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Dacci oggi il nostro pane quotidiano…
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di Paolo Ullo -

…Così recita il “Padre Nostro”… E il miracolo si ripete sulle nostre tavole, tutti i giorni, non si sa se a seguito delle nostre preghiere, oppure per un diritto acquisito. Fino a quando ciò avverrà, l’uso del pane è oggetto di varianti non contemplate da regole mistiche o di comportamento civile; trattata come una volgarissima borsa di plastica, una fragrante e morbida pagnotta può anche andare a finire nei cumuli di spazzatura… Un po’ di tempo fa non ho saputo resistere alla tentazione di mostrare al Parroco del paese un pane, ancora incartato secondo le ultime regole igieniche, mischiato alle lordure esorbitate da un cassonetto stracolmo.

Padre Giovanni ne ha ricavato dei moniti da lanciare dall’altare durante l’Omelia, ma non sono bastati; il fenomeno si è ripetuto in questi giorni, per l’ennesimo disservizio di questa Città, e da una montagna di rifiuti ho raccolto sacchetti di pane, in tutte le sue forme e qualità, destinati ai miei porcellini d’india. Nessun dramma, i miei animaletti ringraziano, ma la mia coscienza ne rimane turbata, non so quella degli altri, e mi lancio in argomentazioni senza la pretesa di sputare sentenze o lanciare sermoni da un pulpito o da un altare. Non farò ricorso ad elementi di poesia o elegia sul pane, che “è buono, profumato, sacro” ed altre sdolcinatezze; userò alcuni spaccati di Storia per invitare alla riflessione, concentrando l’attenzione su chi, quando e perché, ha sofferto per la mancanza del pane.

Dal “Diario messinese degli anni 1766 e 1767” in “Opere”, Volume Primo, Saggi 1885 -1899, pag. 263, 264, 265 di Giuseppe Arenaprimo, Messanenses Scriptores, Libreria Ciofalo Editrice, sono stati estratti i seguenti brani;

7 Luglio 1776: …Perché nell’anno passato ci fu una grande estrazione di frumenti dalla Sicilia per fuori Regno, et in quast’anno il raccolto del frumento del nostro Regno fu scarso, si teme perciò di una nuova carestia, e nelli paesi a noi vicini si è discalato il peso del pane, per il che quelle genti si prenderanno il pane di Messina.

17 Luglio 1776: Per talune sere scarseggiò il pane nelli forni di questa Città, e la nostra gente per ingordigia si faceva estraordinaria provisione di pane, ma cessò poi la costernazione essendo capitati li bastimenti che portavano li grani comprati per servigio di Messina…

19 Luglio 1776: …e fu, d’ordine del Governatore, carcerato uno che sparlava per la mancanza del pane. La nostra Città si ritrova con grossi debiti contratti nel tempo della carestia del 1764, per i frumenti presi dalli bastimenti forestieri… e aggiungendosi ora una annata sterile… per trovare il modo e remedio per disgravarsi la Città, e si è pensato a dissalarsi il pane altra oncia meno.

25 Luglio 1776: …si progettarono varie propositioni di risparmij pubblici e per disgravarsi in qualche modo il grosso debito della Città, e fra l’altri parve a proposito il farsi due sorte di pane; una di pane più grosso, con restare al solito peso di oncie quindici la coppia, per servigio del Popolo, e l’altra di pane più delicato al peso di oncie tredici la coppia a grana quattro, per servirsene le persone nobili e facoltose e chi se ne volesse servire…la qual cosa non fu intesa con soddisfazione dalla gente, per il che dal Senato si risolse che si dissalasse oncia una di pane, con panizzarsi il pane per tutta la Città ad oncie quattordici a grana quattro la coppia… e per li casali grana quattro oncie tredici la coppia di pane.

22 Agosto 1776: Si è discalata altra oncia una per ogni coppia di pane, restando ora per la Città la coppia di oncie tredici e per li casali di oncie dodici a grana quattro, e questo per comprarsi presentemente a carissimo prezzo li frumenti…

26 Novembre 1776: Fu frustato per la Città con le bastonate un molinaro di Bordonaro perché aveva mescolato del gibiso nelli sacchi della farina, che macinava e portava al marinaro di questa Città, et il giorno seguente, accompagnati da Senatori e Sindaco furono gettati a mare li sacchi della farina mescolata col gibiso.

Settanta anni dopo Gaetano Cartella, nel suo “Racconto Su la inondazione del 30 Settembre 1846 nei dintorni di Messina.”, scrive:
Dolorosa era la fine di questi sventurati, eppure avventurosi si dissero coloro che nel gorgo delle onde trovavano morte, chè agonia più prolungata e più tremenda tormentava gl'infelici campati. Chi trovava rifugio sugli alberi e sui tetti aveva straziate le orecchia e il cuore da infiniti lamenti di persone travolte dall'onde, il cui fragore si accresceva a cento doppi pel misero guaire di quelle vittime, che non più della morte ma di una troppo lunga agonia si lagnavano. Ogni marito ed ogni moglie divisi dal vortice, si davano l'estremo addio pel timore che la morte non li aggiugnesse; e se l'ira dell'uragano risparmiava le vite loro, senza pane e senza tetto, rimanevano ignudi in preda alla disperazione.


