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La ricostituzione di un’antica “posta” da pesce spada
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di Rocco Sisci.

Luntri e Feluche nel lago di Ganzirri


É nota alla cittadinanza messinese l’iniziativa dell’associazione marinara “Ittios Messana” che nel settembre scorso ha ricostituito nelle acque del lago di Ganzirri l’antica “posta” del pesce spada, mostrandone più volte -nel corso del mese- la sua composizione e il funzionamento. Si è trattato, in altri termini, della rievocazione di una scena di vita del passato: un’attività peschereccia che si protrasse identica e immutata per secoli, quantomeno dalla metà del Cinquecento fino agli inizi dei nostri anni sessanta, quando le gloriose barche tradizionali furono sostituite dalle “motopasserelle” (o “feluche” motorizzate) che ancor oggi solcano le acque dello Stretto.

La storia della mitica caccia al pesce spada (quella con l’arpione, per intenderci) è troppo nota, specie ai “navigati” lettori di questa Rivista. Merita, invece, far cenno in questa sede di ciò che materialmente avveniva in una “posta”: come essa era strutturata, come organizzata operativamente, come consentiva la cattura dello spada.

La “posta” non era altro che un riquadro di mare di varia ampiezza, entro il quale un determinato gruppo di pesca (costituito dalla “ciurma”, da una o due “feluche” e da un certo numero di “luntri”) aveva diritto di operare in esclusiva. Le poste, in numero di ventuno, si trovavano allineate lungo la riviera messinese dello Stretto e si estendevano dalla battigia verso il largo per circa mille metri; esse venivano assegnate per sorteggio, e, successivamente, erano soggette ad un sistema consuetudinario di rotazione giornaliera. Quella ricostituita -per esigenze pratiche- nelle acque del lago di Ganzirri può quindi considerarsi una ipotetica “ventiduesima posta”, vera e propria mostra “vivente” della singolare pesca dello Stretto.

 

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Il gruppo di pesca che ha operato nel lago di Ganzirri era costituito da una “feluca”, due “luntri” e una “paciota” a vela.

La feluca (in gergo “fulùa”), lunga dodici metri, era la barca che fungeva da osservatorio galleggiante per la scoperta della preda, in quanto munita di un lungo albero (“ntinna”) sulla cima del quale prendeva posto l’avvistatore (“ntinneri”).

I luntri (“untri” o “luntriceddi”), erano barche agili e veloci, lunghe poco più di sei metri, dipinte tradizionalmente di nero e strutturate per inseguire, arpionare e catturare il pesce spada. Venivano spinte da quattro vogatori e montavano al centro un alberello che serviva ad un secondo osservatore per seguire da vicino i movimenti del pesce avvistato; sulla loro estremità anteriore prendeva posto “u lanzaturi”.

La “paciota” era una barca “tuttofare”, tipica della riviera messinese. Munita di vela, era adoperata dai commercianti di pesce (i “riatteri”) per prelevare il pescato direttamente sulle feluche e trasportarlo rapidamente nelle zone di smercio.

Anticamente era costume raggiungere la “posta” di pertinenza ogni mattina alle prime luci dell’alba. Poiché la feluca non era munita di alcun mezzo proprio di propulsione, i luntri la rimorchiavano lentamente (con grande sforzo dei vogatori) fino alla località convenuta.
Raggiunto il luogo assegnato, il gruppo di barche si disponeva ordinatamente in assetto operativo, secondo un complesso di norme consuetudinarie di origine secolare.

La feluca si ormeggiava al centro del riquadro di mare assegnato e non veniva più spostata fino all’ora del rientro, al tramonto; spesso -se la posta era molto grande e ve n’era disponibilità- si utilizzavano contemporaneamente due o anche tre feluche, le quali prendevano posizione a distanza graduale dalla riva, secondo un allineamento perpendicolare alla costa.

A questo punto l’antenniere saliva sulla sommità dell’albero, dove una semplice tavola serviva da sostegno per appoggiarvi i piedi; per ogni buon fine l’avvistatore, prima di accingersi alla salita, era solito farsi il segno della Croce. In alto, per evitare il pericolo di cadute accidentali, l’uomo si legava all’albero all’altezza della cintura.

Iniziava quindi l’attività di ricerca della preda che poteva protrarsi inutilmente anche per qualche ora. Gli avvistatori, o “ntinneri”, erano uomini dalla vista acutissima, calmi e pazienti, nonché dotati d’intuito e voce potente, in grado di fornire -anche a notevole distanza- le informazioni sulla posizione, la natura e i movimenti della preda.

