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L'Ospedale Santa Maria della Pietà
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IL Grande Ospedale  

di Andrea Bambaci 

   La giovane Italia alla fine dell’Ottocento conobbe da articoli di stampa come la città di Messina manifestò nei secoli nobili sentimenti di carità, con la fondazione di ospedali e conservatori per opera  di ordini cavallereschi, cittadini benemeriti, Trinitari e preti. Nei secoli, tra vecchi e nuovi ospedali ne esistevano 15, e nel XVI secolo gli esistenti furono unificati in un grande ospedale, che ”Sorse maestoso e superbo, ed è forse la prima tra le opere pubbliche che vanti Messina per grandezza Romana; ed oggi, per poco che si voglia raffrontarlo a molti anni passati, è fiorentissimo: la pulitezza ed ampiezza delle sale, la severa vigilanza tenutavi dagli egregi deputati, han fatto dire al Principe Umberto, il quale l’ebbe visitato al 2 marzo 1864, che potrebbe paragonarsi coi  migliori d’Italia.”

   L’unificazione in una sola fondazione ospedaliera fu necessaria per porre un freno, venuti meno i principi di carità, al dilagare della  corruzione: le cospicue rendite e donativi, di cui godevano gli ospedali, per gli amministratori laici e religiosi, divennero fonte di speculazione; lo storico P. Samperi, scrisse nella Iconologia …, Me, 1644:  “(…) così pian piano, come sogliono essere le cose dè mortali, sottentrando, ò la negligenza, il meglio dell’entrate si spendeva né salarij dè ministri, e gli infermi, ò erano mal governati, ò difficilmente s’ammettevano;(…) – e – notoriamente pativano, e alcuni poverelli per mancamento di Medici, e medicine abbandonati affatto, di pura necessità si morivano.”

   Regnando Giovanni d’Aragona, il vice re Giovanni de Moncayo e il Consiglio del Senato si riunirono  nella chiesa di S. Nicolò dell’Arcivescovato (antica Cattedrale), e deliberavano di chiedere al Re la fusione, che fu concessa senza indugio. La croce delle opposizioni di chi gestiva i vari ospedali, ne impedì l’esecuzione per lungo tempo, tanto che nel 1479, gli ideatori della fusione  ricorrevano al re Ferdinando, che il 16 dicembre riconfermava l’autorizzazione alla fusione, che non incontrava sorte migliore. Nel 1500, fu fatto un altro ricorso al re, che fu accolto favorevolmente il 10 giugno.

    I Senatori perseverando nella difesa dei bisognosi e per fare rispettare la volontà dei benefattori e fondatori degli ospedali, nel 1540 si rivolsero al vice re D. Ferrante Gonzaga che stabilì di unificare tutte le entrate degli ospedali in un’unica rendita da servire alla costruzione e gestione di un solo grande ospedale per curare ogni tipo di infermità.  .

     Il Piano di Santa Croce, già dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, dove oggi c’è il palazzo del Tribunale e la scuola T. Cannizzaro, fu scelto per la  costruzione dell’ospedale progettato a pianta quadrata  di mq. 10.000 circa, dagli architetti militari Ferramolino e Carrara, presenti a Messina per la costruzione delle nuove mura volute dall’imperatore Carlo V.


Pianta del Grande Ospedale

      Il 12 ottobre 1542 fu posta la prima pietra della fabbrica dell’ospedale: negli anni vi lavorarono diversi architetti e ingegneri, tra cui Andrea Calamech che curò i prospetti generali. In seguito, persistendo la tenace opposizione, il 16 aprile 1548, il nuovo vice re Giovanni de Vega confermò l’unificazione degli ospedali, e  per porre fine agli ostacoli, decise che i vecchi ospedali dovevano essere demoliti, e nel contempo fu chiesto anche l’intervento del Papa Paolo III che “confermò l’unione e s‘attese, con molto fervore, alla cominciata fabbrica fin alla perfettione, alla quale si vede oggidì condotta, mà non affatto compita.” ( P. Samperi).


 Il Grande Ospedale, in fondo a destra  la chiesa di Santa Cecilia  e la  Porta Imperiale.
Litografia secolo XIX, collezione ed elaborazione A.B.

      Trascorsero circa 70 anni dall’idea di unificazione alla posa della prima pietra, e da qui, un secolo dopo (1542-1642) la grande opera “non era affatto compita”.

     Con rogito 26 aprile 1549 del notaio Antonino Barraco, l’ospedale fu costituito in Ente Morale, le cui entrate annue, nella prima metà del XVII secolo, ammontavano a più di 30.000 ducati

     Durante la rivolta anti spagnola, parte degli ampi e sicuri sotterranei dell’ospedale furono utilizzati dai rivoltosi a carcere.

   L’ospedale, sin dall’inizio,  fu dedicato a Santa Maria della Pietà e in suo onore fu costruita la chiesa nel corpo di fabbrica Ovest di via Porta Imperiale: conteneva  pregevoli opere d’arte tra cui il celebre dipinto della Pietà, opera di Antonino Barbalonga.


Portale di S. Maria della Pietà, dopo il terremoto del 1908,
demolito con le mine insieme a tutto il lato Ovest dell’Ospedale il 2 febbraio 1912.
Immagine tratta dal libro di Franco Chillemi, IL CENTRO STORICODI MESSINA; elaborazione A.B.

      

Per il terremoto del 1783, subì lievi danni all’ultimo piano e pesanti perdite economiche

sulle rendite, compensate con lauti assegni elargiti dai Borboni.

     Prima del 1908, comprendeva reparti di medicina, chirurgia, oculistica, dermosifilopatica, ostetricia, ginecologia, sezione infettivi, il brefotrofio, e duecento posti letto per gli infermi curati gratuitamente.

      La notevole robustezza  del Grande Ospedale Civico era divenuta proverbiale, secondo il motto “cchiù duru d’a cantunera d’u spitali”: battuta che identifica quei personaggi che presero possesso  della città orfana dei suoi Padri, e con  parecchi quintali di dinamite, cancellarono quella storia lunga 429 anni.

      Andrea Bambaci      

 

 

                                                                                                               


 

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