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“ I miei anni ‘ 40 ”
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 di Italo Rappazzo


Questo brano è tratto dalle memorie dell’autore messinese  Italo Rappazzo: “ I miei anni  ‘ 40 ”

 Altri amici di mio padre , in quegli anni, erano i fratelli Pocobelli, che avevano a piazza Cairoli, a Messina, una piccola costruzione di stile indefinito, adibito a negozio per fotografie. Adesso quella costruzione non c’è più, e in quello stesso punto a Natale il comune ci piazza un abete con le lampadinette addosso.

 L’attività dei due fratelli non era tanto apprezzata dal prof Florio, (Il prof. era un altro amico di mio padre  e aveva uno studio fotografico sul corso Cavour di fronte alla Provincia) che la giudicava da 6x9, facendo riferimento al formato delle pellicole che sviluppavano, mentre lui faceva dei ritratti fotografici che avevano di artistico, foto che ai giorni nostri non se ne vedono più;  mio padre non la pensava alla stessa maniera, infatti i due fratelli avevano il pallino della cinematografia e per questo erano dotati di tutto un armamentario che serviva loro per fare soprattutto degli apprezzati documentari.

 Un bel giorno, quella era l’epoca del neorealismo, ai fratelli Zona, messinesi, e ai Pocobelli , venne l’idea di fare un lungometraggio, dello stesso stampo, cioè non spendendo soldi in attori. In questo seguivano De Sica e Rossellini, ma soprattutto Luchino Visconti, che aveva fatto ad Aci Trezza, prendendo come attori  dei pescatori, il famoso “La terra trema”, traendo  spunto dai  “I Malavoglia “  di Giovanni Verga.

 Per restare in zona il titolo del film era “I figli dell’Etna” e doveva narrare, se ben ricordo, le peripezie  di alcune famiglie, con lo sfondo del vulcano durante una delle sue tante esibizioni.
 Mio padre, quale pioniere del film sonoro, venne coinvolto, partecipando  quale aiuto sceneggiatore e aiuto operatore.

 Nell’intento di risparmiare soldi ed essendo l’Etna in un periodo di riposo, i responsabili, pensarono di girare delle scene di folla, che fuggiva impaurita sotto l’incalzare della lava, a Puntal’Arena (Zona Boccetta), dove  anticamente c’erano delle cave di sabbia. Il colore giallo del la terra si addiceva poco, ma comunque fatte delle prove e usando la pellicola bianco e nero, la sabbia poteva passare per lava.
 Venne radunata una certa quantità di persone, tutte conciate in maniera da fare pena; così era previsto nella sceneggiatura e il costumista si era dato un gran da fare: fuggendo da casa, sotto l’incalzare dell’eruzione, non si erano potute vestire in maniera decente. Molti provenivano dalle zone circostanti da dove si girava la scena del film.

 Il folto gruppo , i figli dell’Etna, era costituito da uomini con le tradizionali coppole, donne in nero, vecchi e bambini, c’era anche qualche sciancato, munito di stampelle, che si muoveva con qualche difficoltà. Portavano con se le loro povere cose, chi a piedi, chi su carretti trainati da muli o da asini recalcitranti, che poco avvezzi a far le comparse in un film ogni tanto facevano sentire il loro sonoro grido di protesta . Il tutto era coordinato da alcuni capi comparsa, che in fatto di urla facevano a gara con gli asini.

 Tutti, asini, muli, comparse malandate, capi comparsa etc…erano alle dipendenze del regista, che munito di megafono, si era inerpicato su un trespolo apparecchiato all’uopo.
 La scena prevedeva inizialmente l’accensione di cumuli di sterpaglie portate chissà da dove, che con il loro fumo dovevano simulare la presenza della lava incandescente; quindi successivamente doveva iniziare il movimento di tutta la massa delle comparse terrorizzate.
 Quando fu tutto pronto, scattò il classico si gira con la classica tavoletta messa davanti  la macchina da presa.

