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Dalla Pietas alla Pietà.
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di Paolo Ullo

La lettura dei marmi di memoria riporta a sentimenti e azioni di uomini del passato, meritevoli di essere trasmessi alle future generazioni; non sempre i destinatari, noi contemporanei, sappiamo cogliere la solennità del messaggio e la regione di tempo da cui proviene. Due epigrafi sfuggono maggiormente all’attenzione, poste come sono nell’atrio d’ingresso principale dell’Ospedale Piemonte, dove si entra e si esce in fretta, sopraffatti da tante preoccupazioni. Sono proposte qui di seguito per meglio definirne il significato, a mente serena e senza la scusante di una scrittura astrusa, in lingua latina e per pochi cultori di Storia Patria.

 

QUESTO EDIFICIO
SACRATO AL SOLLIEVO
DEGLI UMANI DOLORI
PERPETUO ATTESTATO
DI ITALICA FRATERNITA’
CIMENTATA
NELL’ORA DELLA SVENTURA
I PIEMONTESI
DECRETARONO ERESSERO
MCMVIII                     MCMXIII 

******* 

IL FORTE PIEMONTE
ASSERTORE DELL’UNITA’ NAZIONALE
VOLLE
CON QUESTO EDIFICIO
DESTINATO AL SOCCORSO DI POVERI INFERMI
ESEMPLARE MUNIFICENZA
AFFERMARE
COI GRANDI IDEALI DELLA SOLIDARIETA’ UMANA
I VINCOLI FRATERNI INDISSOLUBILI
CHE
UNISCONO GL’ITALIANI
E
FANNO SALDA E FORTE
LA PATRIA
---
MESSINA RICONOSCENTE
PER INDELEBILE RICORDO
ANNO MCMXIII

 

Oggi si potrebbe definire uno scambio di messaggi, di quelli che, lanciati via etere, non lasciano più traccia, subito dopo aver concluso un dialogo muto, sgrammaticato e senza senso. Sarebbe irriverente paragonare due marmi, incisi più di cento anni fa, ad un volgarissimo tam-tam di ordinaria sconcezza inviato da un telefonino; ma la tendenza è questa, visto che dopo la “Riconoscenza” dei Messinesi del 1913, l’Ospedale Piemonte da simbolo di “pietas” si è ridotto, in alcune sue parti, in uno stato pietoso. La Città di Messina, quella di oggi, vittima di contorti meccanismi di gestione del suo patrimonio, assiste impotente alla dismissione di un edificio che ha contribuito alla sua rinascita dopo il Terremoto del 1908. La riconoscenza e l’indelebile ricordo, sanciti dal marmo di ringraziamento ai Piemontesi, sono scemati nel tempo fino ad essere calpestati, buttate alle ortiche, e non solo nel senso letterale della parola. Il ritorno agli antichi splendori del corpo principale dell’edificio, non ricompensa l’abbandono in cui versano le ali laterali, soggetti a crolli di intonaci e rivestimenti esterni.

Con una sbrigativa e poco appropriata definizione di “rischio sismico”, due terzi di un edificio, costruito con criteri antisismici e che sta in piedi da 100 anni, continuano a sbriciolarsi per mancanza di una ordinaria manutenzione. Se il “rischio sismico” non riguarda più il corpo centrale è perché, finalmente, gli ordinari ritocchi sono arrivati, dopo tutto il polverone che ne è derivato a seguito di una minacciata chiusura dell’intero Ospedale. Per “grazia ricevuta”, ma non abbiamo da ringraziare nessuno, il “Piemonte” è ancora aperto, anche se a regime ridotto; se avrà la “fortuna” di essere curato, come per un “colmo” esso stesso luogo di cura, la nostra Città ne guadagnerà in decoro e dignità. Le parti “malate” dell’Ospedale presentano i segni del tempo ed un secolo di trascuratezza è certamente troppo; dietro il paravento del “rischio sismico”, leggi “crollo di intonaci”, si nasconde una mancanza di volontà a rendere fruibile, per intero, un edificio che è diventato di peso secondo spietate legge di economia. Noi, qui a Messina, lo definiamo “’u rispammiu da pidocchia” e, anche se fosse vero che elementi dell’edificio siano seriamente a rischio di crollo strutturale, i sostenitori degli interventi ”al conta goccia” nella Sanità Pubblica siano più larghi di mano perché, prima o poi, potrebbero avere bisogno di un Ospedale al centro della Città.

