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Lisabetta da Messina
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di Filippo Scolareci

La leggenda-racconto che andremo ad esporre si svolse verso la metà del ‘300 nella città dello Stretto che all’epoca era sede della Corte Reale di Sicilia.
 
Messina era infatti favorita dalla sua posizione nel Mediterraneo, essendo uno dei grandi centri commerciali marittimi d’Italia facilmente raggiungibile via mare, aperta agli influssi dell’Occidente cristiano e del vicino Oriente arabo e bizantino, dove costumi e tradizioni diverse si mescolavano in contatti di nuove esperienze umane ed all’impulso verso un mondo nuovo libero e gioioso, con vecchie radici, che si fondevano con l’interesse per la vita operosa degli affari.

Tuttavia, nonostante quanto detto, la morale del fiero popolo Siciliano restava principalmente conservatrice e timorata verso i dettami ed i principi della chiesa cattolica.

Infatti, con molta probabilità, la leggenda di Lisabetta da Messina prese spunto da un fatto storico, in relazione alla condotta personale della regina Elisabetta di Carinzia (figlia del Re Enrico II di Boemia) moglie di Pietro II d’Aragona che regnò in Sicilia dal 1337 al 1342.

La regina dovendo nominare un consigliere personale, scelse il nobile Matteo Palizzi (rampollo di un nobile casato, discendente dello Stradigò Nicolò Palizzi che fu uno degli artefici principali della cacciata degli angioini e fautore della venuta in Sicilia della monarchia d’Aragona) che fece una strepitosa carriera nell’ambito della Corte ed in poco tempo raggiunse il titolo di “Maestro Razionale del Regno”, che era uno dei posti più importanti in seno al governo monarchico Siciliano.  Nel contempo fece anche nominare il proprio fratello Damiano “Gran Cancelliere del Regno”.

Evidentemente questa fulminea carriera, nell’ambito della corte, fece sparlare parecchio i suoi denigratori, i quali misero in giro la voce che la regina oltre ad essere la sua protettrice fosse anche la sua amante.
Nonostante le dicerie, il potere dei due fratelli diventò sempre più evidente ma esercitato estremamente in modo particolare da Matteo, che incominciò ad utilizzare un potere dispotico, senza che nessuno potesse controbatterlo, anzi mandando in prigione senza un regolare processo tutti coloro che osavano contrastarlo.

Arrivò a bandire fuori dal Regno anche coloro che gli erano soltanto contrari o che non palesavano simpatia nei suoi confronti.
Ma resosi conto che la regina manifestava pubblicamente sempre maggiore fiducia nei suoi confronti, il nobile Matteo ebbe l’ardire di dichiarare che il principe Giovanni, Duca di Randazzo, (molto amato dal popolo Siciliano) congiurava contro il Re (suo fratello) per usurparne il trono. Tuttavia, non tutte le ciambelle a volte riescono con il buco, infatti vennero scoperte le sue trame e fu il Re in persona a bandirlo dal suo Regno, facendolo inviare in esilio nella città di Pisa.
 
Non passò molto tempo da quando egli venne esiliato e sia il Re che il Duca di Randazzo morirono, lasciando molto rammarico nella popolazione messinese.

Infatti, subito dopo i pochi giorni di lutto previsti dal cerimoniale, la regina Elisabetta venne nominata Reggente del Regno in nome del figlioletto Ludovico e d’intesa con Manfredi il Chiaramonte, capo della fazione latina, richiamarono dall’esilio il Matteo Palizzi per essere reintegrato nelle cariche governative.

Anzi dopo essere stato reintegrato nel suo vecchio incarico, non trascorse molto tempo che venne addirittura nominato “Stradigò della Città di Messina”. In sostanza era anche diventato un governatore con più ampi poteri.
Ma egli, come in precedenza, continuò a governare con gli stessi sistemi, tanto da attirarsi l’odio e la vendetta dei nobili che facevano parte della fazione Catalana, capeggiata da Corrado Spadafora  ed Enrico Rosso i quali fomentarono il popolo ed in modo particolare le donne che ebbero un ruolo importante nell’organizzazione e la riuscita della rivolta.