A poppa della feluca prendevano posizione i luntri. I loro equipaggi, formati ciascuno di sei persone, rimanevano sempre seduti ai loro posti che non abbandonavano mai. Anche le frugali colazioni erano consumate sui banchi della barca. Nell’attesa qualcuno sonnecchiava, qualcuno fumava, qualche altro -più volenteroso- svolgeva qualche piccolo lavoro, come riparare un tratto di rete, rammendare una vela o modellare col coltello dei pezzi di legno (in genere per ricavarne dei piccoli pesci da usare come esca artificiale).
I riflessi della ciurma, comunque, non venivano mai meno: essa -al grido dell’avvistatore- balzava in pochi secondi ai posti a ciascuno assegnati, mentre il luntro prendeva subito velocità e si scagliava sulla preda come un falco. I quattro grandi remi erano azionati da altrettanti marinai che vogavano stando in piedi, secondo il senso di marcia del natante.

A centro barca era infisso un alberello alto poco più di tre metri, detto “farere”, sul quale prendeva posto il secondo avvistatore, chiamato “farirotu”.

Sull’estremità anteriore del battello si trovava all’impiedi “u lanzaturi”, che aveva a disposizione due aste munite di un particolare arpione (un attrezzo di origine e concezione millenarie) chiamato -secondo la funzione- o “ferru” o “draffinera”. Il lanciatore era il personaggio chiave del sistema di pesca tradizionale e il suo ruolo era quasi sempre ricoperto dal cosiddetto “patruni”: per l’attività di lancio erano richieste doti atletiche, unite a elevata prontezza di riflessi e ad eccezionale abilità nel centrare la preda con l’asta, la quale era scagliata con tiro parabolico. La perizia e l’esperienza del “lanzaturi” erano quasi sempre ad altissimo livello, sicché difficilmente l’arpione sbagliava il bersaglio.

In caso di esito positivo del lancio l’equipaggio procedeva al recupero della preda. Anche questa operazione richiedeva notevole pratica e abilità, ma soprattutto affiatamento fra gli uomini di bordo. Con grande pazienza il pesce doveva essere “maniato”, cioè “lavorato” con un sapiente gioco di “caloma” che poteva durare anche più di mezz’ora: specie se non colpita in parte vitale, la preda reagiva con fughe improvvise e violenti strattoni che dovevano essere neutralizzati mediante opportuni movimenti della sagola collegata all’arpione infisso nel corpo della bestia, sin quando quest’ultima non avesse esaurito le proprie energie per dissanguamento. A questo punto la preda poteva essere tratta a bordo della barca e quindi trasferita sulla feluca. Solo in quel momento la “chiurma” poteva tirare il rituale sospiro di sollievo!


 
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La ricostruzione della posta “ganzirrota” prevedeva pure un particolare evento, non raro a verificarsi nei tempi andati: in caso di prolungata assenza di prede, si usava far benedire le acque della posta dal parroco della località interessata. Il religioso veniva prelevato in parrocchia e condotto d’urgenza in loco col mezzo più veloce, ovviamente col luntro di servizio. I vecchi pescatori assicurano che, una volta eseguito il sacro incombente, i pesci spada, come per incanto, incominciavano a mostrarsi nelle acque sottoposte alla benedizione.

Così, rievocando i tanti suoi interventi del passato, il parroco di Ganzirri, don Giuseppe Cutugno, ha ritenuto di impartire la sacra benedizione alla posta del lago, anche se questa non avrebbe mai potuto catturare alcun pesce spada reale. Vestito dei suoi paramenti, ritto sulla prora di un antico “buzzettu”, il parroco si è portato presso il gruppo di pesca ed ha benedetto barche e pescatori in un clima di grande e generale commozione. Con tale spirito, la benedizione della “posta”, oltre che finalizzata a impetrare la benevolenza celeste su uomini, barche e attrezzi, appare come genuina espressione della devozione religiosa della gente di mare.

Il quadro scenografico che è stato mostrato a settembre a folti stuoli di popolazione, nel suggestivo scenario delle acque del lago di Ganzirri, è apparso un vero e proprio spettacolo: uno stimolante e inedito spaccato di vita peschereccia che affonda le proprie radici quantomeno nel lontano Medioevo. Una tradizione, dunque, secolare, che oggi si recupera quasi miracolosamente e che si spera possa rimanere per sempre ad arricchire il patrimonio di cultura della popolazione messinese.

