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La leggenda di Mata e Grifone
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di Filippo Scolareci

Una tra le più importanti e popolari leggende dell’area dei Peloritani, che di seguito andremo ad esporre, si riferisce a due personaggi mitologici che corrispondono ai nomi di Mata e Grifone e che secondo la stessa sarebbero i progenitori dei messinesi.
Questa leggenda ha trovato maggiore risalto e diffusione con la diatriba che si è venuta a creare con la città di Palermo, conseguentemente alle note decisioni di Filippo II di Spagna per il riconoscimento dei privilegi e dei titoli onorifici delle contendenti, le quali nel XVI secolo, subito dopo la creazione del Regno di Sicilia, sempre sotto il dominio spagnolo, entrambe per motivi di esclusivo campanilismo ed esagitata rivalità (riuscendo a litigare anche sul porto franco, sull’Università, sulla Zecca ed altro) accampavano meriti e diritti per l’assegnazione del titolo di legittima capitale dell’isola.

Ad onor del vero, per come insegna la storia, la città di Messina era già stata insignita capitale sotto l’impero Romano, essendo stata una delle basi più importanti ed approdo sicuro dell’isola per le truppe, le navi e le armi di Roma che servivano per combattere e sconfiggere i Cartaginesi, i quali allora avevano già conquistato buona parte dei centri Siciliani e la maggior parte dei suoi punti strategici militari.
Gli stessi messinesi, prima ancora che nottetempo giungessero fisicamente come rinforzi in riva allo Stretto le legioni dell’Impero Romano, già attrezzati (in segreto) adeguatamente con le armi precedentemente fornite dagli stessi arsenali militari della Città Eterna, riuscirono da soli a cacciare dalla città le truppe di Cartagine che godevano invece dell’appoggio, come già detto, in molti altri centri dell’isola.

Infatti la città di Messina, per avere dischiuso il varco in Sicilia e dimostrato la fedeltà nei confronti di Roma e nel contempo la fierezza combattiva, quando giunse Appio Claudio venne proclamata “Federata di Roma” e capitale della Sicilia ed ammessa al diritto Italico, franca di tributi e retta da propri magistrati e propri sacerdoti, nonché il controllo delle città marittime appartenenti al distretto che andava da Lentini a Patti.
Queste predette prerogative nei confronti della città di Messina, che si è sempre dimostrata fedelissima dopo avere sancito il patto di alleanza, vennero successivamente confermate ed ampliate dai consoli Sergio Fulvio Flacco e Publio Calpurnio Pisone nel 133 a.C., dopo che le guerre servili nell’interno dell’isola ebbero a scuotere il potere di Roma. 

Anche successivamente nel 407 d. C. quando già l’Occidente si trovava sotto il dominio di Bisanzio, la città di Messina, che all’epoca vantava il più attrezzato e famoso arsenale marittimo del Mediterraneo, venne insignita con il titolo di “Protometropoli della Sicilia e della Magna Grecia” e si potè anche fregiare dell’ulteriore titolo di“Gran Mirci” per essere prontamente accorsa (in aiuto dell’Imperatore Arcadio che era tenuto prigioniero dai Bulgari a Salonicco) con le sue navi capitanate dallo stradigò Metrodoro, il quale dopo avere ingaggiato una cruenta battaglia navale, che durò circa nove ore con combattimenti aspri che evidenziarono un grande coraggio, ardore e spargimento di sangue da entrambe le parti, riuscì a sconfiggere la flotta avversaria nei pressi delle acque di Tessalonica.
Subito dopo, sullo slancio di questa vittoria navale, le truppe messinesi entrarono a Salonicco e liberarono l’Imperatore dalla prigionia, conducendolo successivamente a Costantinopoli dove riuscirono a sconfiggere lo stesso traditore Costanzo (nipote dello stesso Arcadio) e riappropriarsi così del suo impero.

Inoltre, si può affermare che, basandoci su di una cronaca che viene indicata come vera, la vicenda descritta in “Praxis ton Basileon”, un antico libro bizantino scritto su pergamena ed in caratteri greci e che poi successivamente venne tradotto in latino, intorno al 1252, da Emanuele De Mogis e da Riccardo Fromentino dietro disposizione di Corrado re di Sicilia, ebbe come protagonisti l’imperatore d’Oriente Arcadio ed il suo salvatore Metrodoro, nonché governatore della città di Messina.   

