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Fotografi del disastro di Messina
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 di Carmelo Micalizzi

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Più opportuno sarebbe titolare Alcuni fotografi del disastro di Messina, poiché furono in tanti a giungere sulle rive dello Stretto per narrare delle due città, Messina e Reggio, in una manciata di secondi demolite dal sisma e per documentarne le immagini. Alcuni mossi da pulsione emotiva altri comandati da testate giornalistiche del continente e d’oltralpe: inviati speciali del londinese -British Journal of Photography- o del -Deutsche Phot. Zeitung- di Weimar.  Furono in tanti, si diceva, mentre qui se ne argomenta soltanto di alcuni, emblematici tuttavia, di tutti quei fotografi-cronisti, con ogni mezzo giunti sul luogo del disastro nella tensione di vedere e fotografare. Tra questi piace proporre un piccolo ma paradigmatico gruppo di fotografi, eterogeneo altresì per  provenienza e dimensione professionale. Si accenna alla loro formazione e alle principali esperienze, seguendoli fino alla data del terremoto del 28 dicembre, circostanza che li accomuna nel raggiungere Messina. Sono questi il proto-cineasta Luigi Comerio, l’artista Wilhelm von Gloeden, il ritrattista Francesco De Angelis e il fotoamatore Giovanni Maria Abate.        

Luca Comerio (1) (Milano 1878-1940) apprende, appena dodicenne, i rudimenti dell’arte fotografica presso l’atelier del fotografo-pittore milanese Belisario Croci che lo assume come giovane di studio. Nel 1894 acquista, di seconda mano, una macchina fotografica a cassetta e si mette in proprio. Il suo primo lavoro rilevante è uno di quei colpi giornalistici che stigmatizzeranno la sua carriera. Saputo che re Umberto I era in visita a Como, riesce di nascosto a riprenderlo in alcune fotografie. Ne utilizza il negativo per stampare una gigantografia di due metri e mezzo che invia al sovrano. L’iniziativa del sedicenne fotografo è apprezzata dal monarca che ne ordina, unendovi i ringraziamenti reali,  altre cinque copie. Nel 1898, dal 6 al 10 maggio, scatta numerose fotografie sui moti socialisti di Milano e sulla loro repressione ad opera del generale Bava Beccaris. E’ proprio durante questi moti che Comerio  realizza il suo primo importante servizio fotografico.

Egli lavora con una apparecchiatura molto pesante che necessitando di tempi lunghi di esposizione aumenta notevolmente il rischio. Pur non essendo il solo fotografo ad aver realizzato fotografie di quegli avvenimenti è l’unico ad averne registrato la genesi e ad averli documentati dall’alto delle barricate. Parte del servizio è pubblicato in due numeri successivi della prestigiosa rivista  -L’Illustrazione Italiana-, l’unica pubblicazione periodica italiana che dedicava spazio alle immagini di attualità. Per Comerio è l’inizio di una carriera che lo collocherà tra i fondatori del fotogiornalismo europeo. Nello stesso periodo – le date esatte non sono note – realizza con una cinepresa “Lumière” numerosi brevi filmati, tra cui una serie con il popolare attore trasformista Leopoldo Fregoli, suo amico personale. Nel 1907 vince, con un fotomontaggio sulla vita milanese, il concorso “Hennermann” e con le cinquecento lire del premio si reca a Parigi dove acquista una modernissima cinepresa “Pathé”. 

L’occasione di poterla adeguatamente usare si presenta ben presto: apprendendo dai giornali che il re Vittorio Emanuele sta per iniziare una crociera nel Mediterraneo e che per documentarla era stato invitato un operatore francese, Comerio scrive al ministro Mirabello convincendolo ad affidargli l’incarico al posto del documentarista straniero. Le riprese realizzate sul panfilo reale Trinacria gli valgono il titolo di fotografo della Real Casa che da quel momento lo autorizza alla frequentazione delle residenze reali a San Rossore e a Racconigi, e al libero accesso alle cerimonie e alle visite ufficiali, consentendogli di riprendere la famiglia reale al di fuori degli stereotipi convenzionali. Lo stesso Vittorio Emanuele, appassionato fotoamatore, gli invia per lo sviluppo e la stampa, le proprie fotografie. Comerio fregia con lo stemma sabaudo le sue scatole di pellicole e si lancia nella produzione con piglio industriale. Raggiunta la notorietà diviene il professionista di riferimento a cui si rivolgono, per farsi fotografare, i personaggi più in vista di quegli anni, artisti e uomini politici. Nel 1908 fa appositamente costruire un palazzo dove, oltre ai laboratori fotografici, allestisce due teatri di posa, uno dei quali è definito il meglio attrezzato d’Europa (2) .