Alla dimane poi di quella inondazione, tutti i foresi ch'erano campati dal cataclismo, trovaronsi privi di un cencio e di una buccella di pane, in forma che sarebbero rimasti vittima della vergogna e della fame se un pronto e filantropo aiuto non li sovveniva. Al Primo Ottobre tutte le case dei proprietari vennero aperte alla beneficenza; ogni veste che essi avevano coprì le nude carni degl'impoveriti, ogni vivanda di provvigione fu cibo agli affamati. Era miserando a vedersi in quali consumati cenci, che a pena potean servire di perizoma, prersentavansi quei nudi a chiedere soccorso di una veste e di un tozzo. Miseri!.. Che rivestiti e disfamati, non avevano né lacrime né voci a significare la loro gratitudine.

Altri sessanta anni separano gli spaventosi effetti dell’alluvione del 30 Settembre 1846, descritti da Gaetano Cartella, dalla più devastante mareggiata, di cui si abbia cronaca e conoscenza, subita dal Villaggio di Galati Marina.
Sulla Mareggiata di Galati di Domenica, Lunedì, Martedì, 4-5-6 Febbraio 1906, Estratto dalla “Gazzetta di Messina e delle Calabrie”, si legge:

In vista del tempo sempre fosco e minaccioso ed in previsione di un altro temporale il Delegato Municipale e le altre autorità trovatesi a Galati hanno chiesto al Municipio e alla Prefettura soccorsi di vettovaglie e soldati. Infatti il Municipio ha spedito grande quantità di pane e l’autorità militare ha provveduto per l’altra richiesta.

Abbiamo ascoltato con vivissimo senso di pietà le dolorose vicissitudini di tante famiglie ridotte nella più squallida miseria in un baleno. Qual dolore nelle parole di quegli afflitti! Quale accoramento nelle anime di quei buoni paesani, che invocano pane, soccorso, riparo alla loro trista miseria!

Una famiglia ridotta nel più nudo squallore per la rovina arrecatale dall’inondazione; una povera famiglia composta di ben nove persone rimasta senza pane per sfamarsi, priva dei suoi averi, delle sue sostanze.

Verso le ore 8,30 per venire in soccorso di tanta gente priva di pane, si è fatta la distribuzione di una quantità di pane. A quest’opera di carità pubblica veramente encomiabile intendeva con cura la distinta consorte dell’egregio Sindaco del paese, la quale addolorata dell’immane disastro del suo villaggio si è adoperata a lenire in parte la fatale e profonda sciagura dei suoi conterranei.

Il nostro Municipio ha spedito pane e viveri che si è distribuito alla povera gente. Si sta ultimando un grande baraccamento di tavole con covertura ad incerate e tendoni allo scopo di darvi asilo ai disgraziati rimasti senza tetto.

Sono tre giorni oggi che quel ridente ed ameno villaggio è un ammasso di rovine e di macerie e tranne del povero Comandante Signorile e dei due graduati Leone , Ferrara e dei tre Vigili Gennaro, Anastasi e D’Angelo, i quali hanno compiuto e compiono veri prodigi di abnegazione e di sacrifizio null’altri di Messina venne almeno per dar la loro parola di lusinga e di promesse confortatrici a quella misera gente, condannata perfino a desiderare il tozzo di pane. Ed è vero che quella popolazione soffre la fame, perché i forni sono stati distrutti e da Messina stamani neppure il pane si è colà spedito per la solita distribuzione come nei giorni passati.

Il nostro amico Prof. Lodovico Fulci vivamente interessandosi alle fatali condizioni così ha telegrafato al Ministero dell’Interno:
“Sua Eccellenza Ministro Interno – Roma.
Popolazione Galati villaggio Messina causa ultima mareggiata è senza tetto senza pane. Imploro urgenti soccorsi.

Un ridente e popolato villaggio, quello di Galati, è scomparso cedendo alla furia devastatrice delle onde, lasciando senza tetto e senza pane quei miseri naturali, inebetiti, nel dolore!

Sono arrivati grandi quantità di pane e di viveri che la popolazione sta divorando.

Stamane S. E. l’Arcivescovo D’Arrigo accompagnato dai canonici Prof. Bruno e Monsignore Mangraviti ssi è recato a visitare le rovine di Galati. Il degno prelato è rimasto commossoo e tristemente impressionato alla disgrazia immane che ha colpiti quei poveri Galatesi. Ha rivolte parole di sollievo e di conforto e rassegnazione verso tutti ed ha elargito sussidi ai danneggiati poveri. Ha consegnato poi Lire trecento al Comandante dei nostri Vigili Signorile perché per quattro giorni consecutivi distribuisca alla povera gente duecento chili di pane al giorno a partire da domani.