L’evento sopra narrato che è stato riportato nei secoli da diversi autori messinesi e confermato dall’antico libro sopra citato, ormai è divenuto credenza popolare, Tuttavia non possiamo tranquillamente asserire se in effetti sia realmente accaduto, perché altri autori (come per citare solo Enrico Pispisa e Carmelo Trasselli in “Messina nei secoli d’oro”) invece mettono in evidenza (non ci è dato sapere con quale fondamento) che il noto privilegio dell’imperatore Arcadio a favore di Messina sia soltanto un falso, creato ad arte nel ventennio che va dal 1430 al 1450, forse per potere giustificare una congiuntura critica, conseguentemente ad una recessione economica od agitazioni di carattere sociali.



Questo avvenimento storico (che con molta probabilità non è stato citato volutamente dagli autori in quanto la flotta messinese che giunse in aiuto di Arcadio venne sicuramente considerata come facente parte dell’Impero) non trova menzione nelle opere e nei vari trattati di scrittori di fama mondiale come, per citarne soltanto alcuni di essi:
Arnold H.M. Jones ne “Il tramonto del mondo antico”,  Luis Brehier in “Bisanzio, vita e morte di un’ impero”,  Michael Grant in “Gli imperatori romani”,  Georg Ostrogorsky nella “Storia dell’impero bizantino” e non ultimo Edward Gibbon in “Declino e caduta dell’impero romano”.
Comunque, anche quando l’avvenimento sopra citato non dovesse essere reale, ciò non toglie meriti alla nobile città di Messina per le alte qualità dimostrate e per il suo grande prestigio che si è conquistata nei secoli con un suo preciso ruolo di protagonista in ordine alla stessa storia della Sicilia e dell’Italia, sia civilmente, economicamente che militarmente.
Tra l’altro non dimentichiamo che il porto di Messina, molto attrezzato all’epoca, ritenuto sicuro e  molto capiente è stato un punto d’incontro di tre organizzazioni ed altrettante spedizioni navali o contro il mondo Arabo.
Il primo punto di incontro si ebbe dal settembre 1190 all’aprile 1191 con la terza Crociata che salpò dalla città del Peloro con le due flotte capitanate da Riccardo I duca di Normandia e re di Inghilterra (soprannominato “ Riccardo Cuor di Leone”) e di Filippo Augusto di Francia.

La seconda spedizione navale si ebbe dietro sollecitazione del Papa Clemente VII e la vide al comando di Carlo V che la condusse vittoriosamente contro Tunisi, roccaforte del famigerato Turco Khair Ad-Din meglio conosciuto come Ariadeno Barbarossa, il quale dopo avere estromesso e cacciato i Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano (che successivamente dal 1530 per concessione dello stesso monarca Spagnolo trovarono nuova dimora nell’isola di Malta), si era impossessato di Rodi e non soddisfatto conduceva continue scorribande criminose in tutta la maremma, mettendola più volte a sacco e sciamando baldanzoso per tutta la fascia costiera del mare Mediterraneo, compresi la Sicilia e la Calabria.

Al suo ritorno nel 1535, reduce dalla vittoriosa impresa di Tunisi, Carlo V  venne accolto in modo trionfale dalla stessa città che lo vide partire e che lo collaborò economicamente ed attivamente nell’organizzazione della spedizione navale.     
Il successivo punto d’incontro nel porto di Messina delle forze della Cristianità si ebbe nel 1571 quando Don Giovanni d’Austria (ventiquattrenne figlio di Carlo V) assunse il comando della flotta della “Lega Cristiana” promossa da Pio V sempre contro i Turchi, i quali erano ridiventati temibili per via di una consistente flotta (di oltre 300 navi) con la quale scorrazzavano per tutto il Mediterraneo divenendo il terrore delle città rivierasche. 

Anche questa spedizione ebbe un epilogo positivo e si concluse con la famosa battaglia di Lepanto (vicino le isole curzolari), dove la flotta Turca, dopo una intera giornata di aspri combattimenti che vide migliaia di vittime in entrambi gli schieramenti, sotto il potente urto della flotta Cristiana si scompose in modo disordinato ed alle ore 22 circa del 7/10/1571 cessava di esistere, in quanto in massima parte distrutta, in parte catturata ed il resto si disperse in fuga.  

Messina insomma ha conosciuto, nelle sue espressioni estreme, l’espansione, la potenza e la gloria, come pure le terribili distruzioni per gli eventi naturali ed imprevedibili, ed il suo consequenziale declino.  In sostanza Messina ha avuto un destino (come se fosse stato scritto da una regia arcana) che con molta facilità è passato dalla grande benevolenza alla tragedia più nera, cancellandolo anche per l’incuria degli uomini stessi, incapaci di rinverdire i fasti e l’importanza della passata grandezza. 
         