Avvenne infatti che, un giorno il popolo stanco dalle angherie subite da questo nobile ambizioso, perfido e senza cuore, si ribellò e in un primo tempo diede l’assalto alla dimora dello Stratigò e poi successivamente anche al Palazzo Reale, dove si era rifugiato per sfuggire al linciaggio. Ma nonostante la protezione della Reggente e del futuro piccolo Re, il Palizzi  venne trascinato fuori dal palazzo e condotto oltre le mura cittadine per essere giustiziato in modo sommario, facendone anche scempio del suo corpo.

Certamente questo drammatico epilogo dello sventurato Matteo Palizzi, causò un grosso dispiacere ad Elisabetta, la quale faceva trapelare benissimo il suo dolore per la morte del nobile messinese.
Anzi quelli più vicini alla corte del Regno dissero che, quando Elisabetta si trovava sola nel suo appartamento non faceva altro che piagnucolàre continuamente,alternando tristi lamenti.

Ciò diede come una conferma della loro relazione amorosa alla parte avversa politica, la quale fece in modo di farla diffondere in tutti gli strati sociali.

Evidentemente alcuni giullari e menestrelli dell’epoca, molto attenti alle vicende sociali ed in modo particolare ai fatti della classe dei nobili, colsero l’occasione per quanto era accaduto ed imbastirono un racconto in versi che venne declamato e cantato in tutte le fastose corti d’Europa, che a noi è pervenuto con il titolo di “Lamento di Lisabetta di Messina”.

Certamente, considerando la grande influenza che all’epoca il casato d’Aragona aveva in quasi tutte le case regnanti d’Europa, per via delle parentele intrecciate con altre monarchie,furbescamente i giullari ed i menestrelli, che con molta facilità passavano di corte in corte, hanno pensato bene di adattare questo fatto storico come se tutto ciò fosse scaturito da una leggenda popolare,  provvedendo in modo opportuno a modificare i nomi dei personaggi e cambiare le situazioni.

Evidentemente, poiché questo racconto uscì quasi poco tempo dopo la vicenda storica, del fatto se ne interessarono esperti del folclore popolano ed illustri eruditi della letteratura, come il contemporaneo Giovanni Boccaccio che volle inserire questo racconto nel suo Decameron  come 5^ novella  della IV^ giornata nella bellissima  “commedia-terrena” (come ebbe a definirla il critico De Santis) dove ha voluto mettere in risalto l’amore (anche con le sfaccettature degli amori struggenti, talmente appassionati da condurre alla morte) e la schietta sanità naturale di una serena giovinezza dove gli uomini si amano, lavorano, soffrono e si beffano.

Successivamente, del caso si sono occupati anche altri studiosi come lo Schiller, Keats, ed il nostro poeta Tommaso Cannizzaro che fu uno dei primi ad ipotizzare la relazione tra Lisabetta dei giullari e dei menestrelli con la regina Elisabetta del Regno di Sicilia, realmente vissuta.
Durante il secolo passato, lo scrittore-regista Pier Paolo Pasolini volle trasferire ed immortalare il Decameron del Boccaccio nella celluloide, in modo tale da renderlo facilmente più comprensibile anche a coloro i quali non sono tanto avvezzi alla lettura.

Adesso, dopo esserci introdotti prima con il fatto storico, andremo ad esporre il racconto dal quale scaturì la leggenda :
Vivevano a Messina, verso la metà del ’300, tre fratelli che, dopo l’avvenuta morte del loro genitore il quale era originario di San Gimignano (Siena), continuarono a svolgere l’attività di ricchi e grossi mercanti.