Non è certo uno spettacolo edificante, quello offerto dalla Città di Messina invasa dalla spazzatura, ma la vista del pane, trattato come un rifiuto scomodo e repellente, non è degna di una comunità civile. Il segno del degrado raggiunge il suo apice dopo essere iniziato con la vendita del pane fresco nelle strade, su bancarelle improvvisate o “botteghe” mobili, pronte alla fuga in caso di improbabili controlli di Polizia Annonaria. Quel pane venuto dalla strada, sarà più facile che vi ritorni, quando non sarà corrispondente al palato esigente di chi lo vuole sempre morbido. Certo è questione di gusti e sono lontani i tempi, descritti in “Messina e dintorni. Guida a cura del Municipio. 1902”, in cui, per difendere il pane dai topi, si attaccava la “pucciddata” allo “’ncinu”:

E’ d’ordinario a un gran tavolo di abete non dipinto, che sta presso all’uscio, che si merenda, si beve, si gioca, si conversa. In qualche angolo vicino trovasi la cucina la quale consiste in un semplicissimo focolare costruito in gesso a pochi centimetri sul suolo, ovvero, più rusticamente ancora, di due o tre grosse pietre cementate con creta del paese e spesso sostituite da un tripode mobile in ferro atto a sostenere una grande pentola di terra cotta, sotto cui, verso il tramonto, arde la legna per la minestra che le donne preparano. Invece le case dei contadini più agiati hanno la cantina al pian terreno e l’abitazione al piano superiore a cui si accede per una scaletta esterna in pietra. Pende a una corda in mezzo all’unica stanza un ramo d’albero (“’ncinu”) dalla cui estremità inferiore partono altri rami più corti rivolti in su a guisa di uncini, ai quali sogliono i contadini appendere per sottrarli ai topi le forme circolari del loro pane (“pucciddhati”) che han tutte un buco nel centro.

… E l’alimentazione si adeguava allo stile di vita:

Gli alimenti di cui si ciba il nostro contadino consistono principalmente in pane di frumento indigeno e talvolta di granturco, in cereali diversi, sopra tutto fagioli, non che in patate, zucche, peperoni e minestre verdi e più raramente stoccopesce e maccheroni che manipolano le sue donne. Solo nelle festività della carne e del pesce. La sua colazione quando egli trovasi sul campo del lavoro (“all’antu”) è di pane, di qualche cipolla cruda, di poche olive in salamoia e di larghi sorsi in un piccolo fiasco (“piddhirinu”) che egli accosta al labbro non senza spesso invocarlo coi seguenti versi:

Shiascu, miu shiascu,
tu si chinu e jo su lascu,
jo mi bivu sta picca di vinu
tu resti lascu e jo restu chinu.

In tempi più recenti mi è capitato di vedere un contadino, siciliano dalle parti di Noto, che mangiava pane e limone, non perché non fosse in condizione di permettersi un pasto frugale più ricco, e dalla sua espressione traspariva soddisfazione, la stessa che provo io dal mangiare pane duro o abbrustolito. Qui si potrebbe obiettare che è anche questione di denti ed è meglio che ognuno ne tenga conto; ma non c’è giustificazione che tenga di fronte ad un pane buttato nella spazzatura perché non ritenuto più “pane per i miei denti”. Non so gli altri, ma io continuerò ad indignarmi di fronte ad un pane buttato come una scarpa vecchia; continuerò a raccoglierlo perché abbia una destinazione meno ingloriosa. Per libera scelta o beata incoscienza di chi continuerà a disfarsi del pane del “giorno prima”, l’offesa arrecata alla fame, araba fenice, potrebbe ritorcersi su tutti come una maledizione biblica. Io, figlio del dopoguerra, non ho conosciuto la “fame”, né i figli degli omogeneizzati, né chi non è capace di ricavare mollica dal pane raffermo; non per questo smetterò di trarre insegnamenti dalla preghiera al Padre Nostro. Anche chi ha smesso di recitarla dai tempi della Prima ed Ultima Comunione, l’invocazione “dacci oggi il nostro pane quotidiano” è un segno di umiltà, di riconoscenza, se non nel divino, per chi non credente, almeno verso il panettiere, il fornaio, il contadino o la Terra da cui quel pane è venuto. La Storia ci ha insegnato che il pane non sempre è stato “quotidiano”, come invocato verso l’alto dei cieli; quando è mancato, oltre all’intervento divino, se c’è stato, è stato necessario rimboccarsi le maniche per gustarne nuovamente il sapore. Per intanto i miei porcellini d’india ringraziano e dai loro squittii si capisce che ci penseranno loro a trattare meglio di noi quel pane che implora pietà, anche se non sanno pregare e non conoscono la differenza fra il rosicchiare ed il baciare, in segno di rispetto, il pane caduto per terra.
Ullo Paolo

 

 


 

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