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Villa Peirce o “Pessi”
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Indicata come “Villa Berta” nella iconografia precedente al terremoto del 1908 e anche “Pessi”, in una forma corrotta dialettale, venne edificata nel 1894 in Contrada Barone del Villaggio Spartà.
I Peirce erano una famiglia di immigrati inglesi dediti ad attività mercantili. Il figlio di George Peirce (a Messina tra il 1806 e il 1816), William Henry,  si stabilì a Messina subito dopo la Restaurazione Borbonica. Qui, in società con Walter Becker ed Ernesto Ilardi, fondava la “Peirce, Becker & Ilardi” con attività di agenzia marittima e di noleggio. La ditta si trasformava poi, nel 1899, in “Peirce & Becker” dedicandosi esclusivamente all’armamento di una flotta transoceanica per merci e passeggeri.

La “Sicula-Americana”, compagnia di navigazione dei Peirce che dalla fine dell’Ottocento fino al sisma del 1908 gestirà una linea di piroscafi con cargoes per gli Stati Uniti, rappresenterà l’avanguardia delle linee transoceaniche di collegamento fra Messina e gli scali portuali del Nord e del Sud America.

La splendida Villa da loro costruita a Spartà (oggi di proprietà dell’avv. Augusto Pagano), costituisce un notevole e pregevole esempio di architettura   con riferimenti eclettici ispirati alla cultura anglosassone che sono diretta conseguenza dell’amore per il Romanticismo dell’illuminata borghesia inglese.

Il “gotic-revival”, in particolare, era lo stile preferito, qui ravvisabile nella serie continua di “beccatelli” medievaleggianti nel cornicione di coronamento e nelle trabeazioni delle finestre bifore e monofore, del piano nobile.

La villa è un’architettura inedita di Gino Coppedè (Firenze, 26 settembre 1866 – Roma, 20 settembre 1927), progettata nel 1894 agli inizi della sua carriera di architetto, quando venne a Messina perché invitato dall’ing. Vincenzo Vinci, uno dei fautori della ricostruzione della città post-terremoto.
Contrariamente a quanto è stato unanimemente riconosciuto finora, Villa Peirce è di conseguenza la sua prima opera in assoluto, precedente di tre anni al Castello di Evan Mackenzie a Genova, ritenuto la sua prima architettura.

Quando Coppedè progetta questa villa a Spartà, si era da poco diplomato nel 1891 professore di Disegno architettonico ad “unanimità di voti e plauso” all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Dal 1913 al 1925 opererà, poi, a Messina, iniziando con Villa Costarelli nella zona di “Villa Luce” sulla sponda sinistra del torrente Annunziata, distrutta, e concludendo, due anni prima di morire, con il palazzo di civile abitazione dell’isolato 312 di via Garibaldi e via Cardines, ancora esistente. A Messina farà scuola con l’uso di ornati che andavano dal “gothic revival” al moresco, dal neo-medievale al liberty con citazioni “Secession” (di Monaco, Berlino e Vienna), dal neo-manierismo al neo-rinascimento.

Propugnatrice di uno stile nuovo e originale, nel contesto di definizioni più generali quali, ad esempio il Liberty, espressione tipica dello spirito modernista, la denominazione di “stile Coppedè” è entrata nel linguaggio comune, in maniera così prorompente e incisiva, da essere normalmente usata nella saggistica e nella letteratura critica per definire una precisa corrente di gusto e un periodo figurativo che avrebbero segnato e caratterizzato la cultura architettonica e decorativa italiana dei primi 25 anni del Novecento.

Scrive Rosanna Bossaglia, che insieme a Mauro Cozzi è autrice dell’approfondito volume “I Coppedè” (Sagep editrice, Genova 1982), che addirittura “[…] non sono numerosi gli architetti italiani che abbiano dato nome a uno stile e nessun altro in quello scorcio di anni e congiuntura del gusto”. E ancora, la Bossaglia: “[…] gli oggetti architettonici non paiono avere solidità strutturale perché si offrono come il risultato di un grande lavoro di intaglio o il coronamento di un paziente lavoro di oreficeria: il che corrisponde perfettamente alla maniera con cui ne sono condotti i disegni progettuali d’insieme: dove gli edifici, descritti con la minuzia di cui si è detto, appaiono grondanti di decorazioni, come percorsi da una sorta di pulviscolo fantastico. Tale carattere distingue con chiarezza l’opera di Gino Coppedè da quella degli architetti italiani che gli sono simili […]”.


 
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