(24/10/17) La Frutta Martorana

                    La...
Leggi tutto...

(24/10/17) La notte di Halloween

La notte del 31 ottobre si festeggia la notte di Hallowe...
Leggi tutto...

(24/10/17) Antiche tradizioni per la commemorazione dei defunti

La festa dei morti  è una ricorrenza della Chiesa catto...
Leggi tutto...

(24/10/17) C'era una volta...la Festa dei Morti

Nella nottata che passava tra il primo e il due di novemb...
Leggi tutto...
L'Architettura
AddThis Social Bookmark Button


 La Palazzata di Giacomo Minutoli in una cartolina precedente al terremoto del 1908

La corrente architettonica a Messina, nell’Ottocento, non poteva che essere quella che confluiva nel Neoclassicismo, sostenuto dal pittore e scenografo Michele Panebianco e dallo scultore, architetto e scenografo Letterio Subba (1789-1860), che lo insegnava nella locale scuola di disegno e di pittura che aveva aperto nel 1823.

Ma chi si distinse su tutti fu certamente Antonio Tardì (1780-1860) che nel suo progetto della chiesa di S. Andrea Avellino a pianta centrica, con ardita e slanciata cupola ed una facciata scandita dal passo modulare di lesene, con timpano triangolare in asse, proponeva le suggestioni di un’architettura classica direttamente ispirata al Pantheon.

Al mondo classico guardava anche il giovane architetto Giuseppe Mallandrino Brigandì nel suo progetto vincitore del concorso per il rifacimento del vecchio Teatro della Munizione, nel misurato uso del bugnato vitruviano e rinascimentale, nel potente e plastico piano superiore scandito da colonnato e trabeazione dorica, nell’attico concluso da un canoviano gruppo marmoreo. L’unica sua opera, ancora esistente a Messina, è la chiesa dedicata a San Marco Evangelista a Mili San Marco (1859), a pianta circolare, protiro sormontato da timpano triangolare di ordine ionico e cupola ispirata al Pantheon.

L’architetto-abate Giacomo Minutoli (1765-1827) con la Palazzata, il Palazzo Senatorio, il Palazzo Pistorio-Cassibile all’angolo di piazza Duomo, il Palazzo dei Padri Minoriti, il convento di San Francesco d’Assisi (poi Palazzo delle Finanze), introduceva i modi di un’architettura monumentale di ordine gigante, di classicismo rinascimentale e manierista.
Il neoclassicismo napoletano penetra a Messina con Pietro Valente (1796-1859), autore del Teatro Santa Elisabetta (poi Vittorio Emanuele) aperto al pubblico il 12 gennaio 1852 con l’opera Il Pascià di Scutari di Gaetano Donizetti.

In quest’edificio, Valente supera la limitativa concezione di esclusivo contenitore di spettacoli, concependo un organismo architettonico polifunzionale, centro di attività culturali: “…il Valente attua nella pianta di questo Teatro una sapiente articolazione di spazi interni per aderire alle varie funzioni che egli assegnava al Teatro come centro di cultura artistica e anche di feste. All’esterno, la sottile spartizione di conci, il rilievo delle paraste, la garbata decorazione plastica e, all’interno negli ordini dei palchetti un accordo di bianco-oro, concretano una raffinata eleganza…”. “E’ chiara la concezione del Valente di far servire il S. Elisabetta non soltanto come un luogo di rappresentazioni teatrali. Piuttosto volle mettere con esso a disposizione della città un insieme accentrato di ambienti di vario tipo e di diversi usi per il ritrovo e le feste;”.
   
Carlo Falconieri (1809-1891), architetto, letterato e patriota, fu il vero teorico del Neoclassicismo a Messina: “…noi siamo salvi per i prototipi del bello, il Partenone, il Tempio di Giove Olimpico, la Concordia, Segesta, Selinunte, Siracusa, Taormina…”, scriveva nel giornale Il Tiberino da lui fondato a Roma nel 1833 insieme a G. Servi e all’architetto Francesco Gasperoni, il cui programma si poteva sintetizzare nell’intenzione di “…gridare la croce addosso al romanticismo che minacciava di attossicare la pianta della nostra arte”.
A Messina realizzerà la Villa per Tommaso Landi alla Boccetta (1872), ancora esistente, dove manifesta aderenza al goticismo dopo una iniziale, ferma e violenta opposizione allo stile gotico, e la fontana di piazza Ottagona  (dal 1957 in largo Basicò) nel 1842, ispirata al Rinascimento toscano.

