(24/10/17) La Frutta Martorana

                    La...
Leggi tutto...

(24/10/17) La notte di Halloween

La notte del 31 ottobre si festeggia la notte di Hallowe...
Leggi tutto...

(24/10/17) Antiche tradizioni per la commemorazione dei defunti

La festa dei morti  è una ricorrenza della Chiesa catto...
Leggi tutto...

(24/10/17) C'era una volta...la Festa dei Morti

Nella nottata che passava tra il primo e il due di novemb...
Leggi tutto...
Trentadue anni fa il rogo della “Rigoletto”
AddThis Social Bookmark Button


La nave Rigoletto denominata successivamente "Maddalena Lofaro"


di Marcello Bottari e Lucio D'Amico.

La sagoma del cargo che portava auto Volkswagen e che prese fuoco nel luglio del 1980 si staglia dalle acque dello Stretto proprio di fronte alla Zona falcata.

L’emozione di un’immersione a 36 metri di profondità tra le stive e i ponti ancora pieni di “Mercedes”

Trentadue anni sono trascorsi da  quel 1. luglio 1980 quando il Rigoletto, ribattezzato “Maddalena Lofaro”, prese fuoco mentre transitava 30 miglia a sud-est di Capo Spartivento. Il cargo entrò in avaria contemporaneamente allo scoppio di un incendio a bordo.
Ancora in fiamme, la nave venne fatta arenare a San Raineri davanti al cantiere Silmar dei fratelli Freni. Oggi la prua del “Maddalena Lofaro” sfida ancora le onde spumeggianti che s’infrangono sulla nave affondata dietro la Real Cittadella.


Il Rigoletto arenato a San Raineri davanti al cantiere Silmar

Il “Rigoletto”, nome originale del mercantile costruito nei cantieri navali tedeschi Kieler Howaldtswerke di Kiel e varato il 20 giugno del 1955, misurava circa 79 metri di lunghezza per quasi 13 di larghezza. Un cargo, commissionato per il trasporto di autovetture nuove, creato insieme con la gemella “Traviata” su commessa della compagnia di navigazione svedese Rederi AB Soya fondata da Olof Wallenius nel 1935, emanazione della Wallenius Lines.La nave intraprese la via del mare nel 1955 con regolare servizio di linea da e per gli Stati Uniti e il Canada, in particolare verso la zona dei Grandi Laghi.

Rotta su Detroit, per trasportare autovetture Volkswagen, Saab e Volvo. La maggiore capacità rispetto alle navi che già operavano nella zona dei Grandi Laghi (175 auto circa) fu raggiunta aumentando l’altezza e la profondità delle cisterne utilizzate per zavorrare la nave stessa. Il numero di ponti fu incrementato da tre a cinque o sei. Durante tutta la prima metà degli anni 60 furono effettuate fra 350 e 400 partenze per anno dall'Europa verso gli Stati Uniti. L'aumento delle esportazioni di Volkswagen richiese la costruzione di navi ancora più grandi. Nel 1959 fu costruita la Madame Butterfly con una capacità di 1.050 auto.

Nel 1968 il Rigoletto venne venduto all’armatore napoletano Salvatore Lofaro e fu ribattezzato “Maddalena Lofaro”. Dodici anni di servizio dopo, il primo luglio 1980, le fiamme. Si è parlato di un trasferimento nella rada Paradiso, per poi rientrare a Messina.
La Maddalena Lofaro, però, non è mai entrata in porto. Il rimorchio dal luogo del naufragio, invece, ha permesso di trasportare il relitto davanti al cantiere del demolitore. Il contratto di demolizione sembra non sia mai stato stipulato, seppure si procedette al taglio fino a farlo affondare. Oggi il Maddalena Lofaro è uno dei relitti maggiormente presi d’assalto dai subacquei.


Il relitto del Rigoletto

Fondamentale per ricostruire il percorso il supporto del gruppo di subacquea Ecosfera e l’Associazione Nettuno, che hanno fornito le fotografie, mentre il responsabile del Centro immersioni Domenico Majolino ci ha aiutato a descrivere l’esplorazione della nave. Le “visite” ai relitti dagli appassionati sono tante, al punto da poter considerare l’area frequente tappa turistica anche perché la nave è facilmente raggiungibile dalla terra ferma. Attraversati i ruderi della poderosa Cittadella Borbonica, dirigendosi verso la spiaggia rimane da superare un magnifico bastione. Sulle rive dello Stretto, a pochi metri dalla battigia, affiora quasi verticale la prua. Sono ancora visibili le prime due lettere, saldate, del suo nome al varo: “Rigoletto”.


Il ponte automobili con sullo sfondo la caratteristica gru 

Una volta effettuato l’accesso in acqua il primo appuntamento è con la grande elica sul fondo. Per arrivarci passiamo davanti ai resti di un grosso verricello appartenente alle attrezzature di carico della nave e, procedendo per il prolungamento della murata della nave, si raggiunge l’elica che si presenta insabbiata per metà. A quel punto il computer segna trentasei metri di profondità.
Se la giornata è luminosa conviene soffermarsi per osservare i particolari del relitto, come ad esempio i tre grossi golfari saldati allo scafo necessari per lo smontaggio del timone durante le soste nel bacino di carenaggio. Risalendo la forma arrotondata della poppa si giunge sulla coperta.