        

Raggiunge Messina nei giorni successivi al terremoto realizzandovi innumerevoli lastre, perlopiù stereoscopiche, ed eseguendo particolareggiate riprese filmate degli esiti della catastrofe. La filmografia ufficiale su Comerio riconduce all’esperienza del terremoto del 1908 la pellicola Dalla pietà all’amore (il disastro di Messina). Nelle settimane successive ricompone il montaggio degli intensi fotogrammi del dramma messinese in alcuni documentari: Messina dopo il disastro, I sovrani d’Italia a Messina, Terremoto siculo-calabro (articolato in tre serie) e la Ricostruzione di Messina. 

La fotografia di Luca Comerio che qui si propone, di intensa drammaticità, scattata verosimilmente presso la marina del Ringo, raffigura un gruppo di marinai russi e l’imbarco di superstiti su alcune scialuppe.  

Wilhelm von Gloeden (3) (Wismar 1856-Taormina 1931) compiuti gli studi ginnasiali nella città nativa, inizia nel 1876 i corsi di storia dell’arte a Rostock. L’anno successivo frequenta i corsi di pittura di Carl Gehrts, presso l’Accademia di Weimar, interrompendoli ben presto per la cagionevole salute che lo induce a trasferirsi in un sanatorio sul mar Baltico. E’ durante la convalescenza che, incontrato il pittore Ottone von Geleng, residente in Sicilia da oltre un decennio, ne accetta l’invito di visitare l’Italia e l’Isola. Nel 1878, dopo avere percorso la penisola sulle principali tappe del Grand Tour, si stabilisce a Taormina, scegliendo come residenza dapprima un villino nei pressi del teatro greco-romano, poi una casa con giardino sulla piazza San Domenico. Affascinato dall’arte fotografica, ne intraprende ben presto l’esercizio sotto la guida del fotografo taorminese  Giuseppe Bruno. 

Compie, negli anni successivi, frequenti viaggi a Roma, a Capri e a Napoli, conoscendo alcuni tra i maggiori esponenti della vita artistica e culturale dell’epoca.  

Nel 1880 è ospite a Francavilla a Mare del pittore-fotografo Francesco Paolo Michetti che ne apprezza il lavoro e le qualità artistiche. Nell’ambiente di Michetti ha occasione di frequentare Matilde Serao, Gabriele D’Annunzio. I confronti con tali personalità lo convincono ad assimilare ulteriormente le emozioni e le forme dell’arte classica inducendolo a fotografare i suoi primi nudi ambientati in composite scenografie arcadiche.   

Dal 1893 e per oltre un decennio svolge campagne fotografiche in Sicilia, Germania e in Tunisia. Nel 1895, in seguito ad uno scandalo che coinvolge il patrigno, barone di Hemmerstein, von Gloeden ne perde il sostegno finanziario, trovandosi così costretto a mutuare la passione fotografica in autentica professione.

Riceve, in quei mesi, in dono dal granduca Friedrich III di Mecklemburg-Schwerin  un apparecchio fotografico per l’impressione di lastre di grande formato (30x40 cm.)  e un sostegno economico alla propria attività imprenditoriale. Lo raggiunge in quell’anno la sorellastra Sofia che si stabilisce definitivamente nella casa di Taormina, in piazza San Domenico, sovrintendendo alla casa e all’accoglienza degli illustri ospiti rappresentanti della imprenditoria, cultura e nobiltà europea. Nell’oramai famoso villino soggiornano Oscar Wilde ed altri importanti personaggi come Edoardo d’Inghilterra, Augusto di Prussia, figlio del Kaiser, il re del Siam, Eleonora Duse, gli industriali Krupp, Rothschild, Morgan e Vanderbilt. Le sue foto, in quell’ultimo scorcio di secolo, iniziano ad essere studiate ed utilizzate da artisti come Lawrence Alma Tadema, Fredeich Leighton  e Maxfield Parish, mentre Alfred Stieglitz pubblica alcuni suoi nudi nella prestigiosa rivista Camera Notes.

