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Bandiera di Guerra e di Pace
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di Paolo Ullo

Una ridda di simboli, aspiranti spasimanti alla mano della nostra Repubblica, fanno bella mostra di decorazioni e pittogrammi, con l’intento di accattivarsi la simpatia degli elettori, in prossimità dell’ennesima elezione. Massima espressione di democrazia, la bagarre che si scatena alla presentazione dei marchi di qualità, mette in ridicolo i concorrenti e li rende simili ai pretendenti al talamo nuziale di Penelope; non c’è bisogno di tessere e scucire la tela, per temporeggiare sulla scelta del disegno meglio riuscito, perché in tutti manca la Bandiera Italiana. Nei pochi in cui i colori sono accennati, pennellati come un optional senza importanza, prevalgono sigle e forme pittoriche che non troveranno posto in nessun museo o libro di Storia dell’Arte; nei molti, senza nessun cenno al segno di identità della nostra Nazione, trovano più spazio graffiti di appartenenza a corporazioni, caste e movimenti che mirano a minare una Unità conquistata a caro prezzo.

La potenza rievocativa di un drappo di stoffa, quale è una bandiera che simboleggia uno Stato, ha raggiunto elevate espressioni durante i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. La nostra bandiera ha fatto bella figura di sé, bordata di frange dorate, linda e sgargiante dei suoi tre colori, un po’ civetta ma carica di storia. In avvenimenti recenti, troppe volte è stata abbrunata da un panno nero o a mezz’asta, in segno di lutto, Bandiera di Guerra o di finta Pace che copre, beffarda, casse, “tabbuti”, di ragazzi morti, plagiati per interessi di Governo, per difenderci da nemici inventati, che non abbiamo.

E’ certamente più bella se esposta e sbandierata in segno di esultanza, attaccata ad un’asta o al mio bastone retrattile da escursionismo, in cima ad una montagna, al balcone di casa durante la festa del Santo Patrono o per la vittoria della Nazionale di Calcio. I ragazzi, compreso mio figlio, della Quarta Elementare di Santo Stefano Medio, mi avranno preso per matto, quando, armeggiando con quell’asta improvvisata, li ho invitati a sventolare la Bandiera al Palacultura come fossero sulle gradinate di uno Stadio di calcio. Trascinati dall’entusiasmo, è stato necessario frenarli, per l’esiguità dello spazio d’azione, per non tramutare un innocuo sventolio in una forma di lotta a colpi di bastone.

Mi è stato chiesto se me ne sono servito per esultare per qualche avvenimento sportivo, ma ho dovuto confessare che riservo lo sventolio della mia bandiera a ricorrenze e circostanze che ritengo più importanti. A casa rimetto a posto la bandiera per la prossima occasione, probabilmente su una montagna, visto che non sono un uomo di mare, ed ogni cima va bene lo stesso, sia essa una collina del paese, il Monviso, l’Etna e tutto ciò che si eleva di tanto quanto basta ad inneggiare all’Unità d’Italia.

Dopo aver assistito a tanti momenti di festa e di pace, riesce difficile immaginare la bandiera, sdrucita e sfilacciata dal vento, in testa ad uno schieramento di Guerra, che incita alla battaglia, allo scontro frontale con altri uomini armati, sotto il segno di un altro drappo di stoffa, di altri colori, lacera e scomposta in cima ad una lancia o una baionetta. Io non credo al potere taumaturgico di un simbolo di pezza, che infonde coraggio, energia e che invita a morire con il sorriso sulle labbra, in nome di una identità di popolo o ragioni di governo. Se ciò è avvenuto in altri momenti della Storia, è solo perché così ci hanno fatto credere gli strateghi militari, i cultori della Guerra, come necessità per soddisfare le voglie matte di condottieri in cerca di gloria.

Il colore che meglio si addice ai guerrafondai è il bianco, segno di resa incondizionata, che è giunto il momento di attaccare le armi al chiodo e per sempre, come si fa per uno sportivo, per cessata attività. Nel vario linguaggio espressivo dello sventolio di bandiere, non c’è più posto per dare la carica, accompagnato da un grido suicida, a plotoni di esecuzione e destinati a morire nello stesso momento. Potremmo ancora accettare, ma non per molto, una Bandiera Gialla di contagio radioattivo, in attesa di decontaminazione; non accetteremo bandiere simboleggianti nazionalismi e regionalismi sfrenati, o inneggianti ideologie che non porteranno mai a festeggiarne la nascita.

Dopo la sbornia di giubilo per i 150 anni dell’Unità d’Italia, occorre vigilare perché non si insinui nella nostra Nazione il cancro della disgregazione e impedire, sul nascere, ogni tentativo di trasformare un simbolo di identità Nazionale in una volgarissima pezza da usare per scopi igienici; se ne arrabbierebbero i protagonisti del Risorgimento, Garibaldi e i suoi Mille in Camice Rosse, e tutti coloro che, per il Verde, il Bianco ed il Rosso, messi insieme, hanno lottato. Nella Storia d’Italia, troppe camice di un unico e diverso colore hanno caratterizzato periodi più o meno bui per tutti gli Italiani, i quali si sono innamorati del loro Tricolore per sventolarlo sempre in Pace; a chi crede di servirsi della propria bandiera monocroma, come simbolo di Guerra, suggeriamo l’uso di carta a doppio o triplo strato: si sfilaccia prima al vento, dando meglio il senso della battaglia, è a perdere, biodegradabile e non merita lo stesso rispetto che noi Italiani riserviamo alla Bandiera d’Italia Unita, Bandiera di Pace, da 150 anni e per l’eternità.

Ullo Paolo


 

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