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I monumenti funerari al Gran Camposanto
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Ingresso principale del Gran Camposanto

Tutte le sepolture di stranieri presenti nel Gran Camposanto, provengono dal cosiddetto “Cimitero degli inglesi” ubicato nella penisola falcata di San Raineri, quando nel 1942 se ne attuò il trasferimento nell’apposita area antistante via San Cosimo.

Secondo quanto ha tramandato la tradizione orale inglese, il terreno a San Raineri per la sepoltura dei protestanti venne donato da re Ferdinando di Borbone all’ammiraglio Orazio Nelson (1769-1805). La presenza anglosassone a Messina si lega ad interessi commerciali quando, già in un bando del 1784, veniva statuita la libertà dei traffici (il porto franco era stato concesso nel 1729) e, soprattutto all’art.IV, veniva ribadita la libertà di culto e di religione agli stranieri che si trasferivano nella città. Fu, comunque, dopo il 1906 con lo sbarco a Messina di numerose truppe inglesi e a seguito della loro lunga permanenza, che fu necessario realizzare un “British Cemetery”.

Il luogo prese allora il nome di “la Spina”, dagli impenetrabili spineti che lo circondavano, nella penisola falcata di San Raineri. Scrive in proposito Tommasa Basile Vadalà: “…nei secoli XVIII e XIX, “la Spina” divenne ufficialmente un sepolcreto Acattolico, non esclusivamente inglese, già operante del resto, fin dal 1728 e forse ancor prima del 1694, come attestano alcuni documenti dei libri “Sacrimentali mortuorum” nella parrocchia di San Luca. Il termine “ngrisi” con cui il popolo qualificò nel secolo XIX tale sepolcreto, nacque dal fatto che nonostante la stabile permanenza nell’isola degli Inglesi, la loro lingua, assimilata solo in alcune voci marinare (benché stampassero, al tempo, una Gazzetta Britannica recante lo stemma fra il leone ed il liocorno) restò al popolo quasi del tutto incomprensibile.


Interno del Cimitero degli Inglesi

Da ciò nacque il toponimo “U campusantu di ngrisi” atto ad identificare il sepolcreto di tutti gli acattolici stranieri, e perciò, quanto gli inglesi, incomprensibili al volgo. L’espressione  “Cimitero Inglese” ancora oggi denomina la zona acattolica del Gran Camposanto di Messina sita alle spalle della direzione, del cui nome il custode G: Attard nel 1945 avvertì l’improprietà, nel censire colà le sepolture di acattolici: Tedeschi, Russi, Greci ed anche “inglesi” sia pure in una zona privilegiata. E’ comunque facile individuare il periodo in cui nacque, e non solo fra il popolo, tale falsa ed esclusiva attribuzione agli Inglesi, prima della zona “la Spina” e poi della zona acattolica del Gran Camposanto. In occasione infatti della spedizione di Gioacchino Murat, nel 1810 in Messina vennero fatte molte opere di munificazione a tutti i forti della città ed alle torri del Faro, già armate nel 1799, si aggiunsero altri forti, sulle montagne del Gesso e sulla costa da Castanea, lungo Curcuraci fino a Scaletta e S. Teresa.

Proprio in questa occasione gli Inglesi, per maggiore comodità nel trasporto delle artiglierie pesanti, resero carrozzabile la strada da Mili a Torre Faro; contemporaneamente sulle alture di Curcuraci costruirono dei grandi quartieri per accamparvi le loro truppe: quel sito, fino ad allora chiamato piano dei Campi, venne denominato Campo degli Inglesi altro toponimo interessante, che solo durante il fascismo, per ovvi motivi, mutò il nome in “Campo Italia”. Fu grazie al loro aiuto, alle loro opere di munificazione ed alla loro attiva resistenza, che gli attacchi Murattiani fallirono, ed il Re Ferdinando I potè ritornare in Napoli; in tale occasione, si credette che il Sovrano avesse donato loro la zona “la Spina” come sepolcreto.