Partecipa a diverse manifestazioni internazionali cogliendo riconoscimenti per le peculiarità del suo lavoro fotografico. Von Gloeden si distingue in particolare alla Esposizione del Cairo del 1897, al Photoclub di Budapest del 1903, alla Société de Photographie di Marsiglia del  1903 e nelle Esposizioni di Nizza e di Riga svoltesi nel 1906. In quello stesso anno riceve la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione Italiana. Nel 1908 ospita a Taormina Anatole France, in viaggio verso l’Egitto.

Nei primi mesi del 1909 partecipa alla realizzazione del volume Messina e Reggio 20 XII 1908 – 29 XII 1908, pubblicato dalla Società Fotografica Italiana nella circostanza dell’immane terremoto. E’ il solo fotografo siciliano, con il palermitano Eugenio Interguglielmi, a cui viene chiesto di collaborare alla redazione del prestigioso volume (4).   

La fotografia realizzata da Von Gloeden raffigura l’interno devastato della chiesa San Niccolò dei Gentilmeni e uno scorcio del suo prospetto. Si coglie l’attento studio scenografico della collocazione centrale dei personaggi distribuiti a gruppi la cui eleganza e posture si contrappongono al disordine delle macerie. Al centro spicca la ritta ed elegante figura di un uomo che si ritiene di identificare nello stesso fotografo tedesco.

Francesco De Angelis (Lecce 1850 ca.- Palermo 1920 ca.) è un fotografo poco noto, quantunque sia stato uno dei ritrattisti più apprezzati nella Messina fine ‘800. Se ne da notizia in queste pagine per la prima volta.

Su De Angelis non si possiede alcun riferimento biografico. Gli unici elementi che contribuiscono a connotarlo sono i retro dei cartoncini fotografici con gli indirizzi degli ateliers da lui gestiti dagli anni ’70 al primo decennio del Novecento.

Francesco De Angelis è elencato da Antonino Busacca, nell’Annuario della città di Messina del 1875 (5), con Studio in via Cardines. Per questo fotografo, pertanto, la lettura delle coeve effemeridi non è di alcun aiuto, elemento forse indicativo di una determinata ottica aziendale che ricusava i consueti spazi pubblicitari sulla stampa locale. Pur tuttavia  le sostanziali tracce che si rilevano dalle grafiche stampigliate sui retro dei cartoncini fotografici, pazientemente rintracciati nei mercatini rionali, concorrono quantomeno a  definire alcuni indirizzi degli ateliers in cui il dinamico De Angelis ha operato. Il fotografo si rileva attivo a Messina nel Largo del Teatro della Munizione, Palazzo Barone Gardone, 56, p° 1°; nello Stabilimento Artistico Fotografico in via Posta Nuova n° 23, rimpetto alla Dolceria Germanica, Succursale; in via Cardines 44, angolo quattro Fontane; poi in via della Posta 31, Succ.le 23 e infine in via della Posta Nuova 28.  

La via della Posta poi via della Posta Nuova, in cui si reitera nel tempo e con diversa numerazione civica, l’insistenza di alcuni Studi fotografici del De Angelis, era una breve e trafficata arteria cittadina che univa con un lieve declivio, nella direzione mare-monte, la piazza del Municipio al Corso Cavour. La strada, in passato era nota come via dei Crociferi poi via San Camillo, per la presenza, nell’angolo nord-ovest della piazza del Municipio, della antica chiesa dei padri camilliani scorporata nel 1866 dalla proprietà clericale con le cosiddette legge eversive. Dopo diverse vicissitudini, spoliazioni, e progressivo degrado, il sacro edificio fu demolito nel 1880 nel progetto di costruzione del palazzo della Camera di Commercio e Arti  e dell’edificio delle Poste, da qui l’accennato conio toponomastico di via delle Poste Nuove. Questa stradella del centro storico, si distingue nel palinsesto urbanistico di Messina nel quarantennio 1870-1908, per avere ospitato buona parte dei più prestigiosi ateliers fotografici della città, così da potere essere indicata come una sorta di “via dei fotografi” (6). Lungo il suo tracciato vi esercitarono infatti i francesi Camillo Valvo e Jacques, Ledru Mauro, i fratelli Francesco, Salvatore e Francesco Nicotra, il romano Luigi Cella, oltre al nostro Francesco De Angelis. Il fotografo partecipa nel 1894, ricevendo una onorificenza, alle Esposizioni Riunite di Milano e, all’apice del successo aziendale inaugura una succursale a Palermo nel vico Allegra n. 1 ( a Piazza Nuova ) su via Maqueda. E’ nella collezione dello scrivente un ritratto fotografico che riporta a piè di cartoncino questi due ultimi indirizzi il cui particolare si riproduce.   

