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La Città verticale
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di Paolo Ullo

In “Terremotando”, i Ragazzi che hanno degnamente ricordato i cento anni del Terremoto del 28 Dicembre 1908, esprimono paure e preoccupazioni per le sorti della loro Città. Il dialogo che segue sintetizza un’attesa carica di incognite e la speranza di una clemenza divina.

“-Sembra che si siano ripetuti gli errori di sempre…Dopo un terremoto si ricomincia a costruire a vanvera, senza regole. Solo dopo il 1908, forse, la città è diventata più antisismica.

-Non si può dire che è stato fatto tutto e bene per difendersi dal prossimo terremoto; fino a quando non ci sarà non abbiamo la prova…

- E’ una città in prova; soddisfatti o rimborsati.

-Città a prova, come il melone dal fruttivendolo.

-Anche prima del 1908, a Messina c’era la mania delle sopraelevazioni; come adesso, quasi una corsa verso il cielo; Torri di Babele dai piedi di argilla… Che il Signore ce la mandi buona!...”

Le considerazioni affidate a dei Ragazzi, che giustificano la loro missione con “Quasi, quasi ci potremo considerare fortunati, detentori di parecchi primati!...Saremo anche i primi attendati di un terremoto a venire, prossimo venturo…I primi sopravvissuti di un terremoto che non c’è stato…

I primi e gli unici ad essere stati in ansia per Messina…”, non derivano da una mania di catastrofismo. Nell’attuale disegno urbanistico della Città, e delle sue immediate adiacenze, si leggono diverse stratificazioni di valutazioni sull’uso del territorio, come si usa fare per datare, attraverso i fossili, l’età della Terra. Dal mare, verso le colline si è passati dal reticolato “ad isolati” a svettanti e panoramici edifici, in equilibrio su tutto ciò che va oltre la quota delimitata dalla cosiddetta “Circonvallazione”. Questa corsa verso il cielo sembra inarrestabile avallata da sempre più moderni ed anarchici concetti di urbanizzazione.

La Città si presenta come una sfida al passato ed alla memoria di eventi naturali che l’hanno violentata nel corso di secoli; non trovando più spazio in orizzontale, la Città va in verticale. Fin qui ciò che è sotto l’occhio di noi Messinesi di oggi e volendo intavolare un confronto con osservatori di un recente passato, niente di meglio che dare la parola ad un autorevole “tecnico superstite”del Terremoto del 1908. Nell’immediatezza dell’ultima violenza, certamente la più traumatica, l’Ingegnere Pietro Interdonato( 1860-1936 ), in “La Catastrofe del 28 Dicembre 1908: Impressioni di un tecnico superstite” da le sue valutazioni ed indicazioni sul migliore uso del territorio della Città da ricostruire.

Lo scritto è stato estratto dagli “Annali della Società degli Ingegneri e degli Architetti Italiani- Numero 20 – 15 Ottobre 1909” ed è conservato presso la Biblioteca Centrale della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova. Qui di seguito, lo scritto dell’Ingegnere Pietro Interdonato è trascritto in alcuni suoi brani che evidenziano l’”errore” a disegnare una Città verticale.

“Alle ore 5,20 del 28 Dicembre, una delle più grandi catastrofi, forse la più orrenda che ricordi la storia, distruggeva, insieme a Reggio ed ai paesi ridenti della costa Calabra  dello Stretto, Messina, una cospicua città la cui origine si perde nella leggenda, antesignana nei commerci come nella ribellione alle tirannidi, fiera e nobilmente disinteressata nella conquista delle recenti libertà…

Chi scrive, estratto vivo per puro caso dalle macerie, desolato dalla quasi completa distruzione della propria famiglia epperò inclinato a delle considerazioni subbiettive e psichiche, non ha creduto di potere esimersi, nella sua qualità di professionista del luogo( Ingegnere e reggente la Direzione dell’Ufficio Tecnico Comunale dal 1894 al 1902 ), dal dovere di portare il proprio contributo alla tecnica costruttiva che formerà, e speriamo presto, le norme che dovranno regolare le nuove costruzioni della sventurata città…

…Le case a pianterreno resistettero quasi dappertutto appunto perché su di esse furono minori gli effetti delle scosse tanto ondulatorie, quanto sussultorie…

…Le cornici, le colonne e tutte le esercitazioni vignolesche, delle quali si aveva il prototipo nella così detta “Palazzata” lungo il contorno del Porto, costituendo delle masse inerti situate in alto e non esercitando alcun ufficio reale nella statica delle costruzioni, furono causa principale della rovina immane di molti edifici privati. Il desiderio dell’effetto monumentale, ottenuto a scapito della comodità, dell’igiene, il consumo inutile di materiale costoso, furono colpiti nel modo più crudele!..

…La nostra attenzione si è fermata in modo particolare su questo punto e riteniamo di poter concludere che oltre all’altezza di un edificio influisca sulla sua stabilità la diversa altezza delle sue varie parti.