Insieme con loro viveva anche la sorella di nome Lisabetta, splendida fanciulla di una bellezza particolare, già in età da marito.
Inoltre, alle loro dipendenze lavorava come uomo di fiducia un giovane Pisano di nome Lorenzo, il quale, oltre ad avere una buona educazione, svolgeva con competenza, onestà e serietà sia gli affari di casa che quelli dei negozi di loro proprietà.
Anche il giovane garzone era di bello aspetto ed abbastanza aitante e poiché i due venivano molto spesso a contatto diretto, finì che si innamorarono l’uno dell’altra.

Ma essendo Lorenzo soltanto un garzone, fecero in modo di tenere nascosti i loro sentimenti e di frequentarsi solo quando i fratelli di Lisabetta fossero stati fuori città per affari. Ma poiché essi si assentavano raramente, i due innamorati decisero di frequentarsi di nascosto e solo di notte.

Era Lisabetta che, dopo avere fatto finta di addormentarsi, nel silenzio della notte si introduceva con accortezza ed in modo furtivo nella stanza del giovane Lorenzo, che si trovava al piano terra della casa.

Il fatto per diverso tempo passò inosservato, ma una notte il maggiore dei fratelli si alzò per recarsi in bagno e non visto si accorse che la sorella si stava recando in direzione della stanza del giovane garzone. La seguì silenziosamente senza farsi vedere ed ebbe la conferma del suo sospetto solo quando la vide entrare nella stanza. Inoltre,  avendo atteso per oltre un’ ora, capì anche che ella sarebbe rimasta lì a trascorrere buona parte della notte.
In quel preciso momento il fratello maggiore di Lisabetta venne preso dall’ira ed ebbe l’istinto di reagire, ma dandosi una calmata fece come se nulla fosse successo e subito dopo si ritirò nella sua stanza, situata al piano di sopra, per continuare a dormire.
Ma non appena giunse l’alba, egli riunì gli altri due fratelli e li portò a conoscenza dell’accaduto.

Certamente, dopo essere stati messi a conoscenza del fatto, anche gli altri due fratelli rimasero  sbigottiti e nel contempo molto delusi. La situazione che si era creata mise tutti e tre i fratelli in evidente stato di imbarazzo, in quanto per la loro unica sorella avevano pensato un matrimonio con tanta pompa magna e con un marito di adeguate condizioni economiche e di pari rango, essendo loro ricchi e stimati mercanti della città.

Pertanto, decisero che non potevano mai e poi mai acconsentire che la loro unica sorella potesse prendere come marito un semplice garzone di bottega.
Ma poiché si sentivano anche indignati e molto offesi dal comportamento di Lorenzo, decisero che per il momento avrebbero continuato a fare finta di niente, ripromettendosi che nel più breve tempo possibile con una scusa qualsiasi avrebbero condotto il giovane fuori dalle mura cittadine ed una volta raggiunto il posto solitario, già da loro in precedenza adocchiato, lo avrebbero ucciso. 

Infatti, i tre fratelli un giorno decisero di fare una salutare passeggiata fuori dalle mura cittadine, convincendo anche il giovane ad andare con loro per prendere un po’ d’aria di campagna.  Durante il percorso fecero come se tutto fosse normale, riuscendo a fare anche qualche battuta spiritosa, ma una volta raggiunto il posto prestabilito e sicuri di essere in un luogo solitario ed abbastanza lontano da occhi indiscreti, prima lo bastonarono e poi lo uccisero senza nessuna pietà.

Dopo avere compiuto il misfatto, i tre fratelli, per fare sparire il corpo del giovane malcapitato, scavarono una buca abbastanza ampia ed ivi lo sotterrarono in modo tale che nessuno potesse più trovarlo.
  
