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Miseria, nobiltà e lumini accesi.
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di Paolo Ullo

Una nota gioiosa, una freschezza mentale, ha colorato, anzi, illuminato la ricorrenza dedicata ai Defunti, nell’anno 2008, in ricordo del Centenario del Terremoto del 28 Dicembre 1908. Alcuni ragazzi di gruppi catechistici hanno acceso dei lumini sulle tombe meno decorate ed infiorate del cimitero, un segno di riconoscenza anche ai morti dimenticati. La semplicità del gesto mi ha indotto a pensare ad uno strano “buonanima”, un personaggio a suo modo, che, oltre che dimenticato, forse non ha mai avuto una sepoltura adeguata al suo rango.

Forse un lumino è toccato anche ad Antonio Romeo ma, nel dubbio, ne illuminiamo il ricordo giunto fino a noi per pura casualità. Durante una mia mirata ricerca in biblioteca, spulciando “La Gazzetta di Messina e delle Calabrie” pubblicata dopo il 20 Marzo 1913, Giovedì Santo proprio come in quell’anno 2008, stavo sulle tracce di un fatto di cronaca di difficile collocazione temporale. Nonostante la convinzione di aver sbagliato giorno, mese ed anno, estendo la mia ricerca fino al 1 Aprile 1913 e la mia attenzione si concentra su una notizia che qui di seguito riporto integralmente:

“A Santo Stefano di Briga: Un povero che muore e lascia milioni.
A Santo Stefano di Briga s’è scoperto un tesoro.
Viveva nel paese certo Antonio Romeo, caratteristico tipo conosciutissimo, che aveva l’abitudine…aristocratica di camminare in tuba, mentre il soprabito era divenuto di cento colori.
All’aspetto pareva un qualsiasi disgraziato.
Ma il Romeo, vero rappresentante dell’avarizia fatta persona, aveva accumulato attraverso gli anni molto denaro, acquistando anche terreni e case.
Pochi giorni or sono il Romeo morì.
I parenti fecero allora istanza perché ……
E l’autorità non ebbe nulla in contrario.
I funzionari recatisi nella casa del defunto rimasero sorpresi della miseria e del luridume che vi regnava; mobili sgangherati, abiti a brandelli e un’aria irrespirabile; un vero antro, una stamberga da romanzo “a sensation”.
Che si poteva trovare di valore in quel luogo?
Ma ecco che, iniziate le indagini, dai rottami d’una sedia vengono fuori tre rotoletti di carta…. E contengono biglietti da 500 e da 1.000 Lire.
I funzionari intensificano le ricerche fra gli altri mobili e vi rinvengono un’enorme quantità di denaro, cartelle di rendita al portatore, azioni bancarie ecc. tutto per un valore di Lire 340.000.
Riassumendo si potè constatare che il Romeo, il povero lacero dall’eterna tuba, ha lasciato una eredità che si calcola a più di un paio di milioni.
A Messina il Romeo possedeva parecchi beni immobili, specie nel quartiere Portalegni: altre terre aveva a Pezzolo.
Nel villaggio di Santo Stefano non si parla da giorni che del tesoro.”

La notizia offre uno spaccato di vita d’altri tempi, come nessuno lo ricorda, e si presta alle diverse valutazioni che ciascuno di noi saprà trarre. Mi va solo di sottolineare la potenza rievocativa dei lumini sulle tombe dimenticate; oltre al gesto cristiano offrono la possibilità di riflettere, spaziando con la fantasia, su quell’arco di tempo che ha visto protagonista su questa terra il “caro estinto”. Dietro ogni morto c’è sempre una storia di vita, che sarà conservata nella memoria dei sopravvissuti fino, a che sarà possibile; dopo, qualche mano pietosa accenderà un lumino.

Troppi lumini sono stati accesi “sopra la scalinata”, oltre la quale, un tempo, andava a riposare chi aveva vissuto in una certa agiatezza, che ai più era negata. A questi ultimi toccava un posticino nella nuda terra “sotto la scalinata”. Non sempre quella massima ed estrema aspirazione veniva a seguito di una esistenza piena di meriti; spesso derivava per nascondere storie di miseria d’animo e nobiltà camuffata portando in testa una tuba. Se può servire da monito, lo stile di vita di quel defunto dalle apparenze nobili, non è di quelli che lasciano il segno, forse neanche una tomba, sulla quale accendere un lumino.

Una varia e coloratissima aneddotica è seguita alla morte di quel “certo Antonio Romeo, caratteristico tipo conosciutissimo, che aveva l’abitudine aristocratica di camminare in tuba, mentre il soprabito era divenuto di cento colori”. Qui è bastato solo dedicargli uno spazio di memoria forse eccessivo, ma che è servito come termine di paragone. A ciascuno di noi è riservato il suo personale modo di commemorare i morti, nella propria intimità di ricordi, una “tassa” equa ed alla quale nessuno sfugge. Dalla vasta varietà di epitaffi, che ci capita di leggere nei cimiteri nel Giorno dei Morti, quello che segue valga per tutti come momento di riflessione… E poi tutti a rituffarci nella vita quotidiana, finchè dura:

HIC JACET
R. S. os D. PETRUS MANGIASI QUI OB IIT ANNO D.MINI MILL.° SEPTI VIGESIMONONO AETATIS SUAE TRIGESIMOSEPTIMO.
DA QUESTA TOMBA IMPARA E MECO AMMIRA
IL DECRETO DIVIN MORTAL  VIVENTE
MORE CHI NASCE E DELLA MORTE IL DENTE
NON PERDONA AVER UN PER TUTTO AGGIRA
PASSA IL TEMPO CON GL’ANNI E SECO TIRA
D’OGN’HOMO IL FINE E QUI RENDE CONTENTE
LE SUE SUPERBE SPERANZE OHIME DOLENTE
DELL’HUMANO DESIR SEPUZZA SPIRA:
PENSAI DI MAI FINIR E PUR POCH’ANNI
FURON META AL CAMPAR TAL TU SARAI
E SE SPERI DURAR SON TUTTI INGANNI
LUNGHE FELICITADI E PUR L’ERRAI
IL MONDO MI MOSTRO’ AHI SONO AFFANNI
QUESTO E’ IL VER CREDI A ME CHE GIA’ IL PROVAI.
1735

Grazie ai “Ragazzi dei Lumini” che hanno saputo cogliere un senso diverso, migliore e meno appariscente, per i vivi, naturalmente, nel ricordare i morti.
Ullo Paolo

 


 


 

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