Questo fatto storico conferì ad una espressione vernacolare tale credibilità da indurre lo stesso consolato Inglese, non molti decenni fa, a rivendicare come propria ed a dubitare dell’autorità del Comune di Messina sulla zona acattolica. Alla luce di quanto fin qui detto, spero senza troppo tedio del lettore, credo sia più esatto denominarlo “Cimitero detto degli Inglesi”; una piccola curiosità, questa, per quanti amano riscoprire la storia troppo spesso sepolta e ridotta in maceria della Nostra Città”.


Da allora e per tutto l’Ottocento, un rilevante campionario di tipologie funerarie si è avvicendato, come scrive Luisa Paladino: “Il vasto repertorio classico di urne cinerarie, stele velate o inghirlandate, colonne spezzate sorrette da are, di edicole a forma di tempietto dorico e di sarcofagi di foggia neorinascimentale, si trova documentato, sin dal primo decennio del secolo, nel cimitero destinato agli acattolici, detto degli Inglesi perché il nucleo più antico di sepolture risale alla colonia britannica, ora nel recinto del Gran Camposanto proveniente dalla penisola di S. Raineri, da dove fu sgomberato nel 1942”.


Monumento funerario a Jacobus Augustus Estlander

Medico e scienziato, Estlander nacque nel 1831 a Lappfiord in Finlandia e, prima di insegnare all’Ateneo messinese, aveva già raggiunto la fama per i suoi studi sul tifo, sui sarcomi e sui tumori al seno. Ma, soprattutto, per il cosiddetto “metodo Estlander”, applicato per sostituire il labbro inferiore utilizzando porzioni di quello superiore, e, per “l’operazione di Estlander” nelle patologie respiratorie. Pioniere della medicina di fama mondiale, Estlander morì a Messina nel 1881 e il suo busto di granito nero si trova nella sezione acattolica del Gran Camposanto.
La scultura venne realizzata da Giovanni Scarfì, su monumento firmato “H. J. Stigell”.

Monumento funerario a Federico Grill

Personaggio molto amato dai messinesi che, come si legge nell’epigrafe, “popolani e patrizii in amaro cordoglio/la salma di lui al sepolcro seguirono”, e che beneficiava “più che benefattore padre agli sventurati/sempre largiva/parole di conforto obolo di carità”, morì il 10 febbraio 1868 e venne sepolto nel cimitero acattolico “degli Inglesi” nella penisola falcata di San Raineri, poi trasferito nel Gran Camposanto dove il nipote Paolo gli fece erigere un monumento funerario in marmo bianco, opera dello scultore Lio Gangeri che lo firmò “L. Gangeri f. Messina 1869”.

Letterio, detto Lio, Gangeri, nacque a Messina il 1 giugno 1845 ed apprese l’arte della scultura nella bottega del padre e del fratello Antonio, ereditandone bottega e committenza alla sua morte. Nel 1868 scolpì il mezzobusto di Paolo Grill e quello di Felice Bisazza per l’Ateneo messinese, e, cosa più importante, ebbe l’incarico del Comune di Messina di realizzare il monumento funerario a Giuseppe Natoli da collocare nel Famedio del Gran Camposanto. Recatosi a Roma, frequentò le lezioni di Giulio Monteverde e, l’anno successivo, scolpì il monumento funebre a Federico Grill.

Fra le sue più importanti opere, il monumento a John Hermann Falkenburg (1871) al “Cimitero degli Inglesi” (oggi al Gran Camposanto); il mezzobusto di Giuseppe Mazzini (1876) per l’omonima villa, distrutto dal terremoto del 1908 e sostituito da una copia di Antonio Bonfiglio; il mezzobusto di Francesco Sturzo Brunaccini principe di San Teodoro (1878); il mezzobusto del baronello Edoardo Guglielmo Lo Mundo (1881); la statua equestre di Umberto I in bronzo, presentata nel 1880 all’Esposizione di Torino; il monumento all’avvocato Gabriele Carnazza per il Cimitero di Catania (1886); il monumento a Marco Minghetti inaugurato nella piazza San Pantaleone a Roma nel 1895; il monumento a Luigi Orlando a Livorno (1898); le due statue allegoriche della Pittura e della Scultura (1910) nel salone interno dell’Altare della Patria a Roma.