Leone Savoja (1814-1885), nel suo Palazzo del Priorato del 1877 (poi Prefettura) e nella Villa Costarelli all’Annunziata, enunciava un’architettura di facciata nitidamente di superficie, perciò di grande eleganza formale e non turbata da plastici aggetti od oscure rientranze. Il tema del giardino assurgeva a sorprendenti esiti di monumentalità nel Gran Camposanto iniziato nel 1865 ed ultimato nel 1872, dove Savoja risolse felicemente l’integrazione fra costruito e natura con la realizzazione di uno scenografico parco.
    Infine Giacomo Fiore (1808-1893), più convinto assertore del neogotico (campanili ai lati dell’abside maggiore della Cattedrale, “Conventino” al Gran Camposanto) che del neoclassico (collaborazione all’architetto Giuseppe Munagò nella progettazione della Camera di Commercio).
    Questi, in rapida sintesi, i presupposti messinesi che portarono, successivamente, all’affermazione del Romanticismo, corrente architettonica tipicamente anglosassone. Scrive, in proposito, Maria Accascina: “Il romanticismo fu sostenuto a Messina dalla cultura degli inglesi e dal loro appassionato amore al goticismo, ma nella costruzione, fu usato dapprima
nelle macchine per il gioco di fuoco o in qualche paliotto e in qualche raro pezzo di oreficeria o nel completamento di qualche prospetto (S. Maria della Scala – 1856). Furono, invece, particolarmente accolti due aspetti del romanticismo: l’architettura dei giardini e il restauro ai monumenti gotici.”

Nel 1830-32 sorse la Villa “La Flora” (poi Mazzini) cui succedette il “Giardino a Mare” Umberto I,un gusto già diffuso in Inghilterra dal Brown per i giardini naturali, in spontanea libertà di crescita che avrà grande successo nei parchi suburbani annessi alle ville padronali lungo la Riviera nord e sulla strada del “Dromo”, che da Messina conduceva a Catania.

In sostanza, “Neoclassicismo e romanticismo, penetrano ambedue a Messina, più tardivamente il primo, più sollecitamente il secondo: il neo-classicismo deriva direttamente dal neo-classicismo napoletano di cui è una malinconica propaggine, il romanticismo invece si accende al contatto delle correnti culturali inglesi passate, dal fervore classicista di derivazione palladiana, all’amore per il gotico.”

E sulla scia di questa cultura romantica, soprattutto inglese, per tutto l’Ottocento sorgeranno, nel territorio messinese, ville suburbane e residenze di campagna. Scrive Amelia Ioli Gigante, “…il fenomeno assume sue dimensioni e connotazioni per i caratteri propri dell’ambiente in quanto raccordato con le caratteristiche dell’organizzazione fondiaria, contrassegnata nel circondario di Messina da una enorme parcellizzazione della campagna, da una frammentazione assai fitta e soprattutto dagli orientamenti produttivi protesi a incentrarsi su attività agricole, sulla coltivazione di viti, olivi, gelsi (questi ultimi legati ancora all’esercizio, anche se ridotto, di pratiche seriche) e soprattutto sull’agrumicoltura. Ne derivano perciò tipologie edilizie precise, dimore, date le loro mediocri dimensioni, enfaticamente definite “ville”. Sono talvolta esse stesse chiamate “villini”, ma l’espressione “ville” è assai diffusa anche se con particolari eccezioni e non vi è dubbio che tali elementi dominano lo scenario periurbano con un ritmo più serrato a partire dall’Unità”.

