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La leggenda di Donna Villa
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di Carmelo Micalizzi

Tra gli ormeggi di Oliveri e la cala di Mannello, oltre la rocca di Tindari fino alla marina di Patti, qualche anziano pescatore ricorda ancora la leggenda di Donna Villa.
Donna Villa, bella e solitària signora, vive in una spelonca alta sul mare dell'acrocoro tindarideo. Seduce con richiami e canti i naviganti. Gli incauti che affascinati la raggiungono perdono i propri averi, il bene dell'intelletto e anche la vita. Se qualcuno ha però l'animo di resisterle, Donna Villa diviene una furia. Folle di rabbia percuote le pareti della caverna. Le sue dita bucano la roccia e vi lasciano le impronte. Le ricchezze delle vittime, ammassate infine nel più recondito anfratto, sono un favoloso tesoro che però non si trova poiché è legato a un sortilegio.

Nell'immaginario della gente del luogo Donna Villa è una donna necessariamente bella nell'aspetto e il nome riassume funzione e semantica di quelle speciali qualità estetiche. Infatti Villa < Velia < Bella, da cui, ad esempio, i cognomi Di Velia, Divella (Di Bella), La Velia (La Bella) e il toponimo Villezzi (Bellezze).

Tale metodo, oggettivato dalla creatività popolare, è paradigmatico di Pentefur1 e l'invenzione dei cinque ladri che fondano e abitano la rocca di Savoca; oppure di Giampilieri che induce alla paraetimologia del mugnaio Giovanni Pilieri; o anche di Grifone e Mata, il nero principe e la pallida regina di Camaro, mitici signori di quel castello Mata-grifone, che è semplicemente il colle, l'altura, l'acrocoro del "Grifone", è Roccaguelfonia.

La metanalisi di Donna Villa, l'antico nome della tradizione, e di Donna Bella, l'apparente nome spiegato, riconosce la proposizione emendata di Donnavida che conduce alla lettura di numerosi toponimi siciliani, pertinenti soprattutto alla cuspide nord-orientale dell'isola, alle variate trascrizioni di Donnavita e Donna Vita, alla falsa etimologia di Donna Vile e alle più stratificate corruzioni di Danavedao e Tannavita.

Ma il nome di luogo identifica più semplicemente un fitonimo, la versione popolare del nome di un'erba che definisce (o che ha definito in passato) un territorio caratterizzato dalla sua cospicua presenza. È questa, come compendia Girolamo Caracausi, una pianta dalle foglie sottili, una specie di caprifoglio. Appartiene alla famiglia delle Rubiacee che raggruppa alcuni arbusti rampicanti con trascrizione vernacolare derivata dal latino Danaìsidis traslata dalla glossa greca, una specie di còniza indicata dai contadini come Dannaida oppure con le diverse corruzioni fonetiche sopraindicate. È lemma siciliano per millefoglio, Vachillea millefolium, riletto da Giorgio Piccitto anche Donnavita e Tannavita. Il millefoglio, una varietà officinale di achillea, era un tempo adoperato come vulnerario, balsamo che favoriva le cicatrizzazioni di ferite e piaghe, oppure come tossico e antielmintico mentre oggi è utilizzato come erba di foraggio.

L'antro di Donna Villa sporge a picco sul mare di Tindari. Vi si accede per la contrada Roccafemmina, toponimo dal trasparente rinforzo semantico, attraverso un ripido e stretto sentiero reso impraticabile dalle frane e dai cedimenti subiti nei secoli. L'interno si articola su due differenti livelli separati da un pavimento in amalgama di roccia e frammenti fossili di ossa d'animali. Le pareti appaiono diffusamente bucherellate da tanti piccoli e irregolari fori, segno delle colonie di litodomi del pleistocene, epoca in cui quelle rocce erano ancora sommerse dal mare, gli stessi che la leggenda vuole invece provocati dalle violenti ditate della folle Donna Villa. Spingendosi con difficoltà attraverso un angusto cunicolo dai variegati frammenti stalagmitici si giunge ad una seconda grotta di più modeste proporzioni e in successione ad una terza ancora più piccola che mostra al centro un pozzetto profondo alcuni metri e sparsi ai lati antichi frammenti di corde e di legno come gradini di improvvisate scalette forse da qualcuno portate per la ricerca del tesoro incantato.

Nella lettura popolare, la destrutturazione della leggenda, individua in Donna Villa un trasparente simbolo di morte. È Sirena che effonde malia e seduce col fascino del canto e delle movenze. È Medusa poiché pietrifica di orrore riflettendo la colpa della vittima e riduce in ossa come sassi. È Fata perché determina il destino, il fato degli uomini e ne fila, tesse e recide la trama dell'esistenza. È Morgana, signora del miraggio, incantatrice delle acque che illude e da l'oblio. È Donna di locu e Donna di fora, poiché abita un alto e scosceso promontorio frammentato dai terremoti, proteso sul mare, corroso dal mare, che è finis terrae, limite e confine, è quasi isola. Come le Donne di fora volano sul litorale jonico, verso i promontori di Scaletta e Schisò giungendo da capo Sparti vento, così Donna Villa spazia sulle acque del Tirreno tra le cale di Oli veri e Patti e le Eolie, bella signora di quel tratto di mare.

