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Emigranti di ieri e di oggi.
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di Paolo Ullo

Ci fu un tempo in cui l’emigrante, partendo, era certo di arrivare in una terra che aveva bisogno della sua forza, delle sue braccia e della sua intelligenza. Incomprensibili, o di difficile analisi, ragioni di Stato e di Governo hanno estirpato milioni di uomini e donne dai luoghi che li avevano visti nascere per cercare altrove una dignità meglio riconosciuta.

Un imperdonabile senso di colpa, per non aver avuto la capacità di gestire il valore dei propri cittadini, spingeva una Nazione ad agevolare la fuga dei suoi figli.

Come per una biblica adozione o affidamento, con tutte le difficoltà che il fenomeno comportava per la Nazione che accoglieva l’emigrante, l’emigrazione, ha sempre avuto modo di ricompensare chi l’ha vissuta per costrizione o necessità. Si partiva, anche se era una scelta dolorosa, per andare a lavorare, non certo per andare a morire o essere respinti come indesiderati.

Dal dramma di una emigrazione “positiva”, prima o poi sarebbe emerso qualche vantaggio. I flussi migratori a cavallo della fine del 1800 e il 1900, verso il Continente Americano erano disciplinati da precise regole internazionali per non aggiungere dramma al dramma. Se anche al fenomeno dell’emigrazione dovessimo attribuire un processo di trasformazione, quello vissuto da chi affronta il Mare, su una barca al suo ultimo trasbordo, è certamente involutivo, un segno di degrado per tutta l’umanità.

E’ lontanissimo il tempo in cui efficientissime Compagnie di Navigazione garantivano un sicuro viaggio sull’”Oceano Tenebroso” ed un quasi sicuro approccio lavorativo nel porto di destinazione.

I migranti, che lasciano un grande Continente per un isolotto in mezzo al Mediterraneo, sanno di non essere attesi da nessuno, ma partono lo stesso, per l’unica ricompensa di un pasto caldo e poi si vedrà. L’Africa sconfinata, quella ostile, non quella esotica per viaggiatori in cerca di emozioni, costringe alla fuga, ma al di là del mare si spera di trovare di meglio.

La stessa speranza l’avranno avuta altri Africani fatti schiavi, sulle navi di Europei con il senso del commercio; un loro lontanissimo discendente è diventato Presidente degli Stati Uniti d’America. Noi, gli Europei, ricchi abbastanza, da non aver tempo e volontà di fare elemosina, o vera opera umanitaria, mozziamo le ali a chi ha desiderio di libertà; lo stesso desiderio che hanno avuto i nostri emigranti, che hanno fatto grande l’America, in compenso di una dignità negata dove sono nati. Dietro ogni esodo c’è un torto subito e uno perpetrato; il torto maggiore sarà quello che si sommerà ai primi due, respingendo le invocazioni di aiuto di chi galleggia su gusci di noci in cerca di terra ferma.

Le soluzioni politiche ed economiche che potrebbero impedire il ripetersi di altri esodi e far cessare quelli in atto, passano per la strada della solidarietà.

Noi, gli Europei, che abbiamo contribuito alla grandezza dell’America, potremmo guadagnare in grandezza, facilitando la crescita dell’Africa, dopo averla solo considerata oggetto di attenzioni colonialistiche o semplice fornitrice di petrolio…Ma questi discorsi non servono ad impedire a dei disperati di lasciare l’Africa, fino ad esaurimento barche… Dopo si vedrà.
Paolo Ullo


 

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