Mentre, per quanto riguarda la città di Palermo (oggi diventata grande metropoli, ma che all’epoca della rivalità con la città di Messina, per primeggiare come data di fondazione storica, ha cercato di fare passare per vera una lapide antichissima con una incisione Caldea, ma che in effetti si dimostrò appartenere al periodo compreso tra il V e l’VIII secolo d.C.)  possiamo benissimo asserire che è riuscita ad acquisire il titolo di capitale della Sicilia soltanto nel periodo della dominazione Musulmana e successivamente sotto il regno di Ruggero II d’Altavilla, dopo la cacciata degli invasori Arabi, i quali avevano lasciato una città ricca di opere d’arte e di sontuosi palazzi.

Pertanto, nonostante questi noti riconoscimenti, i palermitani che ormai avevano preso il gusto di essere considerati i legittimi tenutari del titolo di capitale dell’isola, asserivano che quanto dicevano o documentavano i messinesi era falso, dichiarando anche apocrifi tutti i privilegi ed i vantaggi economici che gli erano stati concessi nel tempo. 

Tuttavia Filippo II, con fare salomonico ed anche principalmente per motivi legati alla fiscalità o conseguentemente ad elargizioni di grosse somme di denaro fatti confluire dalla “ricca Messina” nelle casse dello Stato Spagnolo (per come asserisce l’autore Santi Correnti nella sua “Guida Insolita della Sicilia”), decise e dispose che i vicerè della Sicilia dovevano trascorrere, nel loro incarico 18 mesi a Palermo ed il rimanente periodo nella città di Messina.
Ma prima ancora di introdurci definitivamente nella narrazione del fatto fantasioso o veritiero che dir si voglia è opportuno evidenziare alcuni cenni relativi alle origini storiche della città dello Stretto.
Secondo gli storici la città di Messina sarebbe stata fondata nel 757 a.C. da colonizzatori che provenivano dalla Calcide e del resto dell’Eubea, in quanto la località che allora veniva chiamata Zancle era già abbastanza nota per via dei Miti di Scilla e di Cariddi (mostri divoratori di naviganti che con la loro maliosità, unitamente alle sirene, suscitavano funesti incantesimi ) i quali erano stati ampiamente decantati nella poesia omerica.

Ma il loro arrivo fu anche spinto principalmente per accaparrarsi la invidiabile posizione geografica che permetteva il dominio ed il relativo controllo di questo braccio di mare, passaggio obbligato per non circumnavigare tutta la Sicilia per raggiungere sia la fascia costiera Tirrenica della Magna Grecia e la relativa costa Italica e viceversa.
Ai nuovi arrivati, provenienti dalla ben nota area del mondo classico, la caratteristica forma di falce del suo porto, suscitò una suggestione attinta alla fantasia, suggerendo che questa particolare ed unica forma naturale di terra falcata fosse stata tracciata da Crono (il Dio preellenico che divorò la sua progenie appena nata in quanto aveva saputo che uno dei figli, crescendo, lo avrebbe soppiantato) che affascinato anche dalle bellezze naturali di tutto il contesto, immerso in una natura che assume forme, colori e la bellezza dell’irreale, avrebbe gettato la sua falce prendendovi dimora.

Ma se volessimo andare ancora più indietro per quanto riguarda il suo insediamento umano, nessuno potrebbe asserire che quanto andremo ad esporre non ha fondamento di verità.  Prima ancora che arrivassero i Calcidesi, tutta l’intera Trinacria (questo l’antico nome della Sicilia) era abitata da autoctoni che nella notte dei tempi si sono integrati con i Sicani, che in uno costituivano la più antica popolazione dell’Isola e che in seguito in questa parte orientale vennero a loro volta soppiantati dalla massiccia presenza dei Siculi (di origine indo-europeo), i quali si erano in primo luogo stanziati nella penisola Italica, ma non essendo gradita la loro presenza erano stati cacciati via dagli Opici.