De Angelis, diversamente ad altri contemporanei fotografi peloritani, come si diceva, non si segnala per alcuna notizia che lo riguardi sulle pagine dei quotidiani pertinenti nell’arco della sua vicenda professionale che si svolge tra gli anni ’70 e il primo decennio del ‘900. Mancano anche i consueti spazi pubblicitari con l’abituale riporto del logo dell’atelier fotografico e del suo indirizzo.  E’ stato comunque possibile reperire due tracce sulla stampa messinese. La prima, pubblicata nella -Gazzetta di Messina e delle Calabrie- (7) del gennaio 1900, un banale fatto di cronica che commenta il danneggiamento di un quadro fotografico appartenente al De Angelis, che tuttavia ci informa che il fotografo proveniva da Lecce, che a quella data era ancora attivo a Messina e che aveva domicilio in via Oratorio della Pace  n° 35. La seconda nota, pubblicata sul periodico messinese -Fata Morgana- (8) del febbraio del 1908, lo indica partecipante ad un Concorso Fotografico a Premio organizzato nella Città dello Stretto.

La fotografia realizzata da De Angelis, che giunge da Palermo subito dopo il sisma, documenta uno scorcio della via Garibaldi devastata dalle macerie in prossimità dello slargo del Teatro Vittorio Emanuele dominato dal suo prospetto architettonico pressoché indenne.

Giovanni Maria Abate (Messina 1871 – Catania 1924) è pure esso figura di fotografo poco nota. E non potrebbe essere diversamente, poiché non è un professionista ma soltanto un fotoamatore che all’età di venticinque anni, sposatosi, abbandona la città dello Stretto per stabilirsi definitivamente a Catania. Se ne ha notizia da un volume pubblicato nel 1988, per i tipi di Giovanbattista Magno – autrice Ilaria Circià pronipote del fotografo – nella circostanza dell’ottantesimo anniversario del terremoto del 28 dicembre 1908 (9). Giovanni Maria Abate è figlio di un proprietario terriero, singolare definizione che spesso si individua nelle pagine dei regesti dell’Archivio di Stato sotto la desueta trascrizione di “possidente”. Subentra al padre nella mansione di curare gli interessi immobiliari e imprenditoriali della famiglia ma non trascura quella che si delinea come una autentica passione per la fotografia. E’attratto dalle pittoriche istantanee dei floridi agrumeti, dai poggi, trazzere e timpe decorate da frutti di stagione, dalle armacie pittate come enormi fioriere. Trasferitosi a Catania nel 1896, subito dopo il matrimonio, impianta nella nuova casa un laboratorio fotografico in cui trascorre il tempo libero dedicandosi alle sperimentazioni e allo sviluppo delle lastre. In questa fase della sua esistenza affianca al pittoricismo dei soggetti campagnoli gli scorci pittoreschi di Catania, con le sue strade, le piazze, i palazzi, la vita quotidiana. Compila pure un diario. A tali memorie attinge la pronipote Ilaria nel delinearne il carattere, le vicende esistenziali, compresa quella del terremoto del 28 dicembre 1908.  

Nei giorni successivi al terremoto, ottenuti i permessi per superare le limitazioni dello stato d’assedio promulgato dal generale Mazza, motivando la ricerca dei parenti, arriva a Messina portando con se l’inseparabile macchina fotografica.

Si compendia la figura di Giovanni Maria Abate, a conclusione delle concise schede sui fotografi del disastro di Messina, non a caso ma per rimarcare l’originale vicenda della struggente partecipazione dell’autore delle lastre, per la nativa Città dello Stretto, isola-felice e luogo-della-memoria sin dal suo abbandono per il matrimonio e per la gestione  dei beni di famiglia nel catanese. La memoria di Messina lo accompagna pertanto per tutta l’esistenza, emblema di un seducente e inappagato “nostos”. Vi ritorna infine, purtroppo dopo il terremoto. Le tante immagini da lui realizzate sulla città dissolta, patrimonio iconico ancora non adeguatamente valorizzato, vanno rilette in compendio alle pagine del suo diario, di cui, in suo omaggio e per nostra gratificazione, si trascrivono alcuni brani, vibranti di emozione per la città che-non-c’è-più (10). Così rielabora la pronipote le suggestioni dell’avo Giovanni Maria:   