Ingresso di una delle stive con le strutture di coperta collassate

La devastazione è totale, un intrico di rottami è ciò che rimane delle sovrastrutture della nave. La vista è catturata da una apertura dalla quale si riescono a vedere le bombole del sistema antincendio che, forse, in occasione della tragedia non funzionò. Il grosso argano di tonneggio è ancora al proprio posto. Il fumaiolo, che fino a qualche anno fa svettava verso la superficie, adesso giace riverso sulla coperta, segno che il tempo e le mareggiate di scirocco hanno avuto ragione del relitto. Attraverso delle aperture si intravede, insabbiato, l’apparato motore. La mano dell’uomo, poi, ha fatto la propria parte: non c’è traccia delle sovrastrutture della nave, probabilmente vittime della fiamma ossidrica. Superato il fumaiolo si aprono verso il basso le stive, mentre se si rivolge lo sguardo in avanti si intravede ciò che rimane della gru di centro nave.Scendendo ancora si raggiungono le stive.


Volante a quattro razze Mercedes

Lamiere contorte e resti carbonizzati testimoniano l’intensità dell’incendio, qua e là si riconoscono parti di automobili. Scendiamo ancora e penetriamo nella stiva più bassa dove si distinguono le selle delle automobili ed alcune di esse, pur se  danneggiate dal fuoco, sono ancora al loro posto; riconosciamo  alcune Mercedes. Risalendo verso le ampie stive superiori si attraversano due ampi corridoi
che immettono nella stiva di  prua. I segni delle mareggiate sono evidenti la profondità è diminuita  fino a quindici metri, la forza del mare ha aperto grandi ferite nelle murate. Superato il corridoio la stiva di prua e, sul fondo, i resti della gru prodiera, per anni era visibile fuori dall’acqua.

Una grossa porzione della murata di sinistra che non esiste più permette di attraversare l’ampia apertura e di portarsi sotto la ruota di prua. L’immersione, a quel punto, è dalla riva si può volgere ancora uno sguardo per osservare sul fondo i resti sommersi dell’antica Cittadella fortificata.

 

Bellezza e orrori
Un parco subacqueo davanti alla Cittadella

di Lucio D’Amico


La prua del Rigoletto affiorante e oramai semidistrutta

Quella prua conficcata nell’azzurro è come l’occhio di Polifemo. Il retaggio del passato, lo sguardo cieco del futuro. Lo Stretto si protende verso la città che gli ha voltato le spalle. E quella sagoma di nave incendiata, pur se può apparire tetra, ormai fa parte integrante del paesaggio.

È dal mare che si tocca con mano la bellezza della riva, è dal mare che si vedono uno per uno gli orrori della Falce. L’equipaggio fantasma della “Rigoletto”, nel suo immaginario diario di bordo, in questi tre decenni avrà riempito le pagine di annotazioni, tra sorpresa, stupore, indignazione e rabbia. «E poi dicono che il nostro relitto è brutto», ci sembra di sentire le voci spettrali dei marinai nella stiva affollata di alghe e di silenzi.

È da 32 anni che quell’occhio spento assiste al valzer immondo delle scelte scellerate e delle promesse tradite, avendo proprio di fronte il cuore di San Raineri, quella Real Cittadella che è finita vittima non della guerra tra spagnoli e francesi o tra borbonici e risorgimentali ma della stupidità degli uomini, della cecità politica, dell’inerzia di un’intera comunità.
L’abisso non è sott’acqua ma sulla terraferma.


Elica e timone insabbiato

Le immagini del disastro non sono tanto la stiva sommersa, il ponte con quel che rimane delle vecchie Volkswagen, l’elica e il timone sprofondati nel regno di Poseidone, quanto quelle della fortezza secentesca tutt’oggi abbandonata, e tutto il resto che conosciamo bene: il bellissimo parco del Talassografico negato alla pubblica fruizione, la Lanterna montorsoliana ridotta come uno spaventapasseri, tra depositi di bunkeraggio e aree lasciate da decenni nel più assoluto degrado.


I ruderi dell'inceneritore

Sì, è vero, il vecchio inceneritore prima o poi sarà demolito. Sì, è vero, è stato annunciato lo smantellamento della stazione di degassifica che ai tempi della Smeb ammorbò mezza città con i suoi veleni. Ma quanti impegni, quanti proclami, quante parole hanno percorso questi decenni e sono puntualmente naufragati nel mare del nulla. E ancora oggi, qui dalla “Rigoletto”, si percepisce benissimo quanto può essere pesante l’inconsistenza della classe di politici e amministratori intenti a palleggiarsi le responsabilità, a giocare con le vesti del condannato come i soldati romani sotto la croce di Cristo. 


La Lanterna del Montorsoli

Un cuore verde e azzurro, questo dovrebbe essere la Falce. Un grande parco sulla terra emersa e un altro subacqueo. Lo scrigno dei miti e della storia ma anche uno sguardo vivo proiettato sul futuro, lì dove possono e devono convivere attività economiche (la cantieristica navale, purché compatibile con il disegno generale di restituzione alla città di quegli spazi vitali) e progetti di riqualificazione territoriale. Nell’uno e nell’altro caso, bisogna stare molto attenti a quel che si pianifica e a come s’interviene, perché oggi delitti come quelli perpetrati nel passato non possono più essere tollerati. «Ehi, messinesi, datevi una mossa!», è il messaggio che viene dal mare.

Fonte Gazzetta del Sud del 3 luglio 2012

Cariddi, quando affondano storia e sogni.

Il mistero risolto delle due navi di Torre Faro.

I resti del mercantile Produgal e del piroscafo Patria.

Trentadue anni fa il rogo della “Rigoletto”.

Dopo l'inferno la "Twiga" giace a Paradiso.

 

 


 

AMAZON

copyright 2011 messinaierieoggi - Testi e fotografie di Pippo Lombardo
grafica sito web by mindtheSign

Utilizziamo i cookie per migliorare la navigazione sul nostro sito web. Continuando a navigare su questo sito web o cliccando su ACCETTO, acconsenti all'uso dei cookie. - Cookie Policy.

Accetto l'utilizzo dei cookies su questo sito.