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di Paolo Ullo. 

Il 21 Luglio 1969 Neil Armstrong passò alla Storia come il primo rappresentante del genere umano a mettere piede sulla Luna. Conservo un voluminoso incartamento sugli avvenimenti che portarono gli astronauti della missione “Apollo 11” a saltellare, leggeri di 1/6 di gravità, su aride e desolate sabbie lunari. Rileggendo cronache di 40 anni fa ho ripercorso intensi momenti di esaltazione collettiva, davanti a gracchianti televisori in bianco e nero o sfogliando giornali con titoli a caratteri cubitali, come per una impresa leggendaria e che avrebbe segnato il corso della Storia.

Sicuramente dall’applicazione di alta tecnologia nel campo dell’astronautica è derivata l’attuale fisionomia della società troppo sofisticata in cui viviamo disorientati.

Gli echi della “leggenda” sono rimasti, anche se la “conquista” della Luna non ha determinato una nuova visione planetaria e non ha costretto i cartografi a disegnare nuove carte, come dopo la scoperta del Nuovo Mondo, dopo l’arrivo della Nina, la Pinta e la Santa Maria in una terra sconosciuta. Prima del lancio da Cape Kennedy, quelli di “Apollo 11” sapevano che sul “Mare della Tranquillità” non c’era acqua né aria da respirare; era tutto previsto e durante la navigazione nello spazio non c’era il rischio di ammutinamento dell’equipaggio. Senza nulla togliere all’impresa, il primo viaggio sulla Luna è solo stata la conferma che noi terrestri, quando non siamo impegnati in quelle scaramucce chiamate “guerre”, siamo capaci di grandi espressioni della mente.

Dai lanci di missili “V2” su Londra durante la Seconda Guerra Mondiale, dalla stessa tecnologia usata per scopi bellici, si è arrivati ad Apollo 11, al LEM, ai viaggi interplanetari di sonde automatiche. Meglio la Luna, se da essa la scienza ha tratto utile esperienza per i nostri telefonini e quanto altro ci è croce e delizia in questa società piena di bisogni “indotti”.

Non avevamo ancora la televisione nel 1969 a casa mia e a casa dei miei nonni non era a colori, ma, credetemi, quel “Un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità” è stato più esaltante di qualsiasi impresa sportiva o quanto ci tiene incollati al piccolo schermo supertecnologico. Meglio lasciare alla Luna i compiti di satellite della Terra come da sempre è stato; se non è possibile andare a piantarci basilico è inutile continuare a piantare bandiere che non sventoleranno mai per assenza di vento. Vista dal nostro pianeta, di notte continuerà ad ispirare poeti, menestrelli, ad illuminare di pallida luce l’intimità degli innamorati; così come la conosciamo sarà sempre la Luna che ci piace di più.

Rendo comunque omaggio ai tre astronauti che 40 anni fa, supportati dalla scienza, hanno avuto il coraggio di valicare confini mai visti da occhio umano. Ma la mia ammirazione più grande resta per Cristoforo Colombo, non se ne offenda neanche Ulisse o Odisseo, che se la spassava nel Mediterraneo. A differenza di qualsiasi altro protagonista di avventure, solo quel grande genovese ha potuto “scoprire” la Terra restandoci sopra, pur navigando sul “Mare Oceano Tenebroso”; il solo grido “Terra! Terra! Terra!”, fa ancora rizzare i capelli leggendolo sui libri di Storia. Quelli di “Apollo 11” non potevano gridare “Luna! Luna! Luna”; la Luna era già di tutti e il primo, l’unico ad averla veramente scoperta è stato il ragazzo minatore “Ciaula” in “Ciaula scopre la Luna” di Luigi Pirandello.

 Ullo Paolo


 

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