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Palazzo Pettini a Salice
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di Nino Principato 

“Ne Pereat” (“Non muoio”): questo il motto, evidentemente tutt’altro che ambizioso e che la dice lunga sull’estrema modestia dei proprietari, che campeggia sul blasone nobiliare sovrastante al portale d’ingresso di Palazzo Pettini, a Salice.

Domenico Marcello Pettini, discendente da nobile casato piemontese, nel 1819 aveva infatti acquistato in quel di Salice estese proprietà terriere. Ma non si era fermato qui il Pettini, e, nella foga spasmodica di fregiarsi in maniera completa ed inequivocabile di un blasone siciliano, nello stesso anno acquistava il monumentale complesso palazzo-castello che era stato edificato, nel 1590, da Stefano Cottone conte di Bauso (l’odierna Villafranca), insieme al titolo di “Principe di Castelnuovo”.

I conti Pettini restaurarono il palazzo cinquecentesco dei Cottone, abbellendolo con busti e bassorilievi marmorei, e realizzando anche un sorprendente “giardino all’italiana” con rare essenze vegetali, un laghetto, cascate, giochi d’acqua e ingrottamenti artificiali.

I Pettini mantennero nel sito originario,  sugli spalti del castello, anche il gabbione che conteneva il teschio di Antonino Bruno, padre del brigante Pasquale Bruno. Scrive in proposito Francesco Nicotra: “Negli avvenimenti del 1848 le squadre dei rivoltosi presero stanza a Bauso e dicesi che da esse si fece bersaglio al gabbione dove giaceva il teschio di Antonino Bruno, della quale epoca fu tolto il perenne spettacolo di quella mostra macabra. Nel 1860 si volle trarre vendetta contro il Pettini, con la scusa che questi fu divoto alla causa borbonica, e fu posto a ruba e a fuoco il suo ricco castello. Ma l’atto vandalico, accompagnato da efferato delitto, fu punito dalla giustizia, che condannava alcuni degli autori”.

Il palazzo di Salice, che sorge sulla via principale dell’antico Casale di origine medievale, versa oggi nel più totale degrado dovuto a decenni di abbandono. La facciata rispecchia la struttura compositiva tipica dell’architettura manierista tardo-cinquecentesca, esemplata sulle realizzazioni che l’architetto carrarese Andrea Calamech portava avanti a Messina (ad esempio, il Palazzo Balsamo del Principe di Roccafiorita poi Grano, del 1580 circa, abbattuto dopo il terremoto del 1908 che lo danneggiò solo in parte). Così come il portale principale d’ingresso, fulcro dell’intera composizione, sovrastato dal balcone in asse ed ulteriormente enfatizzato dal bellissimo blasone araldico in pietra.

“Ne pereat”, dicevamo. Con l’auspicio e la speranza che a far perire definitivamente questa importantissima testimonianza storica del passato non sia, ancora una volta, l’insipienza, l’ottusa ignoranza e la più becera speculazione edilizia dei palazzinari d’assalto


 

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