Per quanto precede, nonostante Eusebio calcoli nella sua cronologia storica, che la città delle stretto sia stata fondata nell’VIII secolo a.C. (come già sopra riportato), possiamo aggiungere tranquillamente che le sue origini affondano le radici in un epoca molto più lontana, come tra l’altro già stanno confermando alcuni reperti archeologici ritrovati recentemente, sia in città ed anche su zone collinari.
Infatti nella lingua dei Siculi Zanclon significava appunto falce, quindi si può confermare  che la nascita della città del Peloro è di gran lunga antecedente al 757 a.C. e quindi precedente alla colonizzazione Calcidese.
A questo punto andiamo ad inoltrarci con la leggenda di questi due mitici personaggi, che verrà esplicitata tramite le diverse versioni esistenti:
La prima leggenda, tra l’altro quella più conosciuta ma non in senso cronologico,  narra che un giorno (intorno al 964 d.C.) un saraceno di nome Hassam Ibn-Hammar, di enormi proporzioni fisiche, unitamente ad una cinquantina dei suoi seguaci, dediti alla pirateria ed ai saccheggi, sbarcò sul versante tirrenico dei Peloritani nei pressi di Rameth (che in arabo significa mura fortificate, successivamente chiamata Rametta ed oggi Rometta), che allora si trovava già sotto la dominazione dei Musulmani i quali gli consentirono tranquillamente il passaggio attraverso sentieri per potere eludere i controlli e le difese della città di Messina  (alla quale, anche trovandosi sotto il dominio Arabo, essendo capitolata con patti onorevoli conseguentemente alla sua fierezza dimostrata nei vari combattimenti, venne concesso di continuare ad essere ancora amministrata dalle proprie leggi e dai propri magistrati) per raggiungere così la sommità della catena montuosa che sta proprio al di sopra della città dello Stretto, prendendone possesso in modo assoluto di tutta quella zona compresa e conosciuta come Camaro e Dinnammare.

Nomi che con molta probabilità potrebbero essere scaturiti dal suo cognome che è appunto Ibn-Hammar.  
Pertanto, trovandosi molto distante dalle apposite sorveglianze armate e sentendosi completamente libero di agire come meglio credeva, iniziò a depredare ed a commettere razzie e violenze di vario tipo, tanto da divenire un grosso incubo anche per l’incolumità fisica per gli abitanti dei borghi limitrofi della città e delle colline circostanti, essendo anche un antropofago. Ma subito dopo che riusciva a portare a termine le sue criminose malefatte, egli faceva perdere le sue tracce scomparendo, insieme ai suoi seguaci, negli affratti più bui delle colline Peloritane, deve nessuno si azzardava ad andare a cercarlo.   
  
Ma avvenne che un giorno, durante le sue ormai temute scorrerie, egli vide una ragazza formosa, di statura al di fuori dell’ordinario, di bellissimo aspetto e con un portamento altero e dignitoso e si innamora all’istante follemente.
Ormai, la bellissima vistosa ed armoniosa fanciulla di nome Marta (Mata in dialetto messinese), era entrata prepotentemente nel suo cuore, nel suo animo e nella sua mente, tenendogli continuamente occupati tutti i suoi pensieri, tanto da distoglierlo dalle sue abituali azioni criminose, anzi proprio dopo quel fugace incontro si ebbe in tal senso in tutta la zona una quiete molto strana.

Egli venne a sapere che la giovane, che aveva incontrato per caso nei precedenti giorni, era la figlia di un ricco signorotto locale di antica nobile casata di nome Cosimo II di Castellaccio (era uno dei tre castelli che apparivano nell’antico stemma della città di Messina, che sovrastava tutta quella area compresa al di sopra di Montepiselli e Camaro).  Inoltre, la ragazza era altrettanto virtuosa e castigata e nel contempo fervente e convinta praticante della religione Cristiana. 
Ibn-Hammar, non sapendo più resistere e con la speranza di poterla rivedere, si presentò al padre per chiederla in sposa. Ma in considerazione che egli oltre ad essere di religione musulmana era anche saraceno e predone,  ottenne soltanto un netto rifiuto.
Ma egli che non si aspettava una risposta negativa, perse la testa e per vendetta iniziò a commettere nuovamente feroci scorribande, sempre con i suoi uomini, depredando ed uccidendo con una rabbia più sanguinaria che mai nei confronti dei poveri malcapitati abitanti del luogo.

