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Tempo perso
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di Paolo Ullo

Fra le diverse classificazioni del tempo nelle manifestazioni meteorologiche, quelle dei contadini sono ispirate da una saggezza antica. Da un più armonico rapporto con il territorio sono derivate osservazioni dirette, costanti, stagionali, senza il supporto di tecnologia, che regolavano i ritmi di una giornata più a misura d’uomo.

Anche i ruggiti della natura erano accettati con rassegnazione, come fossero una necessità, un bisogno impellente dal quale la Terra avrebbe, comunque, tratto beneficio. Mai lamentarsi della pioggia, ricordando lunghe e assolate stagioni asciutte e, viceversa, il Sole cocente non servirà certo solo per far passare notti insonni e sudaticce. Fra un “tempu ‘i nivi” e un “tempu ‘i ciumi”, c’era anche il modo di sdrammatizzare una giornata uggiosa, con acqua “a ‘zzuppa viddanu”, definendola “tempu ‘i casudda”.

Ferme restando le argomentazioni già espresse nello scritto “Allerta!..Allerta!..” altre civiltà, o ragioni amministrative, diverse da quella “contadina”, hanno la presunzione di far passare per calamità bibliche una nevicata, una pioggia alluvionale o una purgativa mareggiata. Con l’alta autorità conferita da una striscia tricolore a tracolla, nuovi paladini in soccorso dei deboli o degli indifesi, hanno trasformato in “tempo perso” una giornata scolastica o lavorativa, con il solo merito di aver evitato di far bagnare i vestiti ai propri sudditi. E i sudditi non sono da meno!...

In tanto tempo perso, trovano il modo di rinfacciare che il loro diritto alla mobilità, o ad ingolfare le strade, oltre che essere stata minacciato con strombazzanti editti e sentenze, ha trovato ostacolo in uno spesso manto nevoso, impetuosi rigagnoli di acqua limacciosa o altissime e rotolanti ondate di mare in versione “scirocco e levante”.  Se non è più “tempu ‘i casudda”, durante il quale si sbrigavano faccende rimandate per “quando fuori piove”, lo stare in casa non può essere sancito da ordinanze per impedire imprudenze o scrollarsi di dosso responsabilità inventate.

Chi, durante un temporale, va ad attirarsi un fulmine in testa, non può recriminare la scottatura a nessuno; sono affari suoi ed ha perso il piacere di assistere ai giochi d’acqua sui vetri delle finestre con il naso incollato. Ricordi e piaceri infantili a dimostrazione che saltare una giornata scolastica per un “tempu ‘i ciumi” non è una birichinata, ma un avvenimento da raccontare ed un momento di crescita. Dietro quella orripilante definizione “allerta meteo” si stanno camuffando disimpegno di alcune amministrazioni, falso e teatrale impegno di altre, fuorviante rapporto con i fenomeni naturali. L’ultimo “attenti al lupo”, sperando che lo sia veramente in assoluto, ha avuto l’effetto di uno scherzo di carnevale; ai ragazzi è stata meglio definita e giustificata un’assenza già programmata per stanchezza fisica.

Non credo che a seguito dell’ennesima perdita di tempo, riappropriandosi dell’antica saggezza dei nostri contadini, gli studenti che hanno ricevuto la grazia di un giorno di vacanza, abbiano approfittato per studiare comodamente seduti al calduccio, o, come Marcel Proust, si siano messi “Alla ricerca del tempo perduto”. Se l’effetto è così improduttivo è preferibile che i burocrati, improvvisati meteorologi, come tutti, aspettino la quiete dopo la tempesta, ciascuno nella propria “casudda”.
Ullo Paolo


 


 

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