Le Barche utilizzate nella manifestazione

- Feluca “S. NICOLA” è l’imbarcazione che nell’antica “posta” fungeva da osservatorio galleggiante. Lunga 12 metri, ha un altissimo albero di legno (“ntinna”) sulla cui cima prende posto l’avvistatore (“ntinneri”). La “S. Nicola” è stata costruita nel 1948 a Ganzirri per conto del famoso “lanzaturi” Padron Simone Arena. A fine anni cinquanta fu motorizzata e trasformata in motopasserella. Rinvenuta l’anno scorso in disarmo in Calabria, è stata acquistata dal “ganzirroto” Salvatore Rando (Vigile Urbano per professione, uomo di mare per passione!) e fatta restaurare a cura di Mastro Pino Giorgio, titolare di un cantiere a Nizza Sicilia.
La barca è anche destinata a trasportare il simulacro di S. Nicola -Patrono di Ganzirri- durante la caratteristica processione sul lago che si svolge a Ganzirri ad agosto. Questa particolare organizzazione è affidata -per tradizione- a Nino Arena e fratelli (intesi “Puddicchi”), figli di Padron Simone.

-Luntro “CITTA’ DI MESSINA”.- Il luntro è la barca agile e veloce -lunga 24 palmi (circa sei metri)- destinata a inseguire e catturare il pesce spada avvistato.
Questo luntro è stato costruito a Scilla negli anni quaranta ed acquistato verso il 1981 dall’amministrazione comunale messinese. Fu quindi restaurato e armato di tutto punto sotto la direzione del giornalista Nuccio Cinquegrani; in atto è affidato alle cure della sezione messinese della Lega Navale Italiana con sede a Grotte.

-Luntro “GIOVANNI GALBO”.- Ha medesime caratteristiche e funzioni del precedente, ma è stato costruito di recente a Ganzirri -su commissione ed a spese di Salvatore Rando- da Antonio Mancuso, anziano mastro d’ascia specializzato in barche da pesca, uno degli ultimi artigiani ancora in possesso dei segreti costruttivi del luntro tradizionale.
La barca -solida, agile e veloce- è stata battezzata “Giovanni Galbo”, col nome cioè del più famoso costruttore di barche da pesce spada della nostra Riviera, attivo a Ganzirri per oltre mezzo secolo, sino agli inizi degli anni cinquanta.

-Paciota “MARIA SS. DELLA LETTERA”.- Le “paciote”erano barche tipiche del messinese, utilizzate per molteplici attività.
Lunghe fra i cinque e gli otto metri, erano utilizzate nell’ambito della “posta” (armate con la classica vela trapezoidale) per i collegamenti con la terraferma, per i servizi e per il prelievo del pescato ed il suo trasporto nei punti di vendita per conto dei grossisti (“riattèri”).

L’esemplare a disposizione è lungo circa cinque metri, costruito a Ganzirri nei primi anni cinquanta da Mastro Giovanni Galbo. É stato ceduto alla “posta” dai fratelli Arena (intesi “Cavoliceddi”) e restaurato a cura di mastro Pino Giorgio.

Rocco Scisci


Pubblicato su “Mediterraneo” (Rivista periodica della Lega Navale Messina) n.2 del 1991, pagg. 29-30.

La rievocazione storica dell’antica pesca del pesce spada su quell’autentico “palcoscenico naturale” costituito dal lago di Ganzirri si è ripetuta più volte negli ultimi venti anni. Spesso la ricostituzione della tipica “posta” è stata richiesta per le esigenze di spettacolo per le televisioni di mezzo mondo. In ogni occasione di marinai ganzirroti e faroti hanno collaborato con grande entusiasmo a organizzare uno spettacolo che a giovani e anziani ricordava un mondo ormai perduto, da loro visto sempre con grande nostalgia. Tuttavia, nessuna istituzione ha mai pensato fino ad oggi (2011) di dar vita a una manifestazione stabile per far rappresentare questo autentico spettacolo con ricorrente regolarità, con un notevole ritorno di immagine ed economico, non foss’altro che per l’interesse che il fatto desterebbe nei flussi turistici che continuamente giungono a Messina.

Tratto dal volume "Gente di Riviera" Casa Editrice EDAS


 

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