Insomma era ritornato il terrore in tutta quella zona e nessuno più si azzardava ad uscire da solo dopo l’imbrunire.
Il padre e la madre della giovane ragazza, seriamente preoccupati per quello che andava facendo e per la ferocia sanguinaria dimostrata, nel più assoluto silenzio e di nascosto in un carro completamente coperto la fecero trasferire in un podere di loro possedimento. 
Per qualche tempo, il saraceno non solo non la rivide più ma non seppe più nulla della bellissima ragazza.  Ma non appena egli scoprì di essere stato beffato con l’inganno, inizio le sue ricerche inviando i suoi uomini in tutte le direzioni possibili ed in un primo tempo per mezzo di lusinghiere promesse e successivamente a mezzo delle più efferate torture, riuscì a sapere dove la fanciulla veniva tenuta nascosta ed in piena notte assaltò la casa di proprietà del padre e la rapì, conducendola nei suoi sconosciuti e misteriosi rifugi, situati sui pendii delle colline, oggi meglio conosciuti come colli S.Rizzo.

Qualche altro autore, di fonte poco attendibile, relativamente a questo ultimo paragrafo, riferisce che Hassan Ibn-Hammar, dopo che ebbe ottenuto il netto rifiuto da parte di Cosimo II, sfido questo ultimo a singolare duello in pubblica piazza ed il premio ambito per il moro restava la bellissima Mata, mentre se avesse perso non doveva più pensarci e lasciare per sempre in pace la ragazza.  
Purtroppo le cose non andarono per il verso giusto e Cosimo II venne battuto e per mantenere fede alla sua parola cavalleresca, il nobile genitore di Marta fu costretto a concedere, suo malgrado, la mano della figlia al saraceno che riuscì cosi ad ottenere la mano della sua innamorata. 

Tuttavia, in un modo o nell’altro, essere riuscito ad ottenere la mano di Mata non significava avere ottenuto il suo cuore. Infatti la ragazza si chiuse in un ostinato silenzio e non volle concedergli nulla, nemmeno il più semplice bacio.
Ibn-Hammar fece di tutto per sciogliere il cuore della sua amata e farsi amare, ma con scarsi risultati. Arrivò persino ad implorarla sia con lusinghe, sia con minaccie e privandola persino del necessario per vivere, ma la ragazza per niente impaurita continuava a restare imperterrita nella sua indifferenza, rifugiandosi e trovando forza ed animo nella preghiera. 

A questo punto egli capì benissimo che la sua dolce Mata, in questa situazione, non avrebbe mai corrisposto il suo amore ed avrebbe preferito lasciarsi morire anziché concedersi.  Quindi, poiché egli era pazzamente innamorato di lei, per non perderla definitivamente, decise di smettere con le scorribande criminose, lasciando liberi i suoi uomini, si convertì al Cristianesimo (facendosi battezzare), cambiò il suo nome con quello di Grifo (che gli altri chiameranno Grifone per via della sua sproporzionata statura), appese la spada al muro e si  dedicò da allora in poi solo alla coltivazione dei campi, alle opere di beneficenza e trattando il prossimo con armonia e pace.

La dolce Mata, che mai e poi mai si sarebbe potuta aspettare un simile cambiamento in un uomo che essa considerava alla pari di una bestia immonda, molto toccata nel più profondo dell’animo, ammirando quel cambiamento e quel pentimento che essa ha considerato solo e soltanto come un vero miracolo dell’Onnipotente, poco per volta riuscì a corrispondere quel sentimento amoroso che egli in precedenza le aveva chiesto invano.
La loro unione fu allietata da una numerosa prole, talmente numerosa che la tradizione popolare ha identificato Grifone e Mata (U Gilanti e a Gilantissa in dialetto messinese) come i veri progenitori e fondatori di Messina. 
La seconda versione di questa leggenda (di origine molto discutibile), che collega le sue radici molto più indietro nel tempo, configura il “gigante moro” con Cam figlio di Noè, dal quale discendono tutte le nazioni del continente Africano, mentre la “gigantessa bianca” viene accostata a Rea, che secondo la mitologia greco-romana rappresenta la “magna mater greca”, i quali scelsero come luogo di residenza la zona di Camaro e dalla loro unione sarebbe scaturita la progenie messinese.

L’altra versione (inserita in un periodo classico) identifica invece il “gigante nero” con Saturno (Crono per i Greci) il quale avendo visto e contemplato il limpido cielo azzurro, le tinte rosee dell’aurora, la seta distesa del mare in una placida giornata, le maestose groppe delle colline e delle montagne che sovrastano la stupenda ed irripetibile costa peloritana, il tutto incastonato in un contesto quasi irreale, volle adagiare la sua falce sul mare in modo tale da creare un arco naturale, divenendo un riparo sicuro per la città che stava costruendo ed un porto altrettanto sicuro per le barche e le navi. Invece, per la “gigantessa bianca” venne fatto l’accostamento con la feconda Dea latina protettrice delle messi , che corrisponde al nome di Cibele. Anche in questa versione “I giganti” vengono rappresentati come progenitori della stirpe messinese. 

