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L'Eremo di Sarrizzo
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La freccia indica l'Eremo -  Fotografia di Andrea Bambaci 

di Nino Principato
 
C’erano una volta i “Padri del deserto” che alla fine del IV secolo, mentre il Cristianesimo si apprestava a diventare la religione ufficiale dell’Impero, si ritiravano in luoghi impervi e solitari, nei deserti  dell’Egitto, della Palestina, della Siria, per dedicarsi alla vita ascetica e contemplativa, lontanissimi dai clamori e dalle tentazioni di un mondo che si lasciavano, definitivamente, alle loro spalle. Privazioni, silenzio, preghiera, contemplazione: erano questi i capisaldi di un programma che aveva per fondamento l’esperienza radicale di Dio e gli eremiti, un po’ pazzi ed un po’ santi, spesso focosi ed anche bizzarri, applicandolo rigidamente, forse inconsapevolmente, furono gli iniziatori del monachesimo cristiano.


L'Eremo -  Fotografia di Andrea Bambaci 

Anche a Messina il movimento religioso eremitico ebbe presenze significative già in epoca bizantina per poi espandersi a macchia d’olio nel territorio sotto la spinta propulsiva dei Padri Pacomiti, particolarmente nei secoli XVI e XVII. Quest’ultimi seguivano la regola del loro Santo eremita vissuto in Egitto tra il III e il IV secolo, fondatore di un primo monastero con ben tremila monaci, tutti affaccendati in lavori manuali: la tessitura delle sporte con i giunchi del Nilo; la costruzione delle imbarcazioni; le coltivazioni agricole; la realizzazione di stuoie e coperte.

Nella scelta dei luoghi gli anacoreti furono indubbiamente condizionati dalle caratteristiche del territorio peloritano: vicinanza delle colline alla costa e numerose fiumare, vicine tra loro. La fiumara, infatti, permetteva di raggiungere velocemente gli eremi e i cenobi ubicati sulle colline, in buona parte, a loro volta, collegati tra loro da sentieri e trazzere.


Interno dell'Eremo - Fotografia di Andrea Bambaci 

Gli Eremi messinesi, che fino all’Ottocento furono organismi vivi e vitali, fucine di cultura e di intensa spiritualità, nel 1886 passarono quasi tutti in proprietà privata in conseguenza della soppressione delle corporazioni religiose (in applicazione delle cosiddette “Leggi eversive”), avvenuta in quell’anno.

Risalendo la strada statale che porta ai Colli di Sarrizzo, subito dopo la “Casa di Riposo delle Figlie del Divino Zelo” in località Piano Rama, esiste la grotta-eremo che, secondo la tradizione, ospitò l’eremita Sarrizzo (giova precisare che il toponimo “San Rizzo” non ha alcun riscontro nei martirologi e nelle vite dei santi, non essendo mai esistito un santo di tale nome).

Il piccolo ambiente è a pianta rettangolare,  coperto da una volta a botte con struttura muraria in mattoni. Sulla parete di fondo, al centro, campeggia una croce greca scavata sulla pietra ed altre due più piccole sono incise,  in basso. Interessante la presenza di alcune iscrizioni in greco di difficile lettura.


Andrea Bambaci e Nino Principato indicano l'Eremo

Presumibilmente di epoca bizantina o normanna, sulle pareti laterali interne sono graffiti l’anno 1766, il nome Gius. Midili e l’anno 1660, a testimonianza che il sito era intensamente frequentato in passato. 

Una testimonianza di importanza storica inaudita, sconosciuta anche agli studiosi del settore, che meriterebbe certamente un intervento di riqualificazione con la realizzazione di un percorso ecocompatibile in sintonia col contesto paesaggistico-ambientale, in maniera da consentirne la pubblica  fruizione inserendola in un più ampio circuito di valorizzazione culturale di quell’immenso patrimonio naturale rappresentato dal sistema collinare messinese.

La scheda con gli Eremi di Messina


 

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copyright 2011 messinaierieoggi - Testi e fotografie di Pippo Lombardo
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