Per la Cattedrale della sua città, Messina, nel 1901 eseguirà la statuetta in argento della Madonna della Lettera sistemata sul fercolo
Monumento funerario a Federico Grill (primo a
sinistra)

processionale. Direttore della Reale accademia Artistica di Carrara, insegnerà plastica presso la prestigiosa Accademia romana di San Luca. Morirà a Salerno il 5 febbraio 1913.
Il monumento a Federico Grill rappresenta un pregevole esempio di scultura neoclassica, sia nella sua generale impostazione di sarcofago sormontato da un’ara, che nel realistico altorilievo dove, con atteggiamento naturalistico, l’estinto offre l’obolo ad un povero interpretando significativamente il tema cristiano della Carità.


Monumento funerario ad Arsenio De Julinetz

Arsenio De Julinetz, nobile del Governo di San Pietroburgo e Consigliere  di Stato, Console Generale di Russia in Sicilia, fu personaggio di spicco nella Messina della prima metà dell’800. Alla sua morte, il 5 maggio 1849, il figlio Giorgio fece realizzare il monumento sepolcrale dove, il 20 maggio 1868, trovò sepoltura anche la madre Chiara Hodoul. Giorgio fu anche tra i musicisti più noti in ambito nazionale, apprezzato collaboratore di riviste culturali come “La Farfalletta” e autore di opere teatrali e di diversi brani musicali.
Il semplice monumento De Julinetz si compone di un sarcofago parallelepipedo sormontato da una piramide a base quadrata, simbolo egizio e massonico.


Monumento funerario a John Thomas Eaton

Il pregevole monumento si compone di un sarcofago dalle eleganti linee neoclassiche sorretto da zampe leonine ungulate, secondo una tipologia ricorrente in analoghe realizzazioni tardo-rinascimentali e manieristiche. Sul fronte, una targa coronata da ghirlande col simbolo alato del tempo che fugge, reca l’iscrizione dedicatoria “in loving memory of John Thomas Eaton” (25 luglio 1834 – 13 febbraio 1890). A coronamento, la copertura a lunetta con armoniosi ricci floreali dove al centro spicca un cartiglio a fettuccia con il motto “VINCIT OMNIA VERITAS”.
John Thomas Eaton, imprenditore inglese, gestì le filande di Gazzi e di Porto Salvo, tra le più importanti della città.


Monumento funerario a Giovanni Walser

Di semplice tipologia ad ara, venne realizzato da Giovanni Benigni nel 1835 per volontà di Federico Grill e si compone di un piedistallo di forma leggermente tronco-piramidale recante le epigrafi incise, sormontato da una neoclassica urna cineraria decorata con serti vegetali e motivi geometrici a “meandro”. Antefisse in stile corinzio sottolineano gli angoli della cornice sommitale.

Johannis Walser, appartenente ad una nota famiglia di mercanti e banchieri di Heyden (Appenzal) dove era nato nel 1769, giunse a Messina nel 1801 dove costituì la ditta commerciale e bancaria “Giovanni Walser & C.”. Benefattore e filantropo, alla sua morte avvenuta il 15 maggio 1833 destinò ventimila onze all’”Ospizio degli Storpi di Collereale”. Non avendo discendenza diretta, nominò erede della ditta il socio Federico Grill che ne proseguì l’attività incidendo notevolmente nelle vicende economiche e sociali della città. Giovanni Benigni che realizzò il monumento (in origine nel cimitero acattolico cosiddetto “degli Inglesi”, nella penisola falcata di S. Raineri), nacque a Messina nel 1805 e fu allievo di architettura a Roma di Gaspare Salvi.


Monumento funerario a John Hermann William Falkenburg

Firmato “L. Gangeri fece”, il monumento Falkenburg in marmo bianco si rifà alla classica tipologia dell’ara recante l’epigrafe di John Hermann William Falkenburg (19 novembre 1802 – 3 aprile 1871) e sormontata, agli angoli, da antefisse, con l’urna cineraria sovrastante coperta, in segno di dolore e di mestizia, da un realistico lenzuolo-sudario.