Tuttavia, per quanto riguarda la seconda versione non siamo tanto convinti della sua fondatezza e presupponiamo che sia stata fatta ad arte per essere presentata, a suo tempo, come titolo di maggiore prestigio nei confronti della città della Conca d’Oro, in quanto non ci risulta che la mitologia greco-romana annoveri tra gli abitanti dell’Olimpo un Dio dalla nera epidermide. 
Un'altra versione invece colloca questa leggenda nel periodo medievale, quando si manifestò in modo piuttosto evidente la rivalità tra i Bizantini residenti nella città della Stretto ed i messinesi stessi, i quali questi ultimi indicavano con un termine dispregiativo “Griffones” la comunità dei Greci, che in modo piuttosto dispotico detenevano il potere giudiziario, politico ed amministrativo, escludendo completamente dal sistema burocratico gli originari residenti, sopraffacendoli  e sottoponendoli a continui angherie ed abusi anche di natura fiscale. 

Dietro queste vessazioni e soprusi, la cittadinanza di Messina, mal sopportando questo stato di cose insorse contro questa comunità straniera che si era appropriata della città.
Proprio in quel periodo, nel 1190, nel porto di Messina erano state radunate le navi delle flotte di Riccardo Cuor di Leone ( re Inglese) e di Filippo Augusto di Francia per preparare ed organizzare la Terza Crociata, la quale venne benedetta prima ancora di salpare, nella Chiesa dei Cavalieri del Priorato di S. Giovanni Gerosolimitano (oggi Cavalieri di Malta).

Poiché questi tumulti turbavano ed influivano in modo negativo, causando molto ritardo nell’organizzazione, nell’approvvigionamento di armi, di alimentari e nell’approntamento di tutte quelle operazioni ed attività addestrative necessarie per portare ogni unità della Crociata al giusto grado di efficienza operativa e pertanto alla buona riuscita della spedizione stessa, in quanto quasi tutti i messinesi erano coinvolti in questo violento tafferuglio, il valoroso condottiero Inglese, avendo anche in grande avversione la componente sociale greca, si vide costretto ad intervenire nella disputa a favore dei veri cittadini di Messina.

L’intervento del re Riccardo Cuor di Leone a fianco dei messinesi fece volgere le sorti a favore di questi ultimi, facendogli riacquistare la propria identità e la libertà che avevano perduto.
Per quanto sopra, dopo questa rivolta i cittadini di Messina di estrazione latina, quando si riferivano alla componente rivale, li appellavano come “Matagrifone” dall’unione del verbo latino “maetere” o dallo Spagnolo “matare” che corrispondono entrambi ad ammazzare e “Grifoni” in quanto nel medio evo ed in modo particolare nella citta’ di Messina, come già detto, si intendevano in modo dispregiativo i Greci-Bizantini.
Dopo questa rivolta, con molta probabilità, i messinesi presero l’usanza di rappresentare il gigantesco moro che cavalca un superbo destriero, come uno dei principi arabi che furono sconfitti o caduti prigionieri, mentre la superba cavallerizza dalla pelle bianca si potrebbe configurare come la città di Messina vincitrice che conduce il Grifone in stato di sottomissione.

Non a caso infatti, durante la tradizionale passeggiata per le vie della citta’, Grifone si trova dietro Mata ed inoltre la testa della trionfatrice è stata rappresentata con una corona d’alloro e con tre torri, come gli antichi castelli di Matagrifone, Castellaccio e Gonzaga che figuravano nell’antico stemma mamertino.      

L’ulteriore leggenda riferisce che la prima volta che si videro i due personaggi che corrispondono al nome di Mata e Grifone è stato il 12 agosto del 1086 quando Ruggero d’Altavilla detto il “Normanno” dopo avere liberato l’intera Sicilia dalla dominazione dei Musulmani, ritornò a Messina e volendo festeggiare in modo trionfale la sua vittoria, diede disposizione a tutti i personaggi nobili e notabili della città di attenderlo a cavallo dei loro destrieri davanti alla Cattedrale per assistere al suo trionfo.

