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Il nome Camaro
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Camaro (latino Camàris-Cammàrae; siciliano Camàru, Cammàrì; etnico Cammaròtu-i) è un antico toponimo messinese che indica il torrente subito a meridione della città storica e i due casali fondati nel suo medio tratto.
I tentativi di lettura del nome, spesso equivocato con il toponimo Zaera, palesano fondate incertezze che trovano compendio nelle due proposte storiche: quella di Giovanni Alessio che ne indica l'etimologia greca e quella di Giovanni Battista Pellegrini che ne sostiene invece l'origine araba.

Giovanni Alessio in un noto saggio del 194621 spiega quindi come il toponimo derivi dalla voce greca *Kauu.ópiov (Cammàrion), diminuitivo dal greco antico Kajijiapic; (Cammàros, Cammarìs) 'specie di pianta velenosa, aconito' come il bovese Cammari 'cespuglio di Euphorbia alto da 2 a 3 metri' (xo KajJ.[iàpi 'Euphorbia Dendroides').
La proposta etimologica dal fitonimo Euphorbia, era già stata pubblicata nel 1933 da Gerhard Rohlfs che la ribadiva nel 1974 a proposito di Cammàri toponimo del reggino e del catanzarese. Da tale fitonimo sono numerosi i vocaboli derivati e diffusi nel vernacolo siciliano e calabrese.

In alternativa a questa tesi, Pellegrini non esclude una derivazione dall'arabo himàr 'asino' precisando come al-himar 'l'asino' è in Edrisi il nome di Isnello, municipio del palermitano. Tale etimo, benché corrisponda sia al siciliano camaru 'asino', sia al nome della fonte Camar nei pressi di Castelbuono, appare meno probabile data su l'ubicazione in un'area geografica scarsamente arabizzata quale è la cuspide orientale del Valdemone. Sono tuttavia da ricondurre certamente al lemma arabo al hammar 'l'asinaio' sia il cognome Cammàro individuato a Favignana, l'isoletta del trapanese, sia alcuni riscontri archivistici del XII secolo pubblicati da Cusa, dai quali si evince come Kauunp (Cammàr) è sinonimo di ovotaxTK; (onolàtis) 'asinaio' correlabile a (burdonàros) 'mulattiere' ed è singolare la prossimità dei villaggi Bordonaro e Cantaro.

L'origine araba del nome è stata tuttavia ignorata da Caracausi (1983) in una sua elaborata ricerca sugli arabismi medioevali siciliani e dallo stesso Pellegrini in una più recente pubblicazione (1989) sugli arabismi italiani riguardanti la Sicilia, sede naturale di approfondimento di quella sua stessa proposta già avanzata nel 1979. Camaru 'asino' è termine, rafforzatosi durante la dominazione spagnola, di diffuso utilizzo isolano e documentato nei principali lessici siciliani che si evita in questa sede di dettagliare. In tal senso preme piuttosto segnalare la scheda su Camari e Camaru di recente pubblicata da Carmelo Genovese e il commento su Camaro nel Dizionario Etimologico Italiano (D.E.I.) di C. Battisti e G. Alessio.
Pertanto mentre il nome greco identificherebbe il fitonimo Euphorbia Dendroides con il significato che tale pianta con la sua diffusa presenza avrebbe tipizzato anticamente la vallata, il nome arabo ravviserebbe invece lo zoonimo asino con l'accezione che tale animale, in spazi riservati all'allevamento e alla riproduzione, avrebbe caratterizzato il territorio attraversato dal torrente.

Commentate le due autorevoli letture, greca e araba, di Camaro preme rammentare quanto riferito dalla tradizione storica e letteraria peloritana. È nota infatti l'etimologia dal biblico Cam proposta dai più antichi cronisti di memorie cittadine e reiterata fino ai margini del XVIII secolo: "[Andrea Calamech] lavorò il gran colosso di Cam, o ver Saturno, di legname, fondatore di Messina, volgarmente detto il Gigante [...]" (1724)38. Tale versione permea la mitografia della fondazione di Messina, opera del gigante Cam (Saturno / Zanclo / Lieo / Orione / Messano). L'assonanza con Camaro è ribadita dai nomi della coppia fondatrice Cam e Rea, riletti tardamente come Grifone e Mata. Elementi di convergenza sono la contrada natale di Mata in Camaro e la fondazione cinquecentesca dell'acquedotto e del fonte di Orione che particolareggia le severe membra di Camaro divinizzato con Ebro, Nilo, Tevere ed enfatizzato dal distico mauroliciano: "Sum Patriae Famulus Cameris Exortus Acquo-sis I Officio Manant Flumina Tanta Meo". Sinergici emergono i coevi reperimenti archeologici, gli stessi che indussero il Buonfiglio alla falsa etimologia di Zaera: l'antica città ddà era.
Si accenna anche alla recente e improbabile lettura dal nome dell'emiro di Siracusa Ibn-Hammar che, intorno al 1150, avrebbe saccheggiato le campagne a meridione della città.

Desta invece interesse quanto affermato dal filologo Giuseppe Vinci nell'Etymologicum Siculum: «Cammari, casaleprope Messanarn, [...] nomen habet a cameris, quae ibi erant», accezione ribadita anche da Michele Pasqualino. A quali camere allude Vinci? Forse alle foveae, grotticelle che caratterizzavano le pendici collinari della valle oppure alle cubiculae, cellae, aediculae, ovvero alle camerelle, piccoli ambienti abitati da eremiti accennati dalla tradizione religiosa locale. Forse anche ai sotterranei della chiesuola e delle pertinenze della Madonna della Luce, nell'omonima contrada dell'alta valle, o ad altre simili strutture architettoniche di cui si è persa la memoria. Può ancora riferirsi il Vinci ai reperti sepolcrali di epoca greco-romana di diffuso riscontro lungo la media e bassa valle. Pertanto camere come celle, anche nell'attuale accezione, cioè loculi, sacelli, sepolcri.

