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I resti del mercantile Produgal e del piroscafo Patria
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PIANETA AZZURRO
di Marcello Bottari e Lucio D'Amico

Il nostro mare custodisce i resti del mercantile Produgal e del piroscafo Patria, vittime del terremoto e dei bombardamenti 1908-1943, la fine tragica di due navi Le recenti ricerche subacquee hanno rivelato nuove importanti scoperte...Le recenti ricerche subacquee hanno rivelato nuove importanti scoperte sui fondali dello Stretto.

PRODUGAL

Le commemorazioni del terremoto di Messina del 1908 hanno rappresentato un eccezionale richiamoindirizzando le società cooperative Ecosfera e Nettuno alla ricerca del Produgal. Troppe le voci concernenti la presenza di un relitto di una nave mercantile affondata nel porto di Messina dall’onda di marea sopraggiunta dopo il sisma. La memoria storica delle persone è stata fondamentale. Soprattutto i ricordi dei palombari dell’Arsenale Militare che raccontano di averla visionata nelle varie immersioni in occasione degli interventi sulle attrezzature dello stabilimento militare.


Il piroscafo adagiato sul fondo all'interno del Porto di Messina

Poche settimane dopo la tragedia,alcuni giornali stranieri hanno descritto le drammatiche ore del terremoto: il “Victoria Daily Colonist” e l’australiano “The Mercury” riportavano la fine del mercantile “Produgal”, che si trovava all’interno del bacino di carenaggio per riparazioni, e che è stato scagliato fuori dal bacino stesso dalla potenza dell’onda di maremoto. Il piroscafo “Produgal” apparteneva alla compagnia di navigazione russa Svorono & E. di Pollone con sede a Mariupol. In realtà era stato acquistato nel Luglio del 1908 dalla compagnia londinese A. Holland che in principio lo aveva battezzato “Ruskin”.

 


L'ingresso della cucina

Dai disegni costruttivi si evince che era la gemella della Monrovia, di proprietà della compagnia di navigazione Elder Company di Londra, che lo impiegava sulle rotte verso l'Africa. Il relitto, dopo oltre cento anni, giace ancora in posizione di navigazione inclinato a dritta di qualche grado, su un fondale sabbioso di circa 65 metri, con la prua orientata a 265°. È integro per la maggior parte delle strutture, ed è insabbiato di circa 3 metri, per tutta la lunghezza. La prua è intatta e corrisponde nelle sue forme a quanto indicato nei disegni costruttivi.

Le ancore e le relative catene sono assenti. Gli occhi di cubìa sono vuoti. Il verricello salpa ancore, pur se presente, non è più nella sua posizione originaria. Elementi dell'alberatura prodiera giacciono nei pressi del secondo boccaporto della stiva di prua. Il carruggetto di dritta, che alloggiava il relativo fanale di via, è distrutto,mentre il corrispettivo di sinistra è integro. L'accesso alla stiva prodiera vuota è facile attraverso due ampi boccaporti.

Sul ponte di comando i resti del timone e della relativa macchina a vapore. Nella sala macchine è presente un motore a triplice espansione, nel piano sottostante le caldaie. Sul motore tracce della copertura lignea degli osteriggi con i relativi oblò. Alcuni manometri e un contalitri dell'evaporatore sono nei loro alloggiamenti, il fumaiolo è troncato alla base. La cucina è integra nelle sue parti principali. L’accesso alla stiva poppiera è facilitato da due ampi boccaporti; non vi è traccia di carico. Sull'impalcato del primo ponte è alloggiata l'elica di rispetto ancora con i rizzaggi dell'epoca.

La parte sottoponte dell'albero poppiero è ben visibile alloggiato nella sua scassa sovrastante il tunnel asse elica. Nei pressi la presenza di un cumulo di mattoni accatastati, presumibilmente della dotazione di rispetto delle caldaie,con l'iscrizione "WC & Co",probabilmente prodotti da Williamson-Cliffe & Company in Stamford, Lincolnshire, England,fornace attiva fin dal 1850. La poppa è integra e l’elica di propulsione a quattro pale ortogonali è al suo posto, così come il timone non compensato. Quasi tutti gli oblò del relitto sono al loro posto completi di ogni parte.

PATRIA


Una riproduzione del Patria

Il ritrovamento del relitto del “Patria” costituisce uno dei tasselli del mosaico della nostra storia più recente e ha l’indubbio merito di ricordare avvenimenti che, pur nella loro tragicità, meritano un posto nella memoria collettiva.
Nave civile utilizzata per scopi militari nel periodo precedente lo sbarco anglo-americano in Sicilia,il piroscafo “Patria” giace sfigurato a pochi metri. È l’estate del 1943 e sono trascorsi 35 anni dal secondo devastante “terremoto”,al quale la città dello Stretto fu sottoposta da gennaio ad agosto con una serie di bombardamenti indiscriminati, effettuati anche con bombe incendiarie, nel corso dei quali furono colpiti edifici pubblici, quartieri residenziali, ospedali, chiese e impianti industriali.

Il piroscafo S.S. Patria, l’acronimo S.S. sta per SteamShip ossia nave a vapore, fu costruito nel 1939 nel cantiere Kristiansands Mek. Verksted, a Kristiansand, in Norvegia, per la Oluf Skjeldbred Knudsen, destinazione d’uso trasporto merci. Dai registri della Lloyd risulta che il Patria cambiò nome dal 1941, anno in cui la nave,a causa delle vicende belliche della II Guerra Mondiale, passò sotto la sovranità e la bandiera francese del governo collaborazionista di Vichy e iniziò a navigare col nome di Ste. Christine. La vita del Patria fu breve e travagliata: nel 1940 fu tra le navi internate in Africa; nel 1942 fu restituita dalla Francia di Vichy alla Norvegia,che però la cedette nell’ottobre del 1942 alla Germania.


