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Dopo l'inferno la "Twiga" giace a Paradiso
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di Marcello Bottari  e Lucio D'Amico.

La storia del piroscafo danese andato in fiamme nel maggio 1968 a Punta Stilo e affondato nella rada della riviera nord nel febbraio '69

Portava un carico di legno destinato a una cartiera veneta. L'appassionante esplorazione subacquea


Il cargo in fase di costruzione e la prima pagina della Gazzetta del 15 maggio 1968

Il piroscafo "Linda Clausen", meglio conosciuto come Twiga, giace su un pianoro sabbioso a circa 42 metri di profondità nella Rada Paradiso, in una zona spesso battuta dalle correnti dello Stretto di Messina. Lo scafo, costruito nei cantieri "Svendborg Skibsværft, Svendborg", fu completato il 12 febbraio 1944 e poi varato sei mesi dopo, il 13 agosto. Costruita su commessa della compagnia di navigazione danese "C. Clausen København" di Copenaghen, la nave entrò in servizio nel 1945 iscritta al registro navale della città di Esbjerg, costa occidentale danese, ed effettuò servizi cargo passeggeri principalmente da e per la Gran Bretagna.

Nel 1950 venne ceduta alla compagnia di navigazione danese "Det Forenede Dampskibs-Selskab" dove fu ribattezzata "Diana", iscritta al registro navale della città di Odense (costa orientale danese) e avviata al servizio cargo passeggeri tra Scandinavia e Gran Bretagna. Nel 1965, in seguito alla vendita alla compagnia di navigazione greca "V. Makris & Others", la Diana fu iscritta al registro navale del Pireo e nel 1967 venne ribattezzata Twiga (Touigka), parola swahili che significa giraffa. Nulla si sa di preciso della nave o dei suoi impieghi o rotte seguite durante il periodo in cui batteva bandiera greca, fino all'incidente che ne causerà l'incendio e il successivo affondamento davanti alla costa messinese.


La nave vista da prua adagiata sul fondo


Nel maggio 1968, infatti, la Twiga si mise in viaggio per Venezia proveniente da Setubal (Portogallo) con un carico di polpa di legno destinato a una cartiera veneta. Il 13 maggio, dopo aver effettuato uno scalo tecnico a Messina, il piroscafo in nottata lasciò il molo direzione Venezia. Ma all'alba del giorno dopo, intorno alle 5, quando la nave transitò a 4 miglia dalla costa calabrese, nei pressi tra Punta Stilo e Capo Monasterace un incendio divampò nelle stive cariche di materiali pericolosi.

Il comandante ateniese Gerasimos Farandatos, allora 37enne, ordinò di puntare la prua a terra per consentire ai 17 uomini dell'equipaggio di mettersi in salvo; contemporaneamente venne inviato l'Sos e sul posto si precipitarono i vigili del fuoco di Siderno Marina, la guardia di finanza di Monasterace e i carabinieri della tenenza di Roccella Jonica.



La zona della poppa con particolare a U

I primi soccorsi, però, giunsero da un motopeschereccio calabrese, il "Santa Carmela". Le Capitanerie di Porto di Messina e Crotone inviarono sul posto i rimorchiatori "Capo Peloro" e "Cesare dell'Angelo" ma l'opera di spegnimento si rivelò alquanto difficile a causa della infiammabilità del carico. Solo il giorno dopo, quando il carico di polpa di legno era in gran parte distrutto, si provò a rimorchiare la nave verso Messina. Durante il viaggio, però, i focolai ripresero e le lamiere roventi misero in crisi anche la stabilità della nave che in quelle condizioni non fu introdotta all'interno del porto.

Il Twiga, che giunse a Messina il 17 maggio, venne fatto arenare sulla spiaggia di San Raineri in attesa che le fiamme si potessero placare definitivamente. La nave venne rimorchiata due giorni dopo nella Rada Paradiso di fronte al torrente Pace, prima di essere messa all'ancora.


Particolare dell'elica

Burocraticamente il cargo fu abbandonato al proprio destino, per i contrasti sorti tra gli armatori greci e la Lloyd's, compagnia assicuratrice inglese, che non entrarono mai in possesso della nave dichiarata persa dall'armatore e di conseguenza non pagarono il premio assicurativo. Passarono otto mesi prima che il Twiga, fortemente inclinato, a causa delle continue infiltrazioni d'acqua perse la propria stabilità. La notte del 10 Febbraio 1969 affondò capovolgendosi. Col passare degli anni la sua storia venne dimenticata e il nome trasformato in Pentwingas.

Il supporto del gruppo di subacquea Ecosfera e l'associazione Nettuno, che hanno permesso di ricostruire la storia e fornito le fotografie, è fondamentale per focalizzare il cargo. Il responsabile del Centro immersioni Domenico Majolino ci ha guidato nell'esplorazione della nave.

Avvicinarsi al Twiga non è facile, anzi. La visita al relitto si presenta particolarmente impegnativa, al limite degli standard dell'immersione sportivo-ricreativa, e richiede un'attenta pianificazione e una scrupolosa scelta di tempi, attrezzature e logistica, rendendo di fatto obbligatorio avvalersi dell'esperienza e dell'assistenza dei diving locali.