Ciak. I figli dell’Etna scena 22”. Ma nessuno si muoveva, anche se precedentemente erano stati debitamente catechizzati ; parevano  addormentati  come in una specie di incantamento. : la magia del cinema, con le sue strane liturgie, faceva ancora una volta il suo effetto.
 “Muvitivi, ranni  figghi di p…”  cominciò a gridare il regista nel megafono. Quest’ordine dato in maniera perentoria , ripetuto più volte, sostituiva il troppo tecnico Ciak: era certamente più  comprensibile essendo urlato e amplificato nell’idioma a tutti familiare.
 Finalmente il primo gruppo, che pareva uscito dalla corte dei miracoli, dopo una serie di spintoni  ricevuti nei posti giusti, cominciò a muoversi cautamente, seguito da un secondo gruppo non meno numeroso e non meno malridotto.
 
A questo punto c’è da dire che la notizia  che si stava girando un film neorealista nella zona di Puntal’Arena, si era sparsa rapidamente in tutta la città. Sicché  fin dall’inizio della prima scena la zona era stata invasa da curiosi, forse anch’essi desiderosi  di essere immortalati nella celluloide. Erano a malapena contenuti da un improvvisato servizio d’ordine. Fra costoro si aggiravano gli immancabili venditori di gazzose, di calia, noccioline americane, sovrastati da grappoli di palloncini multicolori: ognuno a declamare la propria mercanzia. Insomma una vera e propria festa .

In questa moltitudine di persone  seminascoste mi ero infilato anch’io con i miei compagnetti.
La scena, che si girava, prevedeva, ad un certo punto, che  le persone terrorizzate dall’avanzare della lava, si mettessero a correre per un centinaio di metri. Così ad un vociata del regista, in mezzo ad un fumo, che  aveva cambiato perfidamente direzione unendosi ai transfughi , la camminata iniziale si tramutò in  una corsa incontrollata, dove i più lenti a fatica riuscivano a stento a mantenere il passo.

 I curiosi e i venditori, palloncini compresi, che erano di gran lunga più numerosi delle già numerose comparse,  e lo stesso servizio d’ordine, per vedere meglio quello che stava succedendo, balzarono fuori dai loro nascondigli e si piazzarono, quali indesiderati spettatori, a fare ala festante con incitamenti ed applausi ai figli dell’Etna che fuggivano ansimando.

 La confusione che ne seguì  aveva del tragicomico, e per la presenza di una muta di cani, che uscita dal nulla, si mise ad inseguire abbaiando i malcapitati corridori, tentando di morderli  alle natiche, e per il coro degli asini che avevano aumentato il volume delle ragliate e per il regista che, vedendo rovinata la scena madre, salito su un montarozzo, si mise a tirare pietre contro gli spettatori  che nel frattempo si erano lasciati andare ad una ilarità incontenibile. Fortuna volle che i suoi tiri risultarono poco precisi.

“Cunnuti,cunnuti mi spasciastu a megghiu scena!”  Mi avete rovinato la migliore scena, gridava sconsolato
nel megafono, circondato da pochi intimi,  fra i quali c’era anche mio padre.
Testimone dei fatti, piazzato in prima fila, c’ero anch’ io con i miei compagnetti.

Le riprese vennero sospese anche per la sopravvenuta  mancanza di sterpaglie da incendiare.
L’Etna con tutti i suoi figli avevano  per quel giorno interrotto  la loro esibizione.

 

 Italo Rappazzo: I miei anni ‘40

 P.s.  I figli dell’Etna. Il film iniziato nel 1949 venne completato nel 1954 ed ebbe un certo successo. I fratelli Zona furono soggettisti, sceneggiatori e registi del film. Aiuto regista: Elle Cogliani,.  Fotografo di scena: Pippo Arbusi. Operatore di macchina: Angelo Pocobelli.

 


 

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