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San Nicolò all'Arcivescovado
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Un esempio di architettura funzionalista messinese

di Nino Principato

L’area dove sorge la chiesa, parte dell’isolato 89 di viale San Martino per una superficie di 1210 metri quadrati, venne ottenuta in permuta dall’I.N.C.I.S., dall’Arcivescovo Angelo Paino, con atto stipulato il 7 agosto 1935. In cambio l’I.N.C.I.S. ottenne un lotto di area fabbricabile, della stessa superficie, ricadente nell’isolato 193.

 

     Gli ingegneri Paolo Napoli e Scipione Tadolini furono i progettisti del tempio, progetto poi rielaborato e ripresentato dall’Ufficio Tecnico Arcivescovile per il conseguimento dell’approvazione del Ministero dei Lavori Pubblici. Con decreto del 20 dicembre 1936 l’opera venne finanziata per un importo di £ 885.541 e la sua realizzazione affidata all’impresa dell’ing. Letterio Restuccia che interverrà, in seguito, per riparare i danni dei bombardamenti del 1943.

     Architettura modernista, tipica dello stile monumentale e razionalista dell’epoca, la chiesa rappresenta l’unico esempio di tale corrente figurativa a Messina. Un tentativo di sprovincializzare la città, ancora legata all’architettura eclettica che riesumava gli stili dell’antichità. L’     Eclettismo, infatti, qui come in nessun’altra città italiana usatissimo, un ritorno stilistico, in sostanza, dettato in massima parte più da motivi sentimentali di affetto per la perduta città precedente al 1908 che di gusto, viene tradotto nella rievocazione di palazzetti rinascimentali o nell’imitazione dei capolavori architettonici locali del passato. A partire dal 1910 e fino alla seconda metà degli anni ’30, la città si mantenne immune dai dettami del movimento razionalista e funzionalista che, nello stesso periodo, si diffondeva con capillarità in tutto il mondo.

     Ci tentò anche l’Arcivescovo della città mons. Angelo Paino (definito "Arcivescovo ricostruttore" e "Muratore di Cristo", che riedificò ex novo 132 chiese , restaurò e ampliò altre 72 chiese, costruì 132 case canoniche, 7 istituti d'istruzione media e superiore, 12 grandi istituti di beneficenza e assistenza, 10 asili infantili, 2 biblioteche e 2 seminari),  quando bandì un concorso per le chiese della Diocesi di Messina i cui esiti, con  tutti i progetti partecipanti, furono pubblicati nel 1932 da “Architettura”, la Rivista del Sindacato Nazionale Fascista diretta da Marcello Piacentini (1).

Tentativo bloccato direttamente dalla Santa Sede e dal Pontefice Pio XI, che non vedeva di buon occhio tali architetture giudicate troppo “moderne”.

     Di questa contaminazione “eclettica” dell’architettura messinese, scrive puntualmente Salvatore Boscarino in un suo saggio sulla Cattedrale di Messina: Si trattava ormai di un esempio di architettura religiosa nuova, realizzata sulla base dei ricordi e con le dimensioni di quella antica, che si aggiungeva ad altri numerosi esempi di nuove chiese che la città ed il suo solerte arcivescovo riuscivano a realizzare alcune secondo un eclettismo architettonico, che andava dal normanno siciliano al neo classicismo romano, altre secondo i canoni del movimento moderno prive di decorazioni, che soltanto allora cominciava in Italia timidamente a presentarsi. Purtroppo neanche con queste ultime si riuscivano ad avere realizzazioni soddisfacenti, anche se venivano a tal uopo banditi dei concorsi nazionali di architettura, ai quali partecipavano i migliori architetti del tempo, che avevano accettato e propugnavano questi nuovi indirizzi. L'attivismo della ricostruzione, che investiva una città di grandi tradizioni architettoniche, culturali e umane, purtroppo andata in frantumi per uno spaventoso cataclisma naturale, non portava ad alcun risultato convincente pur con tutti gli sforzi del suo arcivescovo e la benevolenza del Governo. L'architettura di quegli anni a Messina consumava sia il classicismo accademico che gli altri linguaggi sino al liberty ormai esausto, mentre dall'altro non riusciva ad affermare il suo nuovo volto moderno.” (2).