Marinai, naviganti, pescatori, quegli uomini di mare che come Ulisse Vastuto resistono alla malia sono salvi, diversamente, come i suoi incerti compagni, divengono vittime affascinate che pagano oltre misura con tutto ciò che posseggono e infine con se stessi. Le loro ossa si accumulano nei secoli e amalgamate alle pietre danno spessore al solaio della caverna.

Ascendere la montagna, punto d'incontro di cielo e terra, asse del mondo, scala e pendio per salire8, spesso premia con l'illusione come nella Montagna Incantata di Mann. L'enfatica difficoltà del percorso, chimerica ascesa della rocca, è iperbole casualmente sintona alle descrizioni del Camilliani: "Cominciano ad innalzarsi le scoscese et precipitose rocche del Tindaro"; la "[...] Nostra Signora del Tindaro [...] è sopra la rupe di un monte altissimo sopra la marina". È tuttavia di rinforzo ontologico ascendere quella montagna, il promontorio roccioso di Tindari, sacro nel nome e per fondazione, sede di ierofania in epoca classica e a tutt'oggi con il venerato simulacro della nera Madonna che proviene dal mare.

I dirupi e la roccia scoscesa, l'erto e franato sentiero identificano la complessa mitografia di quel terremoto che squassò il promontorio tindarideo. Ne parla Plinio il Vecchio (Historia Naturalis, lib. II, cap. 92) a proposito di un catastrofico sisma che interessò anche la Sicilia: "Rapuit et in Sicilia dimidiam Tindaridae urbem" (Rovinò anche in Sicilia mezza città di Tindari). L'evento tellurico permane comunque di enigmatica collocazione storica. Così si esprime infatti Filippo Cluverio (1619): "Huius diruptionis vorago ingens atque horrenda etiamnunc ad Tyndaridem cernitur. Quando facta sit, incertum est" (L'immane e orrenda voragine di tale cataclisma a tutt'oggi è dibattuta a Tindari. È dubbio quando sia accaduta). È pure nebbiosa la stessa natura della calamità che mutilò il promontorio tindarideo. Tommaso Fazello (1573) ne individua pertanto la causa nell'erosione marina del promontorio e racconta come "La metà di questa città fu inghiottita dal mare [...] perché essendo di continuo battuta dall'onde del mare, e venendo una volta una tempesta grandissima epercotendo l'onde più gagliardamente dell'usato le radici della città, quella parte si spiccò da l'altra, e con gli abitatori, e con ogni cosa in un subito fu inghiottita dal mare. La qual voragine grandissima, ancor hoggi si vede [.. .]". Caio Domenico Gallo (1755), sulla traccia di apocrifi tardo cristiani, inserisce invece il sisma in quel contesto di eventi prodigiosi sincroni alla crocifissione di Cristo, allorché si eclissò "[...] il sole essendo in opposizione alla luna, contro le leggi tutte dell'astronomia [...] così in Sicilia, nell'orribil tremuoto, che nell'ora nona del giorno sentir si fece nel mondo tutto, e per cui si spezzarono le pietre, il monte Nettuno, oggi Spraverio, e volgarmente Scuderi, si aprì in due parti, facendo una larga e spaventevole scissura, [...] il promontorio, dove la città di Tindaro era situata, si fosse anche allora diviso, precipitando la metà del monte e della stessa città nel mare".

Lo stretto sentiero, si diceva, è indicativo di un percorso iniziatico che si reitera e completa nella caverna articolata su due livelli a picco sul mare e che si snoda in più antri terminando con un pozzo. Percorso esoterico quasi come labirinto che nasconde il tesoro legato da sortilegio con il sangue delle prede di Donna Villa. I frammenti delle ossa sparse sono infatti retaggio di sacrificio oppure orrida traccia di chi ha fallito nella ricerca del tesoro.

Intorno al tema della fortuna nascosta in fondo ad una grotta, la fantasia popolare si dispiega e inventa storie di incantesimi malèfici e intricati rituali per entrare in possesso di ricchezze ritenute enormi e irraggiungibili. Certamente la diffusa povertà dei contadini, pastori e pescatori e il bisogno di sognare un futuro di benessere hanno dato vita, per ogni parte dell'isola, alla strutturazione di leggende, di tesori immaginari, di ricchezze stregate, le cosiddette trovatore, quale tentativo più virtuale che pragmatico di dimenticare, con il coraggio e la fortuna, la condizione della propria precarietà esistenziale. La storia stessa della Sicilia, con le invasioni di etnie diverse per provenienza e cultura, ha dato linfa all'invenzione di leggende di tesori nascosti in fretta e incantati affinchè ne fosse improbabile il recupero. Le trame più suggestive ne individuano le radici in epoca saracena, bizantina e normanna. Per incantare un tesoro bisogna sacrificare su di esso un uomo il cui spirito si lega tramite il sangue a quella ricchezza divenendone il nume tutelare. Il disincanto è difficile e per slegare il tesoro dal sortilegio è necessario affrontare prove pericolose e soddisfare le bizzarre condizioni poste dai custodi, paradigmatiche figure di nani, mercanti e belle signore.

                            Carmelo Micalizzi
 


 

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