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L’Isabetta da Messina
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Questa poesia è stata tratta dal Decamerone di Giovanni Boccaccio . Giornata IV novella V. Il narratore è Filostrato.

Il dramma si svolge in Messina, una città che in quell’epoca era ricca di commerci che attiravano mercanti provenienti da molte parti d’Italia.

I protagonisti di questa vicenda (XIII-XIV sec) con le loro azioni danno la misura di quale fosse la condizione della donna del tempo, e di quanto la forza dei sentimenti potesse andare ben oltre la morte della persona amata.

Una curiosità: sembra che  i vasi di terracotta a forma di testa, prendano questa insolita sembianza proprio da questa storia.
 

Adattamento in poesia di Italo Rappazzo.
 

  • Messer Boccaccio mi conceda licenza,
    se della sua trista istoria fo menzione:
    ad egli sia l’omaggio, a me clemenza,
    la pazienza del lettor, mio guiderdone.

  • In quello tempo erano in Messina,
    tre giovani fratelli  mercatanti,
    che di danari ne possedean ben tanti,
    con una sorella ancora pulzellina.
    Giovane assai bella e costumata,
    quale fosse cagion che si accampava,
    finora non l’aveano maritata.

  • Nella magione pur con loro stava,
    un giovanetto assai  leggiadro e bello,
    che dei lor fatti aveva buon cervello:
    col nome di Lorenzo si nomava.
    Più fiate l’Isabetta lo guatava:
    che se ne fece ragione dolcemente:
    infino lei comprese che l’amava.

  • Di che Lorenzo s’accorse similmente,
    li altri suoi amori ei abbandonò,
    e l’animo a porre in essa incominciò.
    Si piacquero così tanto igualmente,
    che un grande tempo non stette a passare:
    fecer quell’opra a loro bene accetta,
    ma non la seppero di nascosto fare.

  • Quando una notte andando l’Isabetta
    dove Lorenzo aveva il suo ricetto,
    il maggior dei fratelli ebbe un sospetto;
    li vide, ma ad agir non ebbe fretta.
    Tutto lui raccontò, giorno venuto,
    agli altri frati e assieme a loro ei disse
    d’infignersi di non aver nulla veduto,

  • infino a tanto che tempo venisse,
    nel quale senza sconcio e senza danno,
    si potessero torre  dall’affanno
    di tal vergogna, avanti che più isse.
    Un dì, in tal disposizione dimorando,
    fuor di città Lorenzo fu menato,
    con diletto ridendo e poi cianciando.

  • Giunti in un loco solo ed appartato,
    l’uccisono, sotterrandolo in guisa
    che niuna persona venne visa.
    Tornatisi a Messina fu annunziato,
    per lor bisogne, d’averlo fuor mandato,
    e in altro luogo stesse dimorando,
    che mandarlo di torno egli era usato.

  • L’Isabetta,  Lorenzo non tornando,
    ai tre fratei (1) sovente dimandava,
    ma niuno  risposta a lei le dava;
    per che la giovane trista e dolorando,
    senza più domandarne se ne stava,
    e nella notte con voce disperata,
    che ritornasse sempre lo pregava.

  • Non passò tempo che in una nottata
    a costei, che molto lagrimava,
    Lorenzo, che infine non tornava,
    essendosi piagnendo addormentata,
    l’apparve  in sonno tutto rabbuffato,
    co’panni fracidi, stracciati da penare,
    e parve che le avesse sì  parlato:

  • “O Lisabetta, non fai altro che chiamare,
    e t’attristi della mia lunga dimora,
    con le tue lagrime m’accusi di star fora,
    ma  sappi che non posso più tornare.
    M’uccisono il dì in cui il volto mio t’apparve”
    e segnatole il luogo ov’era lì a giacere,
    disse che più non l’aspettasse, e poi disparve.

  • La giovane, destatasi, pianse nel tacere;
    poi a mattina, non avendo ardire
    di alcuna cosa ai suoi fratelli dire,
    volle andare in quel luogo per vedere
    se fosse ver quel che nel sonno le pareva.
    Ebbe licenza d’uscire, senza motto,
    con una fante, che i fatti suoi sapeva.

  • Nel luogo, tolse via le foglie, e sotto
    dove era  men dura la terra, ivi scavò;
    dopo non guari (3) scavato, ella trovò
    il suo misero amante, non corrotto.
    Quella salma, avrebbe via portata,
    ma tale cosa non potea esser compiuta:
    con un coltello la testa  fu staccata.

  • Senza che mai fu da alcun veduta,
    quella in un asciugatoio inviluppata,
    dopo che terra sul busto fu gittata,
    a casa sua tornò standosi muta.
    Con questa testa sola si inserrò,
    e sopra d’essa amaramente piagneva,
    tanto che tutta di pianto la lavò.

  • Un testo (3) molto grande indi prendeva,
    e lì involta da un bel drappo la posò,
    e poi, messavi su la terra,  vi piantò
    del basilico salernetano che lei aveva.
    Quivi,  veniva sempre a vagheggiare,
    e il basilico bello ed odorante era
    per questo suo sovente  lagrimare.

    Servando a lungo lei questa maniera,
    più volte da’ vicini fu notata,
    che dissero: “ Noi l’avemo ben spiata:
    Ella, su quello piagne mane e sera.”
    Il che i fratelli udendo e sincerando
    rubarono via il testo che lei amava,
    avendola ripresa e non giovando.

  • Non ritrovandolo, sovente ricercava
    con grande istanza, ma niun glielo tornò,
    per grande duolo allora s’infermò:
    né altro che il suo testo  dimandava.
    I tre si maravigliaron del suo fare,
    e ricercaron qualcosa da scoprire:
    tolta la terra, la testa fu a spuntare.

  • E sotterrata quella senza dire
    da Messina partiron per via mare,
    come s’abbandonassero ogni affare:
    per sempre a Napoli se ne dovetter’ire.
    La giovane, non ristando che dolore,
    addimandando tutta sconsolata
    dell’amor suo, morì di crepacuore.

  • Non passò tempo, che manifestata
    la triste istoria, fece suggestione:
    fu alcuno che compose la canzone,
    la qual tutt’oggi viene pur cantata.

  • Qual esso fu lo malo cristiano,
    che mi furò la grasta. etc

                        Italo Rappazzo

  • (1)Fratei: fratelli. (2) Guari: molto.  (3) Testo: Vaso

 

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