I tre fratelli, non appena giunti in città, sparsero quasi subito la voce di avere inviato in  Toscana il loro garzone Lorenzo per curare e portare a termine diversi loro affari importanti che si dovevano concludere, come già avevano fatto altre volte.  
Quando la bellissima Lisabetta seppe della improvvisa partenza del suo dolce innamorato, ci rimase malissimo e giudicò crudele il comportamento dello stesso per non essersi congedato da lei.

Ma ripensando che con molta probabilità non gli sarà stato possibile avvisarla neanche con qualche segnale, fiduciosa e sempre più innamorata, restò ad attenderlo con serena rassegnazione.

Intanto il tempo passava e lei non riusciva a capacitarsi del motivo della lunga assenza del giovane Lorenzo.  In precedenza egli aveva già ricevuto incarichi da parte dei suoi fratelli, ma la permanenza fuori della città non era mai stata così lunga.  Un giorno, quando era trascorso ancora del tempo e del giovane non si vedeva nemmeno l’ombra e sembrandole strano tutto questo, ella si fece audace nei confronti di uno dei fratelli e gli chiese quali fossero i motivi di questa lunga assenza del giovane Lorenzo.

A questo punto il fratello non fu in grado di dire quali fossero i motivi, ma aggiunse che molto probabilmente egli rimaneva ancora fuori in quanto non era riuscito subito a concludere gli affari. E questo per loro era la dimostrazione del suo attaccamento al lavoro.  In un primo tempo Lisabetta prese per buone le spiegazioni del fratello. 

Ma essendo trascorso ulteriore tempo, ritornò nuovamente a chiedere notizie del giovane, che per tutta risposta, il fratello che sembrava come se fosse sospettoso di questo interessamento continuo,  le disse : come mai fai tutte queste domande?  Perché domandi così spesso?  Quali sono i tuoi rapporti con Lorenzo? Tutte queste domande che tu fai mi lasciano molto pensare.

Da questo momento in poi, nel caso in cui tu dovessi ritornare a domandarci, ti sarà data la risposta che al momento ci sembrerà più opportuna.
A questo punto la ragazza si spaventò e non osò più chiedere nulla in merito.  Dopo questo colloquio con il fratello Lisabetta divenne molto triste. Da quel momento in poi passava le sue giornate sospirando e piangendo continuamente, ma non osò mai farlo di fronte ai suoi fratelli, dei quali ormai aveva molto timore.

Ma in cuor suo non poté fare a meno di sospettare che al suo Lorenzo gli fosse successo qualche brutta disgrazia.
Una notte mentre lo pensava continuamente e si struggeva per il dolore, non appena si addormentò più scorata che mai, in sogno le apparve il fantasma del suo grande amore con un viso smunto, molto pallido e con gli abiti in disordine, dicendole : “ O mia dolce Lisabetta non accusarmi con le tue lacrime per la mia lunga assenza, sappi che io non potrò più ritornare da te in quanto l’ultimo giorno che tu mi vedesti i tuoi  fratelli prima mi bastonarono a sangue e poi senza dimostrare alcuna pietà mi uccisero, provvedendo loro stessi a darmi sepoltura “.

Ma prima ancora di sparire del tutto, le  indicò il posto dove si consumo il misfatto. Venendo a conoscenza di questa inaudita e tremenda notizia, si sveglio di soprassalto lanciando un urlo che riuscì a smorzare prima che uscisse dalla sua gola e dando fede alla visione, pianse disperatamente per tutta la notte cercando di non farsi sentire dai suoi fratelli che incuranti del suo dolore la privarono del suo grande amore e della sua felicità.

Un giorno, quando le fu consentito di fare una passeggiata fuori dalle mura della città, in compagnia di una sua fidata ancella, si recò sul posto indicatole nel sogno dal povero Lorenzo e con una vanga ed un coltello che si era portate appresso, si mise a scavare fino a quando riuscì a trovare il corpo dello sfortunato giovane che ancora non presentava processi di  decomposizioni fisiche, che avvengono sistematicamente sempre dopo la morte.

