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Vivere da anacoreta
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Alla riscoperta degli antichi Eremi messinesi

di Nino Principato


Eremo di Sarrizzo (San Rizzo) - Foto di  Andrea Bambaci

C’erano una volta i “Padri del deserto” che alla fine del IV secolo, mentre il Cristianesimo si apprestava a diventare la religione ufficiale dell’Impero, si ritiravano in luoghi impervi e solitari, nei deserti  dell’Egitto, della Palestina, della Siria, per dedicarsi alla vita ascetica e contemplativa, lontanissimi dai clamori e dalle tentazioni di un mondo che si lasciavano, definitivamente, alle loro spalle. Privazioni, silenzio, preghiera, contemplazione: erano questi i capisaldi di un programma che aveva per fondamento l’esperienza radicale di Dio e gli eremiti, un po’ pazzi ed un po’ santi, spesso focosi ed anche bizzarri, applicandolo rigidamente, forse inconsapevolmente, furono gli iniziatori del monachesimo cristiano.

Anche a Messina il movimento religioso eremitico ebbe presenze significative già in epoca bizantina, con San Nicandro (800 d. C.), per poi spandersi a macchia d’olio nel territorio sotto la spinta propulsiva dei Padri Pacomiti, particolarmente nei secoli XVI e XVII. Quest’ultimi seguivano la regola del loro Santo eremita vissuto in Egitto tra il III e il IV secolo, fondatore di un primo monastero con ben tremila monaci, tutti affaccendati in lavori manuali: la tessitura delle sporte con i giunchi del Nilo; la costruzione delle imbarcazioni; le coltivazioni agricole; la realizzazione di stuoie e coperte.

 


Eremo Santa Maria degli Angeli

Gli Eremi messinesi, quasi tutti ancora oggi esistenti, presentano architetture caratteristiche (quando non ci si trova in presenza di vere e proprie grotte-eremo, direttamente collegabili alle origini del fenomeno anacoretico) e quasi tutti versano nell’abbandono e nel degrado più totali, aggrediti dal cemento che, dopo averli fagocitati, minaccia di cancellarli per sempre. Affascinanti luoghi dello spirito fatti di mistici silenzi, rotti soltanto dal salmodiare medievale e dai cori che scandivano il lento trascorrere, senza fretta, delle ore canoniche. Sono 12 quelli pervenuti più o meno intatti sino a noi, in maggioranza ubicati sulle alture che sovrastano l’abitato di Messina: San Sostene nel Casale di Mili San Pietro; Santa Maria la Misericordia nell’omonima contrada di Larderia Superiore; San Filippo d’Agira a San Filippo Inferiore; Santa Maria di Loreto a Gazzi; Santa Maria degli Angioli a “Valle degli Angeli”; Santa Maria delle Gravidelle nella parte alta di via Pietro Castelli; San Giacomo a Noviziato-Casazza; San Corrado allo Scoppo (nelle alture del Boccetta); Santa Maria di Trapani a monte della fiumara omonima; San Nicandro dominante l’omonimo quartiere; San Niccolò nella zona dell’attuale viale dei Tigli; Sarrizzo sui colli, in località denominata “Piano Rama”.

Il cenobio basiliano di San Filippo il Grande esistente su un’altura dominante la fiumara di San Filippo, ad esempio, fondato nel 1100 dal normanno re Ruggero II, sorse inglobando la grotta che ospitò il Santo eremita Filippo. Nato in Tracia, visse ai tempi dell’imperatore Arcadio (395-408) e, ancora giovane, si recò a Roma. Qui, ordinato sacerdote, fu inviato ad evangelizzare la Sicilia occidentale e a Messina si fermò per qualche tempo abitando, appunto, in una grotta dominante la sottostante vallata, località che prese poi il suo nome. Si stabilì quindi ad Agira, in provincia di Enna, dove compì molti miracoli e morì all’età di settantatre anni, il 12 maggio di un anno imprecisato. San Filippo veniva invocato per la liberazione degli indemoniati (in vita era stato un formidabile esorcista), e, nei periodi di siccità, il suo simulacro veniva condotto processionalmente per i campi coltivati.