 “Inorridito, sconsolato ed addoloratissimo per la sorte della amata Messina e per quella dei suoi parenti ancora incerta, dà ampio sfogo all’obiettivo, immortalando ciò che resta della sua città. Egli si addentra venendo da Corso Vittorio Emanuele arrivando fino al lago di Ganzirri. Fotografa tutto ciò che vede. Dalla Stazione Ferroviaria, a Corso Vittorio Emanuele, via Garibaldi, Mercato Pia Casa, via Cola Pesce, via Primo Settembre, via Cardines, Piazza Duomo, via Monasteri. E poi ancora il Cimitero, l’Ospedale Militare, il Collegio Militare, l’Edificio delle Poste, il Duomo, il porto, il Lago Ganzirri, la chiesa di Santa Caterina e altri luoghi. Al porto sono ancorate decine di navi che fungono da Ospedale. Soldato americani, inglesi, russi, italiani sparsi per le vie a portare soccorsi agli ancora sepolti vivi sotto le macerie che gemono e chiedono aiuto.    

(...) annichilito dopo avere incontrato l’ormai ridottissima popolazione sopravvissuta alla catastrofe e non ancora fatta evacuare. Uomini coperti alla meglio con abiti militari, dati loro soldati e dagli ufficiali adibiti alle operazioni di soccorso, vagano senza una meta con gli sguardi spenti e vuoti dalla disperazione, dal lutto, dalla fame, dalla sete, dal freddo. L’angoscia regna sovrana ovunque.

Il soggiorno, reso ancora più amaro dalla notizia della scomparsa dei parenti che cerca, morti durante il sonno schiacciati dal palazzo in cui abitavano, si protrae per non più di quattro o cinque giorni. Non poche difficoltà continua ad incontrare per addentrarsi tra le macerie, per gli sbarramenti naturali che il terremoto ha causato e per blocchi ordinati dai militari, ad evitare ulteriori ritardi nei soccorsi dei sepolti sotto le macerie e del seppellimento dei cadaveri sparsi ovunque. Le sue condizioni sono assai disagiate. Dorme poco. I viveri scarseggiano. Il freddo si fa sentire parecchio. Esaurite le scorte, ma soprattutto venuta meno la ragione principale per cui si era recato a Messina (…) rientra a Catania. Il suo morale è a terra. Avvilito e sconsolato scrive: - Nulla più resta della mia città, della mia gente, dei miei parenti, degli amici d’infanzia, dei luoghi che tanto mi erano cari. Solo un gruppo di fotografie da me scattate (…) - .

Giovanni Maria Abate dedica il diario al figlio  Simone che lo eredita assieme alla collezione di stampe originali all’albumina. Memorie e fotografie giungono infine, negli anni ’80, alla pronipote Ilaria che parzialmente le divulga nell’ottantesimo anniversario del terremoto.      

Le fotografie del disastro - galleria 1 - galleria 2 - galleria 3

 

NOTE

1: Luca Comerio. Fotografo e cineasta a cura di C. Manenti, N. Monti, G. Nicodemi, Milano 1979

2: G. Calvenzi, F. Celentano, P. Lazzarin, Il Dizionario della Fotografia, Roma 1985, pp. 66-67

3: I. Mussa, Wilhelm von Gloeden, Taormina 1980; Le Fotografie di Von Gloeden a cura di M. Miraglia e I.Mussa, Milano 1996; Von Gloeden. Fotografie a cura di M. Maffioli, Firenze 2000; V. Mirisola – G. Vanzella, Sicilia Mitica Arcadia. Von Gloeden e la “Scuola” di Taormina, Palermo 2004; C. Micalizzi, Von Gloeden. Una vita en plain air in -Messenion d’Oro-, Numero Speciale, Messina 2007, pp. 45-48.

4: Messina e Reggio prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908, a cura della Società Fotografica Italiana, Milano 1909, p. 435.

5: A. Busacca,  Annuario della Città di Messina, Messina 1875, p. 80.

6: C. Micalizzi, La Via San Camillo -strada dei fotograf-, in -La Voce Peloritana, n.s., a. XXV, n. 2, Messina 2008, p. 3.

7: -Gazzetta di Messina e delle Calabrie-, a. XXXVIII, n° 23, Messina 23-24 gennaio 1900.

8: -Fata Morgana- a. I, n° 1, Messina 27.febbraio 1908; -Fata Morgana- a. I, n.° 2, Messina 5 marzo 1908.  

9: I. Circià, Sogni, speranze, realtà. Repliche di un terremoto, Messina 1988 

10: Ibidem, pp. 78-92

 


 

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