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Lusso e abnegazione delle donne messinesi al tempo dei Vespri
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Triste fu il tramonto del XIII secolo in Sicilia. Il lamento del popolo sofferente non tardò a divenire grido di ribellione. Così se i francesi portarono nuove maniere di vivere non riuscirono ad abbagliare con lo splendore del fasto quel popolo presso il quale erano ancora fiorenti le mirabili manifestazioni del lusso orientale.

Prima della dominazione francese i mercanti erano forniti di merci straniere e mentre a Palermo i Veneti godevano d'ogni franchigia per le gemme, le seterie e gli ermellini, a Messina ogni mercé preziosa poteva essere acquistata e lo smeraldo della Nubia, i velluti, i zendadi di Costantinopoli, i gingilli artistici niellati di Damasco facevano bella mostra sulle donne di quei tempi.

I Francesi favorirono forse il commercio dei tessuti d'occidente, e con gli sciamiti lucchesi e veneziani introdussero in Sicilia quelle stoffe di lana di pecora inglese fabbricate in Francia, stoffe preziose, che non tardavano ad essere adottate dalle donne siciliane e specialmente da quelle messinesi.

Ad esempio fulgida appariva la ricchezza degli ornamenti femminili ed in particolare si rammenta che le donne di Messina usavano fra l'altro coprire le acconciature del capo con ghirlande d'oro o d'argento adorne di perle, e portavano "fazzuoli" trapunti d'oro filato, usavano stringere al busto, per somiglianzà delle donne francesi, con cinti preziosi e arricchivano di perle il nastro con la quale chiudevano i loro mantelli.

I regali costosissimi che si davano alle spose erano messi in mostra quasi incoraggiamento per i donatori a gareggiare nel valore degli oggetti offerti, e quest'usanza si riscontra tanto nelle classi umili, quanto nelle classi elevate. Generalmente ogni nuova maniera di vestire, ogni esotica manifestazione del lusso era adottata a Messina prima che in ogni altra città dell'isola, e ciò per i maggiori traffici che quella città aveva con le nazioni straniere. Ovunque le donne camminavano per le vie con zone dorate, con mantelli di camelotto foderati di cendato, ovunque esse facevano mostra di vesti dai colori vivi come il rosso o il verde, con larghe frangie le quali furono anche oggetto della severità del legislatore.

Chi non aveva veli di seta li aveva di lino, chi non poteva avere cintura di metallo prezioso la portava di stoffa con fili d'oro, ma la vanità appariscente del vestire si era innescata in ogni classe sociale, dalle castellane alle fruttivendole. Quando si trattò di reprimere le fogge eccessivamente costose delle vesti, le donne di Messina protestarono tanto energicamente da costringere Carlo D'Angiò ad annullare lo statuto suntuario emesso da magistrato messinese e da lui confermato nel 1272, e permettere che esse potessero portare in quella quantità che "lor piacesse aurum, perlas atque aurifrigie etc...".
Se però quelle donne si ribellarono alle imposizioni della legge, non esitarono a deporre i "soperchii ornamenti" quando la patria richiese sacrifici e privazioni.

Allora le donne eleganti si videro per le vie di Messina andare con la tunica succinta, con i piedi nudi, i cofanetti in cui avevano tenuti i loro monili furono pieni di pane e di viveri.

I cronisti dell'epoca ci raccontano di slanci sublimi e il Gregorio ci narra che quando la città fu aspramente combattuta da Carlo d'Angiò, proprio quelle donne "vanitose" diedero l'aiuto a rifar le mura.

La difesa di Messina oltre d'essere uno degli episodi più gloriosi della guerra del Vespro è una delle pagine più belle nella storia dell'abnegazione femminile. Tutto si trasforma ma nulla cambia, ora e sempre.

                                 Claudio Calabrò


 
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