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La Muraglia ed il Ponte Cinese
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di Paolo Ullo

L’orgoglio nazionale, quel poco che è rimasto, potrebbe subire uno scossone, vacillare e, quel che è peggio, essere messo in ridicolo da una notizia che sa di scoop giornalistico; la considero come tale, con l’inconsistenza di un bluff o di una bolla di sapone, e me ne servo per delle considerazioni, che si aggiungono a quelle già espresse in “Tra Scilla e Cariddi”. Recenti tentativi di elevare di prestigio il “Made in Italy” nel mondo, sono stati vanificati dall’ultima, pacifica, pur se fastidiosa, invasione di Piazza San Marco, a Venezia, dall’acqua del mare; ad impedirne l’accesso doveva provvedere un progetto dal nome pretestuoso, per megalomani che vogliono passare alla Storia. Nome biblico, il “Moses”, come Mosè per il Mar Rosso, avrebbe dovuto dividere le stagnanti ed innocue acque della Laguna da quelle ribelli ed aggressive dell’Adriatico.

Sullo Stretto di Messina, il problema, non meno ardito e miracoloso, è concentrato all’unificazione delle sue sponde mediante una passerella che si beffi del Mare, superandolo. Improvvisamente diventati di ostacolo al progresso, l’Adriatico e lo Stretto di Messina, vanno domati e resi innocui con manufatti che lascino a bocca aperta gli oppositori all’unificazione dei popoli ed allo sviluppo del commercio mondiale. Le magre casse dello Stato Italiano hanno consigliato di dedicare attenzione e soldi ad interventi di più urgente e necessaria soluzione; fra terremoti, alluvioni e sparizione di denaro pubblico, è sembrato più saggio che le acque del Canal Grande continuino a purificarsi ad ogni Acqua Alta e lo Stretto di Messina sia di impedimento ad una consegna veloce dal Nord Europa diretta a Capo Passero, ultimo baluardo verso la colonizzazione dell’Africa.

Sì, perché il salto di graduatoria, dal terzo, al secondo o primo mondo, del continente africano è possibile solo attraverso un ponte sul nostro Mare; così la pensano economisti ed imprenditori che hanno a cuore le sorti di disperati serrati su barconi diretti in Sicilia. Un nuovo Colonialismo umanitario, più serio ed organizzato di quelli messi in atto da regimi dittatoriali del passato, sarebbe auspicabile ed il contributo chiesto alla nostra Nazione è un Ponte che dia continuità di asfalto ad un Tir che, dal porto di Amburgo giunga in Sicilia il più presto possibile. C’è di mezzo il Canale di Sicilia, il Mar della Sirte, ma in Africa, chi la ama veramente, ci arriverà lo stesso, come non si sa; per intanto saldiamo il Continente Europeo alla Sicilia, cambiamo i connotati ad uno Stretto di Mare e dopo si vedrà.

Il ciclico alternarsi, in Italia, di Governi di diversa opinione sull’opportunità di alleviare i disagi di vacanzieri diretti a Sud, ha impedito di fare contenti i soci europei; l’economia continua ad arrancare lentamente per altri motivi, senza che nessuno senta l’esigenza di spedire un carico, via terra, diretto in Africa, passando dall’attracco di Tremestieri. Nuovi missionari in soccorso dell’Europa e dell’Italia, i Cinesi, non tutti, di quella sterminata nazione, solo Società ricche sfondate, sarebbero disposte a destinare gli spiccioli per una passerella panoramica sullo Stretto di Messina. No!.. Grazie!.. Dopo aver invaso il mondo con negozi Made in China, quale tornaconto potrebbero trarre, costruendo in terra straniera, dopo che per millenni hanno tenuto chiuse le frontiere a tutte le nazioni limitrofe e non? Questa improvvisa apertura verso l’Occidente starà facendo rivoltare nella tomba, con tutto il suo esercito di terracotta, Chin Shih-Huang-Ti (246-210 avanti Cristo), lo stesso imperatore che ha voluto la costruzione della Muraglia Cinese.

La Grande Muraglia, come tutti i capricci dei potenti, non ha raggiunto lo scopo per la quale è stata adagiata, per 21.000 Km., su colline e deserti; non ha impedito l’invasione dei Mongoli né la fuoriuscita di un popolo che, per sbarcare il lunario, ha cercato di meglio altrove. Altri tipi di Cinesi, da migliaia di chilometri, hanno preso di mira lo Stretto di Messina per ricambiare la stessa attenzione che Marco Polo ha riservato al loro paese; il Grande Veneziano, non senza interessi, ha affrontato un viaggio di quindi anni, avvalorando la nomea degli italiani grandi viaggiatori e navigatori.

Altri tipi di Cinesi, quelli che, come vuole la barzelletta, non si stirano gli occhi a mandorla, disperati perché a colazione, pranzo e cena mangiano riso scadente, manifesterebbero la volontà di imprimere il marchio cinese ad un ponte che è solo una ossessione italiana. Se gli italiani non ci hanno messo mano è perché non occorre una saggezza cinese per capire come una presunzione ingegneristica, al pari della Muraglia, non porterebbe gli stessi vantaggi ad essa affidati. I cinesi, che trasportano con navi-container le chincaglierie da vendere in Europa, usano il mare, nostro e di tutti, come via d’acqua e su un ponte sospeso, in balia dello Scirocco, non ci passerebbero neanche con un risciò. Nessun benvenuto riservo a chi, solo per aver il portafoglio gonfio a dismisura, gioca a fare l’appaltatore fuori nazione; non abbiamo bisogno di essere colonizzati, da nessuno, né, tantomeno, da potentati economici che non possono aver fatto fortuna coltivando riso per sopravvivere.

Dal 1987, la Grande Muraglia Cinese, una delle sette meraviglie del mondo, è un bene protetto dall’UNESCO e Patrimonio dell’Umanità; il Ponte Cinese andrebbe a candidarsi come ottava meraviglia e, ottenuta la protezione ed altri titoli onorifici, richiamerebbe l’attenzione come semplice manufatto, sostituendosi alla bellezza del territorio da esso sopraffatto. Come per un processo di beatificazione, i tempi tecnici per un attestato di valore mondiale sono talmente lunghi che un Ponte Cinese, eroso dalla salsedine, non resisterebbe 2000 anni, come la Muraglia, per ridere delle manie di grandezza di matti da legare. Per un rigurgito di spacconeria, fra notizie vere, drammatiche, in questa Italia martoriata da eventi naturali, l’annuncio di una presunta offerta volontaria a pontificare lo Stretto è una offesa a noi indigeni che, giudicati incapaci di gestire il luogo in cui viviamo, siamo privati della patria potestà.

Io, Messinese, non mi sento come un padre snaturato che non ama a sufficienza la sua Città e, a chi pensa di far penzolare un drago cinese sullo Stretto di Messina, dico di farsi i “ponti suoi”.

In “Tra Scilla e Cariddi”, e vale anche in questa circostanza, per chiudere, ho scritto:

Faccio finta di perdere il filo e la taglio qui, ma credo di avere inquadrato nel migliore dei modi le mie preoccupazioni sul destino di un territorio più volte sottoposto alla violenza della natura; gli avventurieri e i cercatori di gloria, che ad esso recheranno offesa, avranno da rendere conto a tutta l’umanità e nell’alto dei cieli… E non finisce qui…

Ullo Paolo

 


 

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