     Alla luce di tali eventi contingenti, perciò, la chiesa di San Nicolò dell’Arcivescovado rappresenta l’unico esempio di architettura religiosa funzionalista messinese. Quell’architettura, cioè, che sotto il termine “razionalismo italiano”, rappresentò quella corrente architettonica che si sviluppò fra gli anni Venti e Trenta del Novecento, sulla scia del Movimento Moderno internazionale, seguendo i principi generali  del funzionalismo quale stretta connessione tra forma e funzione. Fu nel 1926 che un gruppo di architetti, Luigi Figini, Guido Frette, Sebastiano Larco, Gino Pollini, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnola (sostituito l'anno dopo da Adalberto Libera) diede vita al milanese "Gruppo Sette" che venne ufficialmente costituito nel 1930, con il nome M.I.A.R. “Movimento Italiano per l'Architettura Razionale”. Sulla rivista di settore “Rassegna Italiana” apparvero quattro articoli a cura del gruppo e, nel dicembre 1926, sulla stessa rivista, vennero resi noti i principi ispiratori della nuova corrente architettonica del Movimento Moderno italiano, un passo dei quali diceva: “Tra il passato nostro e il nostro presente non esiste incompatibilità. Noi non vogliamo rompere con la tradizione: è la tradizione che si trasforma, assume aspetti nuovi, sotto i quali  pochi la riconoscono”. Tale ultimo assunto troverà perfetta rispondenza con l’architettura di San Nicolò dell’Arcivescovado, un volume puro di solido impianto e consistenza quasi classica, tutto basato sull’utilizzo di linee, angoli e volumi netti, finestre prive di cornici e timpani, una rivisitazione permeata da un’idea di grandiosità della grande tradizione architettonica siciliana del passato nella disposizione delle due torri campanarie ai lati della facciata, citazione dei normanni Duomo di Cefalù (1131) e di Monreale (1174) (3).

  

    

 
L’interno, a tre navate con copertura piana a lacunari di ispirazione romana sul modello del Pantheon, è caratterizzato da mosaici parietali e tre grandi vetrate disegnate dall’arch. Silvana Raffa. Nel 2009, in occasione del centenario del terremoto del 28 dicembre 1908, lo scultore messinese Domenico Trifirò realizzò il grande pannello bronzeo sull’altyare maggiore, fuso dalla Domus Dei di Roma. L’opera rappresenta, nel pannello di sinistra, una scena del sisma con le rovine della Cattedrale, della Palazzata e della chiesa Santa Maria Alemanna. Il ladrone tratto dalla Crocefissione di Anversa è un omaggio ad Antonello da Messina mentre la mamma che allatta il figlioletto simboleggia l’inizio della vita e, quindi, della rinascita della città dalle sue macerie. Sul pannello di destra la ricostruzione di Messina, già compiuta, è rappresentata da tre monumenti simbolo: La Cattedrale col campanile, la chiesa dei Catalani e la Madonnina del Porto. La libertà del cammino verso Dio è simboleggiata dai bimbi che lanciano colombe in cielo mentre alcuni pescatori tirano a riva le reti, il lavoro che riprende. Sul tutto, al centro, sovrasta il pannello col Cristo Risorto.

Le fotografie della chiesa

Domenico Trifirò è nato a Messina il 21 Maggio 1947. Specializzatosi nelle arti plastiche all’Istituto d’Arte di Reggio Calabria, fu allievo del celebre scultore calabrese Michele di Rago e si dedica, inoltre, nello stesso periodo, alla fusione in argento e alla lavorazione della cartapesta. Diplomatosi, lo stesso di Rago gli propone nel 1971 di ricoprire l’incarico di assistente presso la I° cattedra di Ornato Modellato e Figura Modellata al Liceo Artistico Mattia Preti di Reggio Calabria. Nel 1970 a Messina, con la scultura “La donna vietnamita”, ottiene il primo premio al “Premio Nazionale di Pittura e Scultura Antonello” organizzato dalla F.U.C.I. dal Rettore dell’Ateneo Salvatore Pugliatti. Primo premio che ottiene anche l’anno successivo con l’opera “Nudo di Donna Colomba”.

Nel 1975 assume l’insegnamento di “Discipline Artistiche” all’Istituto d’Arte “Ernesto Basile” di Messina, fonda insieme ad altri artisti il gruppo “Cariddi”, espone a Venezia, a Padova, a Salina e Lipari. Fra le sue tante opere, sono da ricordare diverse sculture nei camposanti  di Patti e Messina; il Cero Votivo per  Santa Eustochia al Monastero di Montevergine; uno stendardo processionale con cimasa  d’argento per la chiesa di San Domenico; un calice d’argento per la Chiesa Madre di Sant’Agata ad Alì Superiore; le Stazioni della Via Crucis per la chiesa di San Domenico e la porta bronzea della chiesa parrocchiale di San Nicolò di Bari nel Villaggio messinese di Zafferia. Domenico Trifirò, si può dire sia il degno continuatore dell’arte del grande Mario Lucerna, scultore calatino morto a Messina nel 2007.

Il tempio custodisce un dipinto raffigurante San Nicola, opera del ragusano Salvatore Cascone. Notevole il Fonte Battesimale con il San Giovannino in bronzo, opera dello scultore messinese Antonio Bonfiglio.