Egli durante la sfilata, venendo dalla parte delle colline, si trovava in seconda posizione subito dopo un’imponente statua di cartapesta, pettinata ed adornata come una gran dama in groppa ad un bellissimo cavallo con una sella di velluto cremisino ricamata in oro (in rappresentazione della Vergine Maria nel momento in cui faceva il suo ingresso in paradiso, come asserisce il G. Buonfiglio nel I° vol. di pag. 76 e segg. di “Messina città nobilissima”), tutto baldanzoso cavalcando un cammello, seguito da altri cammelli addobbati in modo barbaresco ed attorniato subito dopo dai suoi alti dignitari che cantavano inni di guerra ed innalzavano ringraziamenti alla Madonna, con al seguito una folla festeggiante di seguaci mentre seguivano come prigionieri i due personaggi (un uomo di colore scuro ed una donna bianca, entrambi di corporatura sproporzionata) che con molta probabilità dovevano essere i condottieri degli altri prigionieri che chiudevano il corteo e che tra l’altro venivano condotti in catene, presi in giro, percorsi continuamente e ben controllati da una moltitudine di guardie armate.

Tuttavia, ritornando alla nostra leggenda, in concomitanza della consacrazione al culto della Cattedrale, gli amministratori della città di Messina, d’intesa con i sovrani dell’epoca, a far data del 21 settembre 1197, vollero ripristinare la stessa usanza di portare in giro per le vie cittadine le statue della Madonna Assunta, del condottiero Ruggero e degli infedeli sconfitti,  in mezzo ad una moltitudine di folla festante in modo di ricordare e rinverdire i fasti e la gioia di quel lontano giorno di trionfo del 12 agosto 1086.
Durante questo corteo storico i sovrani presenti offrivano due grandi ceri in onore della Madonna Assunta che venivano trasportati a spalla da quattro uomini che indossavano caratteristici costumi. In tale occasione anche le piazze ed i quadrivi della città veniva addobbati a festa.

Queste rappresentazioni successivamente a partire dal 1517 furono spostate ed inserite nelle festività della “fiera franca”, regolate da prerogative sovrane, che iniziavano dal 25 luglio e si concludevano il 17 agosto di ogni anno.  Nell’imminenza della sua apertura il banditore del Senato usciva a cavallo seguito da trombettieri a pubblicare il bando della festa, per esortare alla partecipazione come concorrenti ed espositori e sia per contribuire per le luminarie che si dovevano allestire, oppure con gesti di beneficenza.    
Da quel momento in poi, questa tradizione si è perpetuata negli anni successivi e nel tempo, apportando di volta in volta qualche modifica, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Adesso a questo punto ci sembra doveroso (anche per chi non li ha mai visti fisicamente), descriverne la struttura, le fattezze e le variazioni effettuate nei secoli per queste due statue equestre lignee, che quasi raggiungono facilmente gli otto metri di altezza:
Successivamente alla loro originaria rappresentazione, come abbiamo già detto all’epoca dell’ingresso trionfale di Carlo V, le statue vennero modificate nel 1560 dal fiorentino Martino Montanini (allievo del Montorsoli), ed avevano la testa e le braccia mobili e venivano sollevate in area per essere trasportate a spalla con un andamento traballante che in qualche modo imitava una lenta cavalcata.

In seguito, verso il 1570 (come ha descritto il Samperi, mentre il Li Volsi dice che è stato nel 1581) Andrea Calamech ha eseguito il rifacimento della testa, finemente ed artisticamente intagliata su legno d’ebano, mentre suo nipote Lorenzo li ha dipinti entrambi nel 1571.  Successivamente nel 1586  lo stesso Andrea Calamech rifece il corpo del Gigante saraceno, ma senza più parti mobili.             
L’attuale posizione a cavallo risale al 1723, ma a suo tempo le gambe dei destrieri in proporzione al corpo erano molto piccoli.
Dopo il terremoto del 1873, dopo avere subito danni irreparabili, la Gigantessa bianca è stata interamente rifatta.

Durante il successivo disastroso terremoto del 1908, che rase Messina al suolo ancora una volta, entrambi i giganti vennero danneggiati.  Ma durante la ricostruzione della città, pur se con molta lentezza per il degrado che si viveva e la trascuratezza degli amministratori dell’epoca, anche i “Giganti” nel 1926 vennero finalmente riportati allo splendore per continuare fino ad oggi  l’antica tradizione. Anche durante l’ultimo conflitto della seconda guerra mondiale le due statue gigantesche subirono danni e nel 1951 furono in gran parte ricostruiti in un cantiere allestito nelle vicinanze del Monte di Pietà sotto la direzione del Prof. Michele Amoroso che si avvalse di consulenti storici e tecnici, mentre l’ultimo rifacimento definitivo, con interventi di materiale resinoso, risale al 1986 ed è stato effettuato dalla ditta Prizzi di S.Cataldo (CL).   

