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La Cittadella della vergogna
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di Nino Principato

 “Viaggio allucinante nell’inferno della Cittadella”: potrebbe essere il bel titolo ad effetto dell’ultimo film splatter; è purtroppo, invece, la drammatica realtà – che supera di gran lunga qualsiasi finzione cinematografica – di un importante monumento seicentesco e della zona in cui gravita, una vasta bidonville che come un puzzolente bubbone si estende dalla via Don Blasco alla via San Raineri.

     Qui continua caparbiamente a sopravvivere, sia pure di stenti, un’incredibile fortezza che in altri paesi civili, non certo a Messina, avrebbe costituito vanto e motivo d’orgoglio da esibire all’ammirazione dei visitatori: qui giace la Cittadella-immondezzaio, luogo deputato dalla città per convogliarvi tutti i rifiuti che essa produce, ricettacolo di turpi e squallide attività che proliferano all’ombra delle possenti mura seicentesche e degli splendidi portali barocchi.

     Un’immensa e laida pattumiera, una putrida cloaca che è lì, a testimoniare l’indifferenza colpevole di una città immemore che si oppone, con forza, al recupero della propria coscienza civica e culturale. Scomodissimo ed indesiderato ospite che si vorrebbe cancellare per sempre, per i problemi che comporta la sua presenza.

     Per chi volesse intraprendere, a suo rischio e pericolo, un istruttivo ed affascinante viaggio nella penisola falcata di San Raineri, suggeriamo di iniziare la visita dal “Bastione Don Blasco”, alla fine del cosiddetto “cavalcavia”. Sì, ma il bastione dov’è? Niente paura, il visitatore intraprendente potrà trovarlo, se ne ha la pazienza e la voglia, in parte cementificato ed in parte sommerso da rifiuti. Voluto da un “certo signore” che si chiamava Carlo V e che di mestiere faceva l’imperatore, insieme alla cinta fortificata cittadina nel 1537, era collegato con una cortina muraria all’altro bastione, il San Giorgio, il più prossimo alla Cittadella.

     Proseguendo, il visitatore potrà ammirare la “Lunetta Carolina”, opera avanzata della Cittadella. Certamente lancerà uno sguardo svogliato alla bellissima omonima porta, dalle linee neoclassiche, costruita per celebrare la visita dell’arciduchessa d’Austria nel 1770, consorte di Ferdinando IV di Borbone. E si, perché un’altra opera, senz’altro architettonicamente più bella e più utile, calamiterà la sua attenzione: il pregevolissimo inceneritore citato in tutti i trattati di architettura per la sua grande valenza artistica, frutto di scelte politiche insensate e dell’umana ignoranza.

    Se vuole, potrà inoltrarsi facendosi largo fra cani randagi ed altre bestie immonde, e visitare lo splendido edificio che troneggia sulla Lunetta Carolina: apprenderà che l’inceneritore non fu mai conforme alle norme Ue e che dal 1986 inquinò la città fino alla sua disattivazione.

Dopo aver evitato con destrezza le numerose siringhe lasciate dai tossicodipendenti, il visitatore giungerà nel “Rivellino Santa Teresa”, in parte demolito per aprire l’importante e frequentatissima via San Raineri. Potrà ammirare davanti a lui e stando a debita distanza, l’”Opera a martello” che serviva da accesso al pentagono bastionato.

Dietro di essa, una degradatissima porta barocca, capolavoro dei maestri Biundo, Amato e Viola, già noti nel panorama artistico del tempo come “lapidarum incisores messanenses” e che realizzarono tutte le porte della fortezza. Dopo la “Controguardia Santo Stefano”, nell’area dell’inceneritore ed a supporto delle belle favelas fatte installare dagli enti turistici messinesi, il visitatore potrà entrare, se ci riuscirà, nella Cittadella vera e propria progettata dall’architetto fiammingo Carlos de Grunenbergh, iniziata nel 1680 ed ultimata nel 1686.




     Dopo aver ammirato il “Bastione Santo Stefano”, sormontato da una grande antenna radiofonica, costeggiando il muro di cinta il visitatore giungerà al cospetto dell’altro Bastione superstite, il “San Diego”. Qui, il cantiere navale “Cassaro” fece sparire il “Rivellino di Porta Grazia” per ampliare lo scalo d’alaggio. Se domanderà notizie del superbo portale, qualche vecchio gatto erudito di storia patria gli riferirà che negli anni Cinquanta venne trasferito in Piazza Casa Pia, e lì è rimasto. Dei bastioni “San Francesco”, “Norimberga” e “San Carlo”, demoliti negli anni Venti e Cinquanta, più nessuna traccia.
     Inseguito da cani famelici con la bava alla bocca, zigzagando con abilità per non inzuppare le scarpe in strani fanghi maleodoranti, il visitatore potrà ammirare di sfuggita il corpo di fabbrica interno degli alloggiamenti, poi adibiti a Tribunale militare; oggi, non si sa bene a che cosa.
     Se il visitatore, a questo punto, uscirà indenne dalla Cittadella, non biasimiamolo se farà solenne giuramento di non più ritornarci.

 

 

Nino Principato


 

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