A questo punto Lisabetta pianse disperatamente e finalmente poté gridare senza avere alcun timore che qualcuno avesse potuto sentirla, riuscendo in parte a scaricare la rabbia che si era tenuta dentro per tanto lungo tempo.  Tuttavia, rendendosi conto che sarebbe stato impossibile portare con sè il cadavere del giovane, per dargli la giusta e cristiana sepoltura, con il coltello che aveva portato appresso gli staccò la testa dal busto avvolgendola in una coperta e se la portò a casa. 

Quando giunse nella sua abitazione, non sapendo dove poterla nascondere,  prese una “rasta” (così vengono chiamati a Messina ed in Sicilia i vasi che contengono i fiori) abbastanza capiente, che si trovava sul davanzale della finestra della sua stanza, la svuotò del suo contenuto ed infilò la testa del povero Lorenzo che opportunamente e con amore avvolse in un bellissimo drappo.  Poi la riempi con la stessa  terra, che in precedenza aveva provveduto a togliere, ed inserì delle piantine di basilico salernitano (comunemente detto “selemontano”) che da quel momento innaffiava ogni giorno con le sue stesse lacrime che alternava con acqua di rose e acqua di fiori d’arance.

Da allora in poi Lisabetta  non faceva altro che trascorrere le sue giornate quasi sempre seduta accanto alla finestra.  Purtroppo, questo insolito comportamento di stare quasi sempre vicina al vaso di basilico con il quale sembrava interloquire in modo continuativo, non passò inosservato ai fratelli i quali credevano che la loro sorella fosse uscita completamente fuori di senno.

Poiché il comportamento della ragazza continuava come prima, i tre fratelli, solo e soltanto per affetto, in quanto non sospettavano minimamente cosa potesse contenere, un giorno approfittando della momentanea assenza della ragazza, decisero di prendere la rasta dal davanzale della finestra e di farla sparire.  Non appena l’ignara Elisabetta ritornò nella stanza e non vide più il vaso che fino a poco tempo prima si trovava sul davanzale della sua finestra, venne colta da un’improvvisa e tremenda crisi e si ammalò.

Da quel giorno la ragazza non si alzò più dal letto e poiché nei suoi deliri nominava costantemente il nome del giovane Lorenzo ed il vaso di basilico, a questo punto i suoi fratelli ebbero un tremendo dubbio e recatosi nel deposito della bottega dove lo avevano celato con molta cura, lo presero e lo svuotarono e si resero conto con molto rammarico che il loro dubbio non era infondato, infatti in esso era contenuta sotto il basilico e lo strato di terra la testa del giovane garzone che loro avevano ucciso qualche tempo prima.

In quel momento furono presi da sgomento e temendo che il loro tremendo misfatto potesse divenire di dominio pubblico in città, si adoperarono a svendere con molta solerzia le loro attività mercantili ed abbandonarono nel più breve tempo possibile la città dello Stretto per trasferirsi a Napoli.

Purtroppo, poco tempo dopo l’arrivo nella città Partenopea, la povera Lisabetta morì di crepacuore per l’immenso dolore che ancora una volta le avevano procurato i suoi crudeli fratelli, i quali avevano pensato che andarsene via da Messina la vicenda non sarebbe stata più scoperta.
Invece, probabilmente loro non sapevano che al momento del ritrovamento del corpo dello sfortunato Lorenzo ci fosse presente con Lisabetta anche la sua ancella di fiducia, la quale avendo saputo successivamente con molto dolore dell’avvenuta morte della sua cara amica, incominciò a divulgare il fatto di questa vicenda alquanto triste ed angosciosa.

Inoltre, da allora in poi i ceramisti di tutta la Sicilia, conseguentemente alla diffusione della leggenda presero a costruire vasi in ceramica con la forma di una testa di uomo o di donna, che il popolo Siciliano destinò non solo per contenere fiori ma anche zucchero e sale.

Filippo Scolareci


 

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