Il Patria, realizzato nel cantiere Kristiansands Mek. Verksted in Norvegia,
nel bacino di carenaggio di Bredalaholmen

La fine del piroscafo avvenne mentre trasportava un carico di esplosivi,bombardata da aerei alleati nel porto di Messina.La mattina del 14 Luglio 1943 l’affondamento: venticinque quadrimotori alleati attaccano Messina alle 10.37, seguiti a ondate successive da altri 212 velivoli che sganciano tonnellate di esplosivo sulla città. Una di queste bombe colpisce un piroscafo, battente bandiera tedesca, ormeggiato in porto davanti alla dogana e carico di munizionamento, che esplode con un fragore impressionante disseminando l’abitato cittadino di grossi rottami che vanno a finire a chilometri di distanza fin sulle terrazze del Seminario arcivescovile di Giostra.

Le operazioni di immersione hanno avuto luogo ad aprile del 2012 dopo le necessarie autorizzazioni. Hanno partecipato dieci subacquei della società cooperativa Ecosfera e due funzionari della Soprintendenza del Mare. Dopo il salto dalle banchine del porto i subacquei hanno intravisto la sagoma della poppa del relitto proprio davanti a loro. Poche pinneggiate per raggiungere a una quota di venti metri il castello di poppa che evidenzia i macchinari della timoneria ed i passacavi. Proseguendo verso nord , dopo il castello di poppa, la devastazione è totale a causa della sua esplosione; molti metri più in basso, raggiunto il tunnel dell’asse elica, si arriva fino al settore prodiero.


La zona della poppa del relitto fotografata da Domenico Majolino

Il fondo è disseminato di parti del carico costituite da munizioni di piccolo calibro, grossi fusti contorti.
Le paratie delle stive si aprono verso l’esterno della nave, a testimonianza degli effetti della forte esplosione subita. A metà nave una paratia verticale che segna l’inizio del locale macchine e alla cui base si apre un cunicolo con, ancora nel suo alloggiamento, una grande chiave inglese. Continuando verso la prua sul fondo fusti insabbiati e nelle vicinanze del relitto lamiere contorte.Più avanti di ottanta metri dalla poppa, a una profondità di trentasei metri, la prua che appare anch’essa irriconoscibile per gli effetti dell’esplosione.

Marcello Bottari

 

 

Messina deve seguire l'esempio di Genova

di Lucio D'Amico

Più prosegue il viaggio nel "pianeta azzurro" e più si comprende l'importanza, per una città come la nostra, di un grande Museo del Mare, o meglio, di un Centro permanente delle meraviglie dello Stretto. Chiamarlo Museo del Mare sarebbe riduttivo. Apprezziamo gli sforzi compiuti in questi anni dall'assessore comunale Pippo Isgrò, ma non è con l'esposizione di qualche reperto in una sala del Palacultura o in un'altra accanto all'Antiquarium di Palazzo Zanca, che si colma un "gap" di decenni. È vero, se non si parte, non si arriva mai, ma a volte partire male rischia di inficiare la prosecuzione del percorso.


Il sommergibile Nazario Sauro ormeggiato alla darsena davanti al
Museo del Mare "Galata"

Messina deve porsi come interfaccia di Genova. Ogni realtà ha la sua specificità, non si tratta di copiare ma di prendere come esempio una città che ha saputo realizzare quel polo di servizi e strutture che hanno un unico comune denominatore: la valorizzazione del proprio mare. Chiunque è stato nel capoluogo ligure, si rende conto perfettamente di cosa significa trasformare aree degradate del vecchio porto storico in centri pulsanti di vita, in occasioni di incontro, in formidabili elementi di attrazione turistica.

Genova ha realizzato il più grande Museo del Mare del Mediterraneo, il Galata, inaugurato nel 2004. È una struttura concepita come l'esplorazione di un mondo antico con tecniche moderne e innovative. Vi è la riproduzione in scala naturale di una bellissima galea genovese e vi sono parecchie sale interattive dove i visitatori si lasciano coinvolgere, come nell'ala dedicata ai viaggi transatlantici e quella dove viene simulata una tempesta a Capo Horn.

Davanti alla darsena antistante il Museo è ormeggiato un sommergibile, il "Nazario Sauro", varato nel 1976 e dal 2010 utilizzato come appendice galleggiante del Museo, visitata da centinaia di turisti ogni giorno. E a pochi passi vi è una delle attrattive più famose, e apprezzate, d'Italia: lo splendido Acquario con le sue 70 vasche, la più grande esposizione di biodiversità d'Europa. E nella stessa area la Biosfera (la riproduzione di una vera e propria foresta tropicale), l'ascensore panoramico chiamato dai genovesi "Bigo" (era una gru montata sulle navi da carico, Renzo Piano l'ha trasformata nel simbolo architettonico del porto antico), il Museo nazionale dell'Antartide, un immenso spazio giochi per bambini e tanto altro ancora.

Genova e Messina, sponda nord e sponda sud del Mediterraneo: è questa la strada da percorrere. Tutti gli investimenti devono essere finalizzati a un obiettivo di "sistema", che coinvolga i piani di riqualificazione dell'intero litorale, a partire dalla Falce. Facciamo del "pianeta azzurro" la nostra vera ricchezza!

Lucio D'Amico

Fonte Gazzetta del Sud 15 luglio 2012

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