Monumenti funerari ad Amelia, Robert e Bertha Sanderson

Nel più tipico stile anglosassone, i monumenti ad Amelia Sarah Sanderson (morta il 26 febbraio 1863), a Robert Sanderson (morto il 27 febbraio 1907) e a Bertha Aders Sanderson (morta il 22 agosto 1866), sono costituiti da semplicissimi sarcofagi marmorei di forma parallelepipeda con epigrafe incisa sulla lastra rettangolare di copertura.


Monumento funerario a Iane Smith Krogh

Anche se di esecuzione non particolarmente raffinata, il monumento funerario a Iane Smith Krogh, morta a Messina il 10 marzo 1819 all’età di 24 anni, rappresenta un interessante esempio di scultura di inizio Ottocento, di forme, quindi, più puramente neoclassiche. Sulla stele funeraria di forma parallelepipeda sono scolpite, a bassorilievo, le effigi del marito Gabriel Krogh e del figlioletto, in atteggiamento sconsolato e affranto dal dolore.

Mentre col braccio destro stringe la mano del figlio, il braccio sinistro è appoggiato sull’ara sepolcrale alla cui base sta accucciato un cane simbolo di fedeltà. In alto, un’urna cineraria sovrastata da due cuori trafitti da un pugnale. Nel fastigio sommitale, fra due mani che si stringono e le iniziali di Iane Krogh, due torce hanno le fiamme capovolte, in segno di lutto.


Monumento funerario a Ettore Bryant Barrett

Per la famiglia Barrett (Robert nel 1895, insieme a William Robert Sanderson, aveva fondato la società “Sanderson & Barrett” specializzata nella produzione di essenze di agrocotto) lo scultore Giovanni Scarfì aveva realizzato, una prima volta nel 1889, il monumento a Ettore Bryant Barrett e, una seconda volta nel 1917, quello ad Anna De Domenico in Barrett, Gualtiero Briante Barrett e Amalia Barrett.

Nato nel Casale di Faro Superiore nel 1852, Scarfì operò con intensità soprattutto nella realizzazione di sculture funerarie al Gran Camposanto, come rileva Grazia Musolino: “L’eccezionale e feconda produzione di Giovanni Scarfì in campo funerario è stata talmente intensa e vasta da incidere concretamente sulla fisionomia delle zone più antiche del nostro Gran Camposanto. L’elenco dei monumenti censiti, tutti firmati e quasi tutti datati, in atto conta circa 123 opere, destinate ad aumentare notevolmente una volta finita la ricognizione delle numerose Sezioni della zona lato Palmara. La produzione rilevata inizia dal 1876 e si conclude nel 1926 anno della sua morte”.

Fra le sue, più pregevoli sculture, il monumento a Francesco Saya scolpito a Roma (1878); la stele del sepolcro a Maria Repeci (1885), “…caratterizzata dal rilievo con l’elegante figura femminile, realistica rappresentazione della carità, coperta nell’ampio scialle che morbido ricade sulla serica veste, appena rialzata dal tipico sellino ritornato in auge proprio intorno agli anni 1880” (Grazia Musolino); i ritratti di Amalia Chiassone Rotella e Giuseppina Lo Giudice (1890); il sepolcro di Francesca Tricomi La Porta (1895); il monumento a Paolo Cavallaro e Maria Raffa (1896), “…in cui la bella statua del genio-angelo è intenta ad annotare il cognome dei coniugi nell’alta colonna.” (Grazia Musolino); il monumento al piccolo Francesco Augusto Marangolo (post 1888) di struggente e delicata bellezza; il monumento a Letterio D’Andrea (1912); il sepolcro di Antonino e Natalizia Cappuccio (1905) nel quale due colonne spezzate sono tenute da un puttino in volo. Scarfì eseguì anche il suo monumento funebre nella spianata del Cenobio, un busto in bronzo di eccezionali qualità veristiche ed arguzia (1889) sistemato su un semplice cippo realizzato da Ovidio Sutera che si disse onorato e privilegiato di esser stato chiamato a sistemare l’ultima dimora di un tanto celebrato e geniale maestro.