Volendo calcare la mano, i cittadini di Messina possono far finta di niente, se adesso gli Ospedali sono diventati “aziende”, come se in essi si allevassero polli o si coltivassero prodotti agricoli; non c’è spazio per la tolleranza ed il perdono se per un “pronto soccorso” si debba morire su una Autoambulanza intrappolata nel traffico o impossibilitata a raggiungere in tempi decenti altri ospedali. Non conosciamo l’origine della tirchieria applicata all’edificio dell’Ospedale Piemonte, se l’ordine di abbandono sia arrivato da Roma, da Palermo o da Messina; è certo che l’Ospedale è stato costruito sull’onda emozionale di un’istintiva necessità di aiuto alla Città disastrata dal Terremoto. Ammesso che Regioni Italiane del Nord, nel 1908, fossero talmente ricche ed opulente da contribuire alla ricostruzione di una Città del Sud, ci piace immaginare che alla colletta, che il Piemonte e la Lombardia hanno organizzato per Messina, abbia partecipato tutta la popolazione, dai Regnanti, all’alta e media borghesia, al coltivatore di riso della Pianura Padana.

Di deve a loro se nella toponomastica cittadina c’è un Ospedale “Piemonte” ed un “Quartiere Lombardo”; per non sminuire la generosità di italiani d’altri tempi, noi Messinesi di oggi potremmo ricorrere ad una colletta fatta in casa, se fosse necessario, per salvare il “Piemonte” dalle grinfie del tempo. Avremmo da concentrare lo sforzo sull’Ospedale e non sul Quartiere, quest’ultimo in piena salute per altri motivi che non staremo qui ad analizzare; salveremmo la nostra faccia di noi Messinesi, cittadini di una Città da sempre trattata male,  e le tasche di pidocchiosi amministratori del denaro pubblico. Se dovessimo arrivare ad un punto critico di autogestione della Città e per venire incontro ai gestori dei finanziamenti al “conta goccia”, saremmo disposti a sacrificare l’elargizione di contributi alle varie Sagre e finte manifestazioni culturali, pur di racimolare quanto occorre per stonacare ed intonacare il “Piemonte”.

Di fronte a tanta disponibilità di rimboccarsi le maniche o di mettere le mani in tasca, si corre il rischio che qualsiasi popolazione, piegata dal dolore, esenti dagli obblighi istituzionali i suoi rappresentanti. Sperando di non dover mai giungere a soluzioni “fai da te”, i Messinesi di oggi continueranno ad essere grati a chi è venuto in soccorso alla Città, nel bisogno, con soluzioni tangibili, reali e concrete. Solo dopo aver degnamente dimostrato tale continuità, rimettendo a nuovo il “Piemonte”, saremo in condizioni di ricambiare, con la stessa moneta, un debito morale, contratto dopo il 1908, verso chiunque si venisse a trovare in ginocchio. Come hanno fatto i Piemontesi o i Lombardi, che hanno lasciato il segno, noi Messinesi di oggi, prima di considerarci con la coscienza a posto con evanescenti e strane collette elettroniche, dovremmo essere pronti ad impiantare altrove i corrispettivi di un Ospedale o di un Quartiere. Invitiamo eventuali cultori del “rispammiu da pidocchia”, alla lettura dei due marmi posti all’ingresso del “Piemonte”, affinché rivedano le loro economie da pidocchiosi; ruberanno ai loro impegni istituzionali solo il tempo di una poesia, sempre meno che tentare di farsi largo, per le vie della Città, e raggiungere, se non si muore prima, altre Aziende di cura.

Da cittadino che ha avuto bisogno di ricorrere all’assistenza dell’Ospedale Piemonte, non ho da ringraziare nessuno per averlo trovato ancora aperto; né ho da chiedere scusa, a nessuno, se reclamo la sua piena efficienza e funzionalità, come voluto da antichi Piemontesi, “sacrato al sollievo degli umani dolori”. Il completo disfacimento di un edificio, per il quale una Messina, lontana nel tempo, è stata “riconoscente per indelebile ricordo”, peserà sulle coscienze di tutti. Non potendo restituire al mittente, al Piemonte, une segno umanitario, divenuto ingombrante affare burocratico, teniamocelo gelosamente conservato e nel pieno delle sue funzioni, fino a quando un’altra violenza della natura si accanirà sulla nostra Città. Alla successiva, speriamo mai, batosta, forse aspetteremo vanamente una ricostruzione che debba venire da donazioni per telefonino; i tempi potrebbero essere così lunghi da farci pentire di non aver speso prima i soldi di pochi sacchi di cemento e dalla Pietas ricevuta, passeremo a sputarci in faccia per aver “fatto pietà”, nel senso di “lavoro malfatto, cosa o spettacolo miserando”.

Fra le tante nomee, vere o false che siano, Messina non è una Città da “far pietà” e chi le farà accollare tale ignominioso epiteto, chiudendo definitivamente tutto l’Ospedale Piemonte per “rischio sismico”, avrà da rendere conto agli uomini sulla Terra e, se credente, nell’alto dei cieli.

Ullo Paolo


 

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