Il territorio costiero messinese, per le sue particolari e spiccate qualità paesaggistiche e ambientali, diviene il sito prediletto per l’edificazione di ville e residenze di campagna. Sorgono così, ad opera delle comunità straniere presenti in città, Villa Peirce a Spartà; Villa Fog a Paradiso; Villa Garnier a S. Agata; Villa Waker a Contemplazione; Villa Pace (Sanderson-Bosurgi) a Pace. Osserva ancora Amelia Ioli Gigante: “Nelle “Marine”, calate nello scenario dello Stretto, si costruiscono numerose ville, elementi edilizi più ricercati, espressioni di una forma “Borghese” di insediamento, dotate di giardino non sempre ampio. E’ uno schema in cui la dimora è presentata con una pianta quadrangolare, con la facciata che dà sulla strada, segnata da un portone d’ingresso al centro e da finestre con “persiane” ai lati, e con un tetto piramidale costituito da tegole di terracotta.”.

Il giardino era pertinente agli spazi di relazione per la possibilità che offriva, agli abitanti della villa, di continuare con il loro “mondo” la complessa esistenza di rapporti sociali in una cornice di “delizie” quale era l’ambiente naturale razionalizzato. A tale scopo, l’area antistante l’ingresso principale era sistemata generalmente a “parterre” mentre la retrostante veniva destinata alla coltivazione di ortaggi ed alberi da frutto.


La tipologia a tutte comune distingue una parte sottostante, generalmente adibita a magazzini, stalle, depositi, e una parte rialzata, di rappresentanza e di abitazione, di notevole altezza al punto da consentire, per alcune stanze, la realizzazione di vani ammezzati da destinare alla servitù. A questo piano nobile si accede per mezzo di più o meno ampie scalee, rampanti, a tenaglia, con più piani scenografici. Attorno e dietro si sviluppa il parco digradante cui si accede dalla larga terrazza sulla quale imposta l’edificio, generalmente balaustrata e affacciata sullo Stretto e comunque sul mare.

Gli influssi stilistici che informano tutta l’architettura delle residenze straniere a Messina sono il Neoclassicismo, l’Eclettismo e il Liberty. Il Neoclassicismo è fondato sulla cultura illuministica, sulla ricerca della verità assoluta con l’elaborazione di canoni proporzionali improntati su esempi classici dove “…il processo di glaciale geometrizzazione viene costantemente operato con il vocabolario greco-romano” (Giulio Carlo Argan). L’Eclettismo sfrutta gli stili del passato dando vita al neogotico, al neoromanico, al neobizantino, al neoegizio secondo un repertorio che ubbidisce a certi criteri tipologici. Così gotico, romanico, bizantino saranno adatti per le chiese; il medioevo e il classico andranno bene per le ville; il rinascimento e il barocco saranno destinati ai palazzi. L’Eclettismo ha termine nel 1859, quando l’architetto inglese William Morris (1834-1895) edifica in Inghilterra la rivoluzionaria “Casa rossa”. Ma, anche nel 1893 con la modernità di uno stile che, tuttavia, avrà vita effimera: l’”Art Nouveau” in Francia; lo “Jugendstil” in Germania (dal nome di una rivista, “Jugend”, che iniziò le sue pubblicazioni a Monaco nel 1896); la “Secession” in Austria (dalle particolari mostre organizzate a Vienna da artisti in aperta ribellione col gusto ufficiale del tempo, appunto, le “Secessioni”); il “Liberty” in Inghilterra e in Italia (dal cognome dell’inglese Arthur Liberty che nel 1875 aprì un negozio specializzato nella vendita di spille, anelli e altri articoli del genere).

Il “Floreale” direttamente ispirato alle curvature e alle sinuosità della natura, però, giungerà tardi in Italia perché l’Eclettismo la farà da padrone e si trascinerà per tutto l’Ottocento, e anche oltre.

 


 
Indietro

AMAZON

copyright 2011 messinaierieoggi - Testi e fotografie di Pippo Lombardo
grafica sito web by mindtheSign

Utilizziamo i cookie per migliorare la navigazione sul nostro sito web. Continuando a navigare su questo sito web o cliccando su ACCETTO, acconsenti all'uso dei cookie. - Cookie Policy.

Accetto l'utilizzo dei cookies su questo sito.