Il monumento funerario ad Ettore Bryant Barett (11 settembre 1857 – 16 giugno 1887) al Gran Camposanto, in marmo bianco scolpito, si caratterizza per il bel basamento dov’è scolpita ad altorilievo una figura allegorica femminile dalla classica positura, che, in segno di mestizia, con la mano sinistra tiene una ghirlanda che sta poggiando a terra. Al di sopra si eleva una stele tronco-piramidale che reca il ritratto a rilievo dell’estinto, circondato da un serto vegetale. Di notevole effetto plastico le decorazioni floreali di derivazione liberty.


Monumento funerario al capitano J. H. Hill

Un semplice tabernacolo di ordine dorico dalle essenziali linee neoclassiche è il monumento funerario del capitano inglese  J. H. Hill, morto all’età di 24 anni il 4 novembre 1811. Fu trasferito al Gran Camposanto, nel 1942, dal “Cimitero degli Inglesi” nella penisola falcata di S. Raineri.


Monumento funerario al tenente Jan Pieter Noorduyn

Di tipologia analoga a quello del capitano Hill, il monumento venne eretto dai commilitoni ufficiali: Tenente nella Marina di “S. M. il Re dei Paesi-Bassi”, Noorduyn morì a  bordo del vascello Reale Guglielmo I, alla rada di Messina, il 16 agosto 1819 all’età di 27 anni.


Monumento funerario De Gregorio Fischer

Eretto nel 1897 per la famiglia Fischer, un Maximilian Fischer, mercante inglese, giunse a Messina nel periodo delle guerre napoleoniche. Alla fine del secolo XIX, un luogo di ritrovo particolarmente frequentato dalla comunità germanica a Messina era la “Dolceria Tedesca”, di Giorgio Vogelsang e Carlo Fischer.


Monumento funerario M. Haugk De Rocco

Nella prima metà dell’Ottocento il berlinese Paul Heinrich Franz Sukey ed Hermann Haugk, di Lipsia, erano titolari a Messina della ditta “Sukey & Haugk” che si occupava del commercio all’ingrosso di manifatture. Il monumento funerario al Gran Camposanto è opera di Lio Gangeri del 1875.


Monumento funerario J. C. Bloomfield

Realizzato nel 1813 dallo scultore messinese Lio Gangeri.


Cappella Peirce al Gran Camposanto

“Giorgio Peirce fu Guglielmo/per se e pei suoi/destinò questa tomba/perché gli affetti comuni/avessero comune il riposo/1921”: questa semplice ma efficace iscrizione composta dal figlio del capostipite William Henry Peirce, introduce alla vasta cappella progettata nel 1919 dall’architetto Vincenzo Vinci, professionista di spicco negli anni della ricostruzione post-1908 con diverse realizzazioni architettoniche.

In stile eclettico neo-romanico, la cappella si sviluppa in altezza a forma di tempietto con protiro d’ingresso, coperto da un inusuale timpano mistilineo a “pagoda” il cui motivo è ripetuto nell’elaborato cornicione di coronamento e nella merlatura dell’alta guglia terminale.
Raffinati e preziosi, nella loro minuta esecuzione, sono gli inserti decorativi floreali mutuati da un liberty attardato che raggiunge le sue note più alte nei capitelli; negli acroteri posti agli angoli del monumentale cornicione; nel delicatissimo fogliame che contorna i tondi con le figure angeliche “preraffaellite” in preghiera ad altorilievo (di grande effetto “trompe l’oeil”); negli aggraziati putti che esprimono il dolore nel momento della morte tenendo le fiaccole accese capovolte.

All’interno, elaborati stucchi, bassorilievi e mosaici, testimoniano di quest’amore per lo stile floreale, portato alle estreme conseguenze nel complesso movimento sinuoso di fiamme che scaturiscono da un tripode e ricoprono, partendo dal centro, l’intera lunetta dello sfondo.


 

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