A proposito di camerelle riferisce Placido Samperi, digredendo sulla fondazione del monastero dello Spirito Santo, nella prossima contrada delle Canterelle, sulle falde orientali del Tirone, lambita dal ramo principale del torrente Cantaro, spiegando come «[...] si diceva quel luogo delle Canterelle, perché, come è fama, era anticamente habitato da certi divoti Romiti, che quivi in diverse stanze, o camere separati l'uno dall'altro, menavano vita celeste e solitària [...]».

 

Chiosate anche le lezioni della tradizione toponomastica locale si avanza un'altra lettura di Camaro, riferita alla peculiarità idro-orografica del torrente che ne può avere determinato il nome dalla radice indo-europea kmar 'essere curvo. Infatti Kamour Graece curvum est come spiega Isidoro di Siviglia, ovvero *kmiJrl che indica nell'antico greco il tema della curvità e similmente camur(us)Ai che in latino ribadisce, anche nel senso geomorfico, ciò che è curvo, torto, piegato, e nel caso di un corso d'acqua è riferito pure ad ansa, meandro, gomito di fiume.

Le acque e la valle del Camaro sono intensamente radicate, con valenza non ancora adeguatamente stimata, nel mito e nella storia di Messina e negli stessi archetipi del simbolismo cittadino. Il ritrovamento sia di due monumentali sarcofagi, sia del noto rilievo su calcare bianco, oggi custodito presso il museo archeologico di Siracusa, raffigurante tre figure femminili, forse Demetra, Kore ed Ecate, a parere di Paolo Orsi indicante un luogo di culto forse connesso con l'insistenza della necropoli, sia di capitelli in terracotta, sia di rocchi di colonna fittili e altro materiale ceramico, testimonia la frequentazione del sito in epoca greca. Tra le contrade di Montepiselli e Petrazza, durante i lavori di costruzione del viadotto ferroviario iniziati nel 1886, e in particolare presso la villa della famiglia Bucca attigua al pilone settentrionale del viadotto coincidente con l'esatta curva del torrente, furono rinvenuti importanti sepolcreti i cui materiali furono parzialmente recuperati e documentati da alcune stampe all'albumina di Ledru Mauro prima che il sisma del 1908 ne provocasse la dispersione.

Il letto della fiumara, di portata un tempo notevole, si svolgeva sinuoso e regolare nella direzione monte-mare fino ali'attuale fondo Pistone dove riceveva l'apporto delle acque del torrente Cataratti e, subito dopo il ponte ferroviario, favorito da un naturale e palese declivio del terreno, si biforcava. Un ramo, sulla traccia dell'attuale viale Europa, giungeva brevemente a mare. L'altro ramo, quello principale, verteva improvvisamente con un netto angolo a nord-est lambendo il colle Tirone, incanalandosi nella traccia delle attuali vie Santa Marta e E. Lombardo Pellegrino, sfociando infine tutt'uno con le acque del torrente San Filippo il piccolo Portalegni nel seno del porto in prossimità dell'attuale Dogana.

La peculiarità idro-orografica di tale ansa, netta e improvvisa curvità del corso d'acqua nella immediatezza della città classica, avrebbe determinato il nome della fiumara dall'arcaico tema Kmar 'essere curvo'.
Sito di convergenza delle fiumare Camaro e Cataratti, presso il fondo Pistone. Nella toponomastica messinese si rileva una analoga traccia ontologica con la desueta denominazione del colle della Versa, mentre una particolareggiata scheda sull'idronimo siciliano fiume Torto di conforme significato è tracciata da Caracausi. Ma ciò che desta uno speciale interesse è il rilievo del toponimo messinese Vota, autentico calco toponomastico (di Kmr, Camaró) di recente caduto in disuso, con il quale si indica quella stessa contrada, poi fondo Pulejo, incuneata tra l'inizio del viale Italia e le vie Santa Marta e Camaro, che stigmatizza il volgersi del torrente e del cinquecentesco acquedotto verso il centro urbano.

Se è vero che il toponimo Vota, come  spiegato  anche  da Pietro Bruno, puntualizza la deviazione del  percorso  dell'acquedotto  di Francesco La Cameola, non è casuale che tale progetto abbia seguito la naturale curvità del ramo principale del Camaro, come non è altrettanto casuale che a quella contrada sia stato, ancora prima, attribuito il nome di Vota. Il cinquecentesco toponimo Vota si rivelerebbe pertanto come calco e puntuale sovrapposizione semantica rafforzata da una coincidente proiezione spaziale con il tema dell'antico nome Camaro. Ambedue le denominazioni traggono infatti origine, nella logica dell'invenzione del nome, dalla peculiarità idro-orografica della netta curvità del corso della fiumara.

Preme infine riferire, sempre in tema di digressioni onomastiche su Camaro, che il cognome Camaroto e Cammaroto, di usuale riscontro nella cognomastica peloritana, è trasparente etnico in oti da Camaro come da puntuale nota del D.E.T.I..

Si dissente pertanto da quanto indicato da Caracausi che lo vuole etnico di Camara, la già citata contrada nei pressi di Castell'Umberto, a cui è attribuito l'etimo di 'camera a volta'.

Carmelo Micalizzi


 

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