. Leonardo in S. Matteo, a Villa Lina).
Le pareti della navata centrale, infatti, si sviluppano su archi a pieno centro poggianti su pilastri e sulle colonne divisorie delle navate. Il motivo decorativo delle cuspidi di facciata sulle quali impostano le falde dei tetti spioventi, è risolto con elementi cari al repertorio stilistico romanico e, cioè, la serie di archetti pensili.

Nelle lunette dei tre portali, dei quali il maggiore è aggettante con protiro secondo l'uso romanico, trovano posto dei bassorilievi in stucco cementizio raffiguranti "L'incoronazione della Vergine", lo "Sposalizio di Maria con S. Giuseppe" e "San Giacomo a cavallo che combatte contro i mori". Il costo complessivo dell'edificio chiesastico fu di L. 895.000, coperto con i fondi della Convenzione del 1928 fra la Curia messinese, rappresentata dall'Arcivescovo mons. Angelo Paino, e lo Stato. I lavori, eseguiti dalla ditta Parisi Sal¬vatore, ebbero inizio il 9 aprile del 1929 e portati a termine il 30 giugno del 1932.

La nuova chiesa dedicata a Santa Maria Incoronata conserva parecchi reperti ed opere d'arte recuperate dalle macerie di quella antica. In particolare, gli altari settecenteschi in marmi policromi intarsiati con la tecnica del mischio e rabisco, di S. Giacomo e S. Giuseppe. Inoltre, una pregevole acquasantiera cinquecentesca, alcuni paliotti d'altare intarsiati e i marmi dell'imponente altare maggiore.

La più importante opera d'arte, oltre al "Ferculum" di San Giacomo, è comunque la celebre tavola raffigurante l'Apostolo, capolavoro indiscusso del pittore e architetto Polidoro Caldara da Caravaggio nato nel 1493 e morto a Messina nel 1543, discepolo di Raffaello Sanzio.

Si tratta di un dipinto ad olio, originariamente su tavola e poi trasferito su tela nel corso di un restauro effettuato nel 1968. Il santo è raffigurato in cammino col bastone da pellegrino ed il libro aperto, simbolo della sua opera di evangelizzazione. Sullo sfondo una vallata, che potrebbe anche essere quella di Camaro. Francesco Susinno, nel suo volume "Le Vite de' Pittori Messinesi", assegna la tavola nel novero delle opere più importanti di Polidoro e ricorda, anche, la particolare devozione dei "terrazzani" (come definisce gli abitanti di Camaro) che avevano ricoperto, nel Settecento, il dipinto di cristalli a scopo protettivo.

Altre pregevoli opere d'arte sono la tavola raffigurante "Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro", di ignoto autore seicentesco; la "Stigmatizzazione di S. Francesco", anch'essa di ignoto pittore del Cinquecento; una settecentesca "Madonna del Rosario" attorniata da 15 quadretti con i Misteri del Santo Rosario; una "Madonna della Lettera con S. Nicola Vescovo", di ignoto settecentesco; una tavola raffigurante "S. Caterina d'Alessandria" in abito sontuoso e con gli strumenti del suo martirio, la ruota e la spada, e ai suoi piedi il persecutore Massenzio. La splendida statua argentea dell'Apostolo Giacomo e la varetta processionale in lamina d'argento sbalzata e incisa, commissionata nel 1666 a Pietro Juvarra ed altri suoi familiari, costituisce il prezioso simbolo della comunità di Camaro e della sua antica fede. San Giacomo, opera di Francesco Donia, è raffigurato in armatura con la spada e lo stendardo, secondo l'iconografia classica spagnola.

E a testimoniare ulteriormente questa profonda devozione dei cammaroti verso San Giacomo, un curioso dipinto del 1841, dai tratti popolareschi e da inquadrare nella tradizione delle tavolette votive "per grazia ricevuta", è conservato in sacrestia: rappresenta il tentativo di sottrarre la preziosa varetta di San Giacomo, prodigiosamente andato a vuoto per intervento divino. La scena si svolge nella vallata di Camaro, dominata dai possenti spalti del Castello Gonzaga e dall'Eremo di San Giacomo a tramandare, ai posteri, l'antichissima storia di fede di questo antichissimo villaggio messinese.

La scheda e le fotografie della chiesa di S.Maria Incoronata di Camaro

Le fotografie della chiesa e del Museo

Le fotografie del Ferculum


 

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