La prosperosa Marta, che la tradizione la vuole nativa di Camaro (antico quartiere che si trova più a monte del ponte Zaera) che simboleggia l’elemento autoctono e cavalca con maestà un bellissimo destriero bianco (prima degli ultimi rifacimenti era nero e maculato), presenta sul capo una corona di foglie di alloro, sormontata con tre torri che rappresentano gli antichi castelli di Messina. Attorno al collo reca un filo di perle e dalle orecchie le pendono orecchini d’oro e di perle.
Indossa una corazza di colore azzurro con ricami in oro sopra una corta veste bianca, mentre sulle spalle un bellissimo mantello di velluto blu le copre le spalle adagiandosi sul posteriore del suo destriero, finemente bardato. Nella mano sinistra ha un mazzetto di fiori, mentre con la destra impugna una lancia. Ai piedi porta dei calzari con stringhe intrecciate.

Il Gigante Grifone, che cavalca un bellissimo stallone di colore scuro (in precedenza di colore bianco) ha una bellissima testa di moro con capelli fitti ed incolti (che rispecchia quella costruita dal Calamech), incoronata con foglie di lauro e ornata di un bel paio di orecchini a mezzaluna.  Indossa una corazza di colore argento, modellata sul suo busto, sopra una corta tunica bianca bordata in oro.

Sulle spalle porta un mantello di velluto rosso, sempre bordato da fregi in oro, ed anche questo si adagia coprendo una parte del posteriore del suo cavallo. Nella mano destra impugna una mazza di metallo, mentre con la mano sinistra governa le redini del suo destriero e nello stesso braccio ha uno scudo ovale, istoriato con un castello a tre torri nere su sfondo di colore verde e con merli d’oro intorno. Al fianco sinistro porta una bellissima spada del XVI secolo, la cui elsa con impugnatura a croce è ornata da una testa di leone, mentre alle sue estremità vi sono raffigurate due artistiche teste di uccelli rapaci. Ai piedi anche lui porta dei calzari molto curati.

Per il colore della sua pelle, alcuni autori gli hanno attribuito antichissime origini etiopici, oltre a qualche altro legame con alcune discendenze prettamente arabe.
Tuttavia l’unione con una donna bianca ha assunto ed assume un certo significato emblematico per una città che si trova nel crocevia del Mediterraneo, la quale ha sempre avuto la vocazione di città prettamente ospitale, senza badare al colore della pelle, sia nelle relazioni umane che in quelle mercantili.    
        
In conclusione, ormai è ben risaputo che la storia di una nazione, di un popolo o di una città non sempre rispecchia e coincide con fatti realmente accaduti, anche perché (per mancanza o per insufficiente documentazione probatoria, conseguentemente a distruzioni od altro) si sconosce quali siano i motivi per i quali a volte sono scaturiti ed inoltre non si percepisce con esattezza quale sia realmente il confine tra la storia e la leggenda, per la stretta ed intrinseca connessione che in effetti è sempre esistita tra la realtà e la fantastica immaginazione degli uomini.

Pertanto, nonostante i vari aneddoti o racconti (a secondo le varie versioni o situazioni che si sono venute a creare) che hanno fatto scaturire questa leggenda, il Gigante e la Gigantessa per il popolo messinese rappresentano e rimarranno per sempre due figure estremamente simpatiche (e tra l’altro configurati come due numi tutelari) che non possono più essere dimenticate o separate dai febbrili e tanto attesi festeggiamenti che annualmente si svolgono nel contesto del ferragosto, tenendo con la testa all’insù i cittadini ed i turisti durante il loro passaggio (provenienti da uno slargo che costeggia la corsia discendente dello svincolo autostradale di Camaro, preceduti da uno stuolo di musici, gruppi folkloristici e majorettes,  per poi raggiungere e sfilare nelle principali vie della città), che si intersecano in una sorta di grande suggestione e gioioso teatro che si svolge all’aperto in un contesto di festività religiose e civili che rappresentano in parte la storia plurimillenaria, attraverso le quali la città ha fino al momento esternato sempre in modo piuttosto palese e continuerà a farlo per esprimere maggiormente il suo orgoglio di appartenenza alle tradizioni che scaturiscono dalle sue antiche radici. 


 

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