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Il Vascelluzzo a Messina
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di Nino Principato.

Nel 2003 il “Vascelluzzo”, sintesi emozionale in forma di ex-voto d’argento di tutti i tremendi periodi di carestia che Messina attraversò durante la sua tormentata storia e che sfila davanti al Sacramento nella processione del “Corpus Domini”, venne sottoposto ad un completo restauro sotto le abili mani di Ernesto e Carmelo Geraci, promosso da Franco Doddis Governatore della Confraternita di Santa Maria di Portosalvo dei Marinai e finanziato da Olga Mondello Franza. In quella circostanza, come scrisse Caterina Ciolino Direttore dei Lavori della Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina, “Lo smontaggio di tutta la copertura d’argento […] ha rivelato come supporto un’anima in legno grezzo per la base, e una riproduzione fedele in miniatura di una nave, il Galeone, che risulta essere il più importante naviglio in uso nel XVI secolo della marina velica, adoperato sia per la guerra che per il trasporto mercantile. Tale inaspettato ritrovamento acclara l’ipotesi di una origine più vetusta del cosiddetto “Vascelluzzo”, riferita esclusivamente al modellino ligneo dell’imbarcazione, contemporaneo forse alla fondazione della confraternita cui appartiene, sorta nel 1565, e costituita in principio da marinai e padroni di barche particolarmente edotti nelle pratiche costruttive navali” (Caterina Ciolino, Il “Vascelluzzo” opera di marinai e argentieri messinesi, in “Messenion d’Oro”, Messina dicembre 2003).

La scoperta fu certamente di notevole importanza per la storia di questa monumentale “varetta processionale”, retrodatandone l’anno di costruzione conoscendosi, fino ad allora, la più antica data che è il 1644, rinvenuta sul quadro di poppa del rivestimento d’argento, accompagnata dallo stemma di Messina e dalle iniziali dell’argentiere, GBV.

Le vicende di questo sorprendente simulacro di fede e di arte argentiera affondano le proprie radici nel passato più antico della città, quando nel 1560 i marinai e padroni di barche e vascelli fondarono la chiesa dedicata a Santa Maria di Porto Salvo. Il sito scelto per la costruzione del tempio era, senz’altro,  uno dei più suggestivi, in prossimità dell’imboccatura del porto, e rendeva perfettamente il significato che gli si era attribuito al punto che, Placido Samperi che scriveva nel 1644, sottolineava l’impressione “[…] che Maria Vergine facesse la sentinella, e custodisse nelle tempeste, marosi e voragini di Scilla e Cariddi li fluttuanti legni, e sani e salvi in porto li conducesse”. Nel 1565 furono stilati i Capitoli e le Regole da seguire perché i marinai, nel frattempo, avevano costituito una Confraternita molto frequentata, con il consenso dell’allora arcivescovo di Messina. L’importanza che la pia congregazione conseguì negli anni fece sì che il 14 maggio 1608, sotto il Pontificato di Paolo V, venisse aggregata alla Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma e resa, quindi, partecipe delle relative grazie ed indulgenze.

Il 23 aprile 1613 i Frati Minori Riformati di San Francesco, giunti a Messina nel 1610, ottenevano l’uso regolamentato della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo ma, aspre liti sorsero con i confrati poiché i monaci intendevano ingrandire la chiesa con notevoli rifacimenti, contro la loro volontà. Astio che raggiunse il culmine quando nel 1622, col consenso del Vicerè Emanuele Filiberto di Savoja e dell’Arcivescovo Don Andrea Mastrillo, i monaci riuscivano a far demolire la chiesa dalle ciurme delle galee. Il tempio venne, quindi, nuovamente ricostruito e nuovi accordi stipulati con gli inviperiti marinai consentirono a questi ultimi di tenere per loro devozione, all’interno, una sontuosa e ben ornata cappella. Ma, ancora una volta, l’accordo era ben lungi dall’avere durata. I monaci poco digerivano la presenza di laici all’interno della chiesa; i marinai, di contro, non riuscivano a dimenticare lo smacco subito, per cui, dopo la peste del 1743, si giunse alla rottura definitiva ed i marinai lasciarono per sempre l’antica chiesa di Porto Salvo. Dopo aver acquistato alcune case di proprietà del Monastero di San Michele nella parte alta del borgo di San Leo, vi costruirono la loro chiesa che venne intesa popolarmente “dei Marinai”, distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908 e nuovamente ricostruita alle spalle della Casa Pia, dove ancora oggi si trova.

