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Villa Grill
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La cosiddetta “Palazzina Grill” a Minissale, sulla nuova strada statale 114 presso il bivio in direzione di Contesse, è quanto rimane di una grande villa di campagna circondata da un vasto parco e fatta edificare, verso la metà dell’Ottocento, da Federico Grill.

Nato il 28 giugno 1784 ad Augusta in Baviera, giunse a Messina nel 1803 e, nel 1833, ereditò la “casa di commercio” elvetica “Giovanni Walser & C.” di cui era stato semplice dipendente, estendendo i suoi interessi commerciali, bancari e finanziari nell’area dello Stretto, associando alle sue attività imprenditoriali nel 1838, i nipoti Alberto e Paolo. Federico Grill fu anche figura di spicco nell’ambiente culturale, politico e sociale messinese, da mecenate di artisti locali a rivoluzionario antiborbonico nel 1848, ad amministratore dal 1843, fino alla morte (10 febbraio 1868), dell’ancora esistente “Ospizio degli Storpi di Collereale” (oggi “Casa di Ospitalità Collereale”).

I suoi molteplici interessi culturali e, soprattutto, la sua spiccata vocazione di protettore delle arti, lo portarono ad edificare una villa che rispondesse, nei canoni formali e stilistici, all’eleganza non affettata e non ostentata della purezza dell’arte neoclassica. Artisti che godettero della sua protezione furono i messinesi Dario Querci, Natale Carta e, soprattutto, Giacomo Conti che dipinse per il suo munifico mecenate, tra il 1860 e il 1870, “La morte di Giulietta e Romeo”, “Federico II riceve da Michele Scoto le traduzioni dei libri di Aristotele”, “Banco che appare a Macbeth” e “La Parabola del Buon Samaritano”, quest’ultimo destinato all’Ospizio Collereale dove ancora oggi si trova.
La superstite “Palazzina Grill” originariamente era ubicata a conclusione, lato monte, del grande giardino cui si accedeva dalla villa molto più a valle, oggi scomparsa insieme alle pertinenze quando il terreno fu espropriato per consentire la realizzazione della nuova strada statale. In realtà, non avendo destinazione residenziale, la sua funzione era quella di costituire una sorta di “dependance” isolata per accogliere riunioni conviviali, una “Casa del The” o “Coffee House” peraltro frequente nelle tipologie architettoniche delle ville tedesche e anglosassoni.

A due elevazioni fuori terra, l’edificio incarna tutti gli stilemi della cultura architettonica della prima metà dell’Ottocento a Messina, sia nell’elegante e misurata partizione dei prospetti, con quello principale scandito da eleganti lesene scanalate con capitelli ionici; sia nella fascia marcapiano con raffinate decorazioni spiraliformi; sia nel bugnato appiattito, sobriamente mosso da delicate scanalature a formare una sorta di ingabbiatura dall’eccezionale valore disegnativo.

Certamente un raffinato progettista, imbevuto di cultura neoclassica, fu l’artefice di questa equilibrata ed armonica architettura, un architetto non estraneo ma sicuramente attivo partecipe dei nuovi fermenti artistici che domineranno le espressioni figurative, a Messina, per tutto il secolo XIX.

In un suo articolo Franco Chillemi ne ha proposto, convincentemente, l’attribuzione a Carlo Falconieri e per tutta una serie di considerazioni quali l’interesse di Federico Grill per la cultura teatrale; i rapporti di committenza con Giacomo Conti, allora impegnato nel costruendo Teatro S. Elisabetta per il quale realizzerà il “velarium”; il fatto che Federico e il nipote Paolo fossero tra i fondatori del Circolo della Borsa che aveva sede nel teatro; la presenza di maschere teatrali nelle specchiature sottostanti le finestre del primo ordine; gli interventi di un certo rilievo, di Carlo Falconieri, per i dettagli ornamentali del Teatro del quale, tra l’altro, aveva presentato un suo progetto scartato in favore di quello redatto dal napoletano Pietro Valente.

Un’architettura di grande pregio, dunque, un blocco compatto reso quasi etereo dagli ampi vuoti delle arcuate finestrature, elegantemente risolto in altezza con una larga fascia decorata da intrecci vegetali e motivi fitoformi che evocano la produzione plastica-figurativa della tarda romanità, intessuto dal sapiente dosaggio di festoni, candelabre, ghirlande e tutti quei motivi cari al repertorio decorativo neoclassico, coronato dallo stemma di famiglia dei Grill (analogo uso del blasone araldico che si riscontrerà nella posteriore Villa Peirce a Spartà). Ma anche un’architettura da rovine piranesiane, uno sfacelo edilizio, un presenza ormai anacronistica in un contesto urbano che più non le appartiene, consumata e forse destinata a scomparire nel degrado, nell’abbandono e nella generale indifferenza.

 


 
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