Per non tediare i lettori citiamo solo due esempi caratteristici. La Stazione ferroviaria componevasi di due ali a pianterreno e di una parte centrale a primo piano. La parte centrale è crollata rovinando parzialmente le ali laterali; ma è lecito ritenere che probabilmente non sarebbe crollata se avesse costituito un padiglione a sé, mantenendo inalterata la sua pianta.

Ne fanno fede dei padiglioni vicini isolati nei quali erano crollati altri servizi ferroviari e che rimasero in piedi.
Alla Cittadella, alle enormi masse murarie dell’epoca spagnola, il nostro Genio Militare aveva sovrapposto delle costruzioni leggere che quasi intieramente precipitarono.

Nessuna fondazione avrebbe potuto essere più solida di quella su cui queste poggiavano; eppure la rovina avvenne.

Le sporgenze o corpi avanzati nelle piante degli edifici sono anch’esse risultate deleterie come dannosa è risultata una grande differenza fra la lunghezza e la larghezza dei fabbricati.

Sintetizzando quest’ordine di osservazioni, diremo che ciò a cui bisogna tendere è la uniforme resistenza della costruzione e che per raggiungere questo scopo meglio si presta la forma parallelipipeda con pianta poco differente dal quadrato…
Queste modeste ed alquanto disordinate impressioni ci portano a concludere:

a) che fattore principale del disastro sia stata la condizione del sottosuolo della città originariamente cattiva e resa peggiore dall’imprevidenza umana;
b) che i materiali ed i sistemi di costruzione abbiano contribuito ad aumentare i danni materiali e soprattutto a rendere più immane l’ecatombe del 28 Dicembre;
c) che le singole parti degli edifici non solo non hanno opposto una resistenza solidale all’azione del terremoto, ma si sono vicendevolmente danneggiate;
d) che metodi radicalmente differenti debbano introdursi nei sistemi di costruzione specialmente per ciò che riguarda i legami ed il mutuo concorso delle varie parti nella resistenza alle azioni sismiche;
e) che il tipo della scatola parallelepipeda indeformabile avente il centro di gravita più in basso che sia possibile e poggiante sopra uno zatterone di legno o di muratura si presenti fin d’ora come accettabile e possa dare l’intonazione alle nuove costruzioni;
f) che studiare è bene, ma fare è anche meglio e che è necessario ormai di togliere gli impedimenti attuali alla costruzione definitiva della città.
Senza di ciò saranno deviate le correnti del traffico convergenti a Messina e si aggraverà la condizione già allarmante di una popolazione vivente in baracche di legno destinate solo a qualche anno di vita, se pure un incendio non distruggerà in poche ore anche quei miseri abituri, riportando i superstiti Messinesi e la gente accorsa da ogni dove alle condizioni determinatesi nell’alba tragica del 28 Dicembre.”

Durante un suo brevissimo incarico ad Assessore al Piano Regolatore, nell’Ottobre 1913, oltre che insistere sulla orizzontalità degli edifici da ricostruire, l’Ingegnere Pietro Interdonato era dell’idea che la Città di Messina, in futuro, dovesse assorbire l’energia di un Terremoto venuto dal mare, offrendo il minore impatto.

La Città andava disegnata con un assetto urbanistico da mare a monte, unica verticalità concessa, e non come quello attuale, esposto com’è ad uno scontro frontale con forze incommensurabili. Le rivoluzionarie soluzioni e le concezioni tecniche, proposte da uno scomodo Assessore sulla ricostruzione, furono presto accantonate e travolte dall’ennesima tempesta amministrativa in Municipio.
Se, come hanno detto i Ragazzi di “Terremotando”, la Città di Messina è ancora in prova, dobbiamo aspettare ancora una verifica.

L’ingloriosa fine della “Palazzata”, dimenticata dalle moderne tecniche costruttive, sottovalutata da “palazzinari” equilibristi, sembra storia vecchia in questa Città dalla corta memoria. Per qualsiasi risposta, verticale o orizzontale, su colline apparentemente solide o dichiaratamente instabili, ci affideremo timorosi e riverenti al responso del prossimo Terremoto che verrà.

I Ragazzi di “Terremotando”, nei loro dialoghi si interrogano ed esprimono un desiderio:
“-Di che terremoto moriremo?...
-Premesso che di terremoto non è mai morto nessuno, ma si muore dei suoi effetti collaterali, noi siamo già dei sopravvissuti… Siamo in tenda, preavvisati da una chiaroveggenza o da un calcolo delle probabilità…
-Ma che sia un terremoto piccolo, piccolo; un promemoria, un richiamo, come lo sono stati tutti i terremoti dal 1908 ad oggi… Un terremoto regolabile in intensità.”
Staremo e vedere e “Che il Signore ce la mandi buona!...”

Paolo Ullo

Terremotando
Per ricordare i morti ed i sopravvissuti del Terremoto del 28 Dicembre del 1908 ha spinto, un gruppo di ragazzi di Santo Stefano Briga, a realizzare questo video sotto la magistrale guida di Paolo Ullo. 

 


 

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