Parte della stiva dell'ex "Linda Clausen"

Dopo circa 15 metri dall'inizio della discesa si scorge lo scafo della nave, che si mostra alla vista del subacqueo circondato da un nugolo di pesci gironzolanti tra le lamiere in cerca di cibo e riparo. Iniziando dal dritto di prua, la perlustrazione procede lentamente come il gesto misurato di sfogliare un vecchio album di fotografie.

A un occhio allenato sono identificabili il salpa ancora e il verricello di servizio, mentre le stive e la coperta si presentano profondamente segnate dai tanti lustri passati sul fondo del mare e, probabilmente, anche dalla mano dell'uomo. Le concrezioni e la colonizzazione bentonica fortemente sviluppate, ingentiliscono l'aspetto di questo gigante addormentato e distolgono l'attenzione dall'ammasso informe di rottami, rovinati a fianco e adagiati sul fondo. Ultime testimonianze di quello che un tempo era rappresentato dal castello di coperta e il ponte di comando. Passando sul vetro di un oblò che si apre sulla fiancata sinistra, in prossimità della poppa, si plana sull'elica e il timone ancora in buone condizioni, prima che il computer segnali invadente la fine del tempo di "no deco", segno che l'immersione volge ormai al termine.

Un ultimo sguardo dall'alto, lungo la cima di risalita, in compagnia di un pensiero rivolto al comandante Farandatos: chissà se prima di scendere per l'ultima volta dal "Twiga", già danneggiato dalle fiamme, si sarà ricordato di non avere mai controllato sottocoperta, che la vecchia targa col nome "Linda Clausen" fosse stata conservata da qualche precedente capitano, per allontanare la sfortuna che la vecchia gente di mare crede accompagni una nave che cambia nome.

Marcello Bottari

 

 

Scrigno di tesori
La "missione" di un turismo ambientale sostenibile


Il viaggio nelle profondità del nostro mare continua e ogni tappa riserva indicibili emozioni. Non lo scopriamo certo noi: lo Stretto è uno scrigno di tesori da far conoscere e valorizzare, oltre che da custodire e tutelare. Dalla costa della Falce alla rada di Paradiso, i relitti delle navi affondate raccontano di eventi drammatici, di incendi e naufragi, ma sono anche testimonianze di vita che il pianeta azzurro preserva dalla distruzione e dalla totale rimozione dalla memoria storica. Quando si scende a trenta e quaranta metri, tra i pesci abissali e i resti di stive, ancore, timoni e ponti di comando, è come avere una bacchetta magica che d'incanto fa rivivere la vita di bordo, le voci dei marinai, le fasi concitate durante il disastro o nelle operazioni di salvataggio. È la Storia che si fa presente e il momento unico e individuale della scoperta diventa coscienza collettiva. È questa la straordinaria bellezza del viaggio subacqueo.


Pezzi di coibentazione della stiva che si staccano dalle pareti

Il lavoro svolto in questi anni dalla società Ecosfera Diving e dall'unità operativa ottava della Soprintendenza del Mare è stato ed è preziosissimo. Come sottolineato nel report sull'identificazione del relitto della "Twiga" del 22 ottobre 2011, firmato dal soprintendente reggente del Mare Eliana Mauro e dal funzionario direttivo Claudio Di Franco, la convenzione sottoscritta tra i due soggetti è volta al monitoraggio, alla conoscenza e alla tutela dei beni culturali subacquei di interesse storico, di età moderna e contemporanea e si propone di dare impulso alle ricerche.


Parte della stiva dell'ex "Linda Clausen"

Citiamo un passaggio della presentazione del report: «Al di là degli eventi storicamente più o meno rilevanti, che hanno portato questi beni a popolare i fondali marini, spesso arricchendone biodiversità e valenza naturalistica, è importante non dimenticare come oggetti, scafi e lamiere arrugginite trasudino di vita vissuta, del lavoro, della fatica, delle aspettative e delle frustrazioni di uomini che hanno contribuito, dalla progettazione fino all'utilizzo in navigazione, passando per la realizzazione cantieristica, a fare la storia di quella marineria commerciale e militare da cui hanno avuto origine le grandi navi che solcano i nostri mari». E nell'occasione, i rappresentanti della Soprintendenza del Mare hanno espresso l'auspicio «che il futuro riservi ulteriori occasioni di collaborazione scientifica, nell'interesse della conoscenza storico-archeologica dei beni culturali subacquei».


La prua distrutta

Non sono temi riservati a un piccolo gruppo di appassionati o di specialisti. Va rilanciata la proposta della creazione di un grande parco sottomarino, con indicazioni precise sull'ubicazione dei relitti e l'individuazione di itinerari alla portata di adulti e bambini. Anche così s'incentiva un turismo ambientale sostenibile.

Lucio D'Amico

Fonte Gazzetta del Sud 8 luglio 2012

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