 


Abbazia San Filippo il Grande

Scriveva, nel 1606, lo storico Giuseppe Buonfiglio: “Si vede in oltre nel fiume di San Filippo, dagli antichi detto Valle longa, l’Abbadia sotto il titolo dell’istesso Santo fondata, & dotata dal Conte Ruggero nell’anno del Mondo creato 6000, nell’ottava Inditione, il cui privilegio della dote fu dato in Messina, & la confermatione parimente dal Rè Ruggieri suo figliuolo fatta all’Abate Athanasio nell’anno del Mondo creato 6653…Si vede di notabile l’antro dove questo santo Sacerdote mandato da San Piero suo maestro per scacciare i Diavoli celebrò la Messa, & si vede ancora l’istesso altare eretto con la statua di marmo di quello Santo. Quest’Abbadia per bellezza, & commodità di stanze, per frescura di giardini, & di fontane, per il sito piano & eminente, per l’aere salubre, è tenuta per il più bel luogo tra le altre Abbadie di San Basilio in Sicilia…”. L’antro dove visse San Filippo esiste ancora, un’ampia grotta naturale percorribile ad altezza d’uomo, ampliata successivamente nel senso della lunghezza. Ed esiste ancora l’altare parallelepipedo in muratura, rialzato su una pedana, in prossimità dell’ingresso della grotta.

    
                                  Eremo di San Nicandro (San Licandro) - Foto di Andrea Bambaci

 Oltre alle importanti grotte-eremo di San Nicandro (vissuto nell’800 d.C. in una grotta ancora esistente nell’omonima vallata e inglobata in un tempietto cinquecentesco con cupola) e di Sarrizzo (con le pareti della volta a botte ricoperte di croci bizantine ed iscrizioni greche), di grande interesse sono gli Eremi, abbandonati al degrado, di San Niccolò o S. Nicolicchio e di San Giacomo. Il primo, che sorge in proprietà privata in adiacenza del viale dei Tigli, risale al 1642 come si legge in un graffito nel basamento del campanile con accanto una lapide marmorea recante la scritta “D.O.M. REGIA EREMUS”. Altra iscrizione, all’interno della chiesa nel locale sacrestia, ammonisce perentoriamente: “IN QUESTO EREMO DI/S. NICOLA NON POSSONO/ENTRARE DONNE/DI QUALSIVOGLIA CONDIZIONE/E STATO SOTTO/PENA DI SCOMUNICA/MAGGIORE/1750”. L’Eremo di San Giacomo, ricordato da Giuseppe Buonfiglio nel 1606, è un’antica struttura ridotta quasi allo stato di rudere e conserva il semplice ma elegante portale in pietra calcarea, affiancato da due finestre ovali, con all’interno il pregevole arco trionfale che immette nella zona presbiteriale, composto da conci calcarei finemente lavorati che presentano i caratteri stilistici di un rinascimento attardato. 

Nella scelta dei luoghi gli anacoreti furono indubbiamente condizionati dalle caratteristiche del territorio peloritano: vicinanza delle colline alla costa e numerose fiumare, vicine tra loro. La fiumara, infatti, permetteva di raggiungere velocemente gli eremi e i cenobi ubicati sulle colline, in buona parte, a loro volta, collegati tra loro da sentieri e trazzere. Gli Eremi messinesi, che fino all’Ottocento furono organismi vivi e vitali, fucine di cultura e di intensa spiritualità, nel 1886 passarono quasi tutti in proprietà privata in conseguenza della soppressione delle corporazioni religiose, avvenuta in quell’anno.

Tranne Santa Maria di Trapani, San Sostene, Santa Maria di Loreto e Santa Maria degli Angioli, gestiti dalla Curia, gli altri cadono in pezzi nel totale abbandono e con loro sarà destinato a sparire, per sempre, un suggestivo spaccato della millenaria storia religiosa di questa città. 

                 Nino Principato

 


 

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