Antonio Bonfiglio nacque a Messina nel quartiere dei Pizzillari (oltre il torrente Portalegni, oggi via Tommaso Cannizzaro) il 16 gennaio 1895, e iniziò precocemente la sua attività di scultore presso la bottega del maestro intagliatore Saccà conseguendo, successivamente, il titolo di professore di disegno architettonico all’Istituto di Belle Arti di Roma. Il suo debutto artistico pubblico, dopo aver partecipato nel 1923 ad una mostra collettiva allestita al Circolo Artistico Antonello a Messina, avvenne nel 1928 alla XVI Biennale d’Arte di Venezia dove espose una testa bronzea dal grande effetto realistico, intitolata “Il cieco”, oggi custodita alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo. L’anno successivo gli venne conferita una medaglia d’oro all’Esposizione Nazionale di Reggio Calabria e in quel periodo lavorò alle decorazioni scultoree del Tribunale di Messina, che si andava ultimando su progetto dell’architetto Marcello Piacentini.

Altra collaborazione ad un importante edificio pubblico fu quella per la Camera di Commercio di Camillo Puglisi Allegra, per la quale realizzò figure bronzee di illustri personaggi messinesi nelle pareti del vestibolo d’ingresso, collaborazione proseguita col grande architetto messinese nella decorazione dei prospetti interni ed esterni della Galleria Vittorio Emanuele III insieme allo scultore Giuseppe Ajello. Seguono la decorazione dell’ingresso di via del Vespro della caserma della Guardia di Finanza e il monumentale altorilievo sormontante il grande portale del palazzo Ina sulla cortina del porto dal lato del mare, pregevole per la sua potenza espressiva ed il forte dinamismo impresso nei corpi degli operai, tesi nello sforzo di ricostruzione della città dopo il terremoto del 1908.

     L’incarico più prestigioso ed impegnativo Bonfiglio lo ottenne per realizzare le decorazioni esterne dei prospetti del Palazzo Municipale ed altri importanti incarichi ebbe nel 1936 con il monumento a Vittorio Emanuele III a Reggio Calabria e i puttini per la fontana della villa Bellini a Catania. Nel frattempo partecipò alle esposizioni di Atene, Barcellona di Spagna, Budapest, Parigi, Taormina. Nel 1937 realizzò la bellissima statua del “milite ignoto” caduto per il sacrario di Cristo re, e, nel dopoguerra, il San Pietro in marmo bianco del nuovo Apostolato in Cattedrale, in sostituzione dell’originario cinquecentesco montorsoliano calcinato da un incendio durante i bombardamenti aerei del 1943.  

Suoi sono i busti di Ludovico Fulci nell’omonima piazza; di Antonio Martino accanto alla testata laterale di Palazzo Zanca in prossimità della fontana Senatoria e di Antonello da Messina nello scalone del Palazzo Municipale. Ancora, modella il Colapesce nella stanza del sindaco, il San Francesco bronzeo nel sagrato della chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata, il puttino acquaiolo della fontana Arena, il mezzobusto di Giuseppe Mazzini nell’omonima villa, il busto di Giacomo Venezian nell’Università, la statua in bronzo di Luigi Rizzo sul lungomare di Milazzo, Il Fonte battesimale con San Giovannino in bronzo per la chiesa di San Nicolò all’Arcivescovado, il bassorilievo bronzeo raffigurante l’ingresso di Garibaldi a Messina, collocato sull’edificio di via Garibaldi all’inizio di piazza Cairoli.

     Antonio Bonfiglio morirà a Messina nel 1995 e con lui scomparirà un prolifico protagonista della scultura di tradizione classicista dell’arte siciliana del Novecento.

                               Nino Principato 

 

__________________

(1) Architettura, Rivista del Sindacato Nazionale Fascista, Anno XII, fascicolo 13, “Speciale Concorso per le chiese della Diocesi di Messina”,  Roma, Treves-Treccani-Tuminelli, 1932

(2) Salvatore Boscarino, Il Duomo di Messina dopo il terremoto del 1908 tra consolidamento e ricostruzione, in “Archivio Storico Messinese”, Società Messinese di Storia Patria, III serie, XLI, vol. 50° dalla fondazione, Messina 1987

(3) L’architettura fascista, del resto, era definita come  “Un’arte che deve guardare al passato e al tempo stesso l’avvenire. Noi non dobbiamo rimanere dei contemplativi non dobbiamo sfruttare il patrimonio del passato. Noi dobbiamo creare un nuovo patrimonio da porre accanto a quello antico, dobbiamo creare un’arte nuova, un’arte dei nostri tempi, un’arte fascista.”


 

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