Alla decisione di realizzare il prezioso vascello processionale, la Confraternita dei Marinai pervenne dopo pochi anni dalla sua fondazione e già nel gennaio del 1576, data documentata da Gaetano La Corte Cailler in una sua trascrizione, la baretta col vascello d’argento era completata. Il 7 febbraio dello stesso anno, poi, su richiesta dei confrati agli amministratori cittadini, un decreto del Senato concedeva alla Confraternita dei Marinai di poter collocare sul “Vascelluzzo” il sacro reliquiario contenente i capelli della Vergine durante la processione del  Corpus Domini, nella “[…] vara che farà…in honor de Dio et della beata Vergine […]”.

Il fercolo processionale, che riproduce fedelmente in tutti i più minuziosi dettagli una nave mercantile della metà del XVI secolo munita di cannoni, necessità invalsa per premunirsi dagli attacchi dei corsari e dei turchi che la battaglia di Lepanto (1571) aveva vinti, ma non domati, avrebbe dovuto commemorare, annualmente, tutti gli interventi prodigiosi della Madonna della Lettera che, per soccorrere i messinesi, fece giungere in porto navi cariche di frumento a sfamare la popolazione. Oltre quello più antico, avvenuto nel 1301 quando la città di Messina, assediata da Roberto D’Angiò, veniva soccorsa per intercessione di Sant’Alberto e con la protezione celeste della Madonna della Lettera, dalle navi cariche di grano al comando del leggendario cavaliere templare Ruggero de Flor, altre carestie flagellarono la città nel sec. XVI, nel 1603, nel 1636 e nel Sabato santo del 1653, tutte felicemente risoltesi, secondo la tradizione agiografica, grazie all’intervento divino.

Il “Vascelluzzo” è alto cm. 250 e si compone di un’anima lignea ricoperta da lamine d’argento. A tre alberi, sull’alberatura trova posto il ripiano con la corona regale argentea sorretta da angioletti, destinato ad accogliere il reliquiario dei capelli della Madonna. Sulle murate, raffinate incisioni raffigurano armi, trofei e strumenti di navigazione. Un leone rampante orna la prua e quattro putti-cariatidi decorano la poppa sulla quale è incisa la Madonna di Porto Salvo, patrona della Confraternita. L’opera presenta diversi punzoni, dal più antico con l’anno 1644 agli altri del 1767, 1792 e 1808, oltre ad una cartella argentea la cui iscrizione ricorda un restauro iniziato da Giovanni Friburgo nel 1861 ed ultimato nel 1862. Non si conoscono i nomi degli autori che nei secoli si avvicendarono nella costruzione del “Vascelluzzo”. Maria Accascina ne propose l’attribuzione a Giovan Gregorio Juvarra, solo per il rivestimento argenteo del vascello, cogliendone affinità stilistiche con alcune parti del “Ferculum” di San Giacomo di Camaro, dello stesso argentiere. In seguito cambiò l’attribuzione riferendola ad “anonimi argentieri” del XVII-XVIII secolo. Oggi, a distanza di oltre quattro secoli, la benemerita Confraternita di Santa Maria di Porto Salvo dei Marinai guidata dal suo Governatore Franco Doddis, che quest’anno ha festeggiato i cinquantanni della sua attività di apprezzato salumaio iniziata nel 1958, mantiene in vita con grande fede e devozione la processione del “Vascelluzzo”, gelosa custode di una delle più care ed antiche tradizioni messinesi.

                         Nino Principato

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