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L'Eremo di San Corrado a Messina
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San Corrado
da gli "Annali della Città di Messina" Capitale del Regno di Sicilia
di Cajo Domenico Gallo (1756)
Tomo Primo
In cui oltre l'introduzione, ed Apparato, ovi si da l'idea generale di
ciò che sia Messina, si descrive in sei libri cronologicamente la
Storia delle cose più memorabili dal giorno di sua fondazione
accaduta circa gli anni del Mondo 1856.,e 2196.prima
della venuta del Redentore sino al 1056. di nostra
salute in tutto di anni 3255

IN MESSINA 1756
Per Francesco Gaipa Regio Impressore 

Annali della Città di Merssina, pagina 116 Tomo Primo

Su di un'erta collina, a vista e non molto distante dalla città vi è la chiesa, ed eremo di San Corrado.
Titolavasi prima la Madonna di Visitò, come riferisce il Padre Samperi. Venerabile si rese tal luogo per questa Santissima Immagine; e venne poscia abitato dal Venerabile Servo di Dio Fra Pietro Gazzetti, Eremita Naturale di Modena, ed abitante in Noto, che passò qui a far soggiorno nel 1661 assieme col suo compagno, anch'egli Venerabile, e Gran Servo di Dio Padre Diego Cannata di Taormina Sacerdote, ed  Eremita.

In tal contingenza il Gazzetti, coll'intercessione di S.Corrado, restituì miracolosamente la sanità a Don Cesare Marullo Marchese di Condausta, tocco da un fiero colpo di paralisia, per qual mezzo il medesimo dedicò in quella chiesa un Altare e Cappella a san Corrado Eremita, essendosi processionalmente portato il quadro du esso Santo dalla Casa  Professa dei Padri Gesuiti fino all'Eremo, con gran concorso di Popolo; e fin d'allora prese la Chiesa, ed Eremitorio il nome di San Corrado.

Indi questi due servi di Dio verso il fine di Giugno 1665 si portarono in Noto, dove il Gazzetti finì santamente i suoi giorni nel 1671 a ventiquattro Ottobre, ed il Cannata a 17 Luglio 1694.

Fu poscia abitato da cinque Eremiti sotto la Regola di San Pacomio, nel tempo, che l'altro gran Servo di Dio Fra Saverio Amato diramò il suo istituto dall'Eremo da lui fondato in Santa Maria di Trapani, come fra poco diremo; ma la peste del 1743 l'estinse ed ora di nuovo poco a poco si va ristabilendo con nuovi Religiosi, che hanno abbracciato questo istituto.

Fonte: Emeroteca del Gabinetto di Lettura di Messina

GAZZETTA DI MESSINA E DELLE CALABRIE
Martedì-Mercoledì 18-19 Luglio 1905

Note di Storia e d'Arte
L'Eremo di S. Corrado

Gaetano La Corte Cailler

Sopra un'amena collina dalla quale magnifico è il panorama della Città con le Calabrie e lo stretto, sorge l'abolito eremo di S. Corrado, uno tra i antichi del genere che sieno sorti tra noi. Esso fu eretto nel secolo XVII per accogliervi pochi frati ansiosi di vita frugale, lontana dal mondo, e venne allora occupata un'antica cappella che nei principii del cinquecento era stata rifatta da tal Stefano Pasca, messinese, per sua devozione.

Quale cappella, assai frequentata dai fedeli, di Santa Maria di Visitò, forse per le continue visite dei devoti, o perchè la Madonna colà venerata era vestita a bruno, cioè visitusa, come il popolo denomina ancora le vedove. E di tanta devozione popolare eran prova i numerosissimi doni votivi che quasi coprivano le pareti della cappella, mentre dal tetto pendevano modelli di navi, di galere, di galeotte, per avere la Madonna liberato molti naviganti da tempesta o da corsari.

La cappella antica, passata ai romiti e da loro ampliata, veniva però col tempo a perdere la grande affluenza di devoti che da essa traevano, e questo perchè la collina dove sorgeva, era stata prescelta ad asilo di non poche malfattori, i quali poco devotamente assalivano e derubavano i fedeli che traevano al romitaggio.

Nel 1661 però fra Pietro Gazzetti da Modena e fra Pietro da Taormina pensavano di interessare i magistrati su tale inconveniente, e la forca ben presto apprestò al persuasivo e convincente rimedio, che vennero appagati i voti comuni. I frati quindi s'installarono nell'eremo abbandonato, lo restaurarono, e traendo profitto dal nome recentemente acquistatosi sugli altari da S. Corrado, eremita da Piacenza, poco alla volta ne introducevano la devozione fra noi.

Il nobile Don Cesare Marullo intanto, marchese di Condagusta, principe dei Cavalieri della Stella e Senatore che la Città avea prescelto sovente ad alte funzioni, era stato colpito da paralisi, nè i medici del tempo avean potuto restituirlo alle alte cariche cui la città lo continuava a chiamare, e sdesso. Il frate Gazzetti tentò la intercessione di S. Corrado, e con esito felicissimo, tanto che nel 1665, lasciando l'eremo dov'era rimasto quattro anni appena, vedea sorgere nella chiesa una cappella col quadro del Santo romito, tutta munificente spesa del Marullo, ch'era rimasto completamente guarito. E d'allora, divulgato il miracolo , la chiesa abbandonava del tutto il nome di Maria di Visitò, e veniva dedicata a S. Corrado.

Il quadro commesso dalla fede del Marullo, esiste ancora nella cappella in parola, all'altare di sinistra entrando, vi è una tavola pur buona di artista  ignoto, che prova come l'insigne patrizio, col ricordo della sua fede, abbia voluto lasciare al paese anche un'opera d'arte semicircolare nella parte superiore, e delle misure di m.2 x 1,50, il quadro esprime S. Corrado, vestito di rustica lana, moribondo, nelle braccia di due angeli ed accanto alla rozza croce che avea attaccato ad un trocco d'albero. In fondo si vede la foresta, ben delineata che d'effetto, ed egualmente ben delineata ed espressiva è la testa del Santo.

All'angolo di sinistra, in basso al quadro, è lo stemma di Casa Marullo, e nell'altro lato si legge:

S.CORRADVS
GONFALONERVS
PLACENTINVS

Nessun accenno però al committente del dipinto, il quale si limitò a farsi ricordare con le armi del suo casato, nè vedesi firma alcuna del dipintore.

Non é questo però il solo quadro che ho potuto notare nella chiesetta dell'eremo. All'altare maggiore, ho avuto il piacere di verificare che ancora vi esiste la "molto antica e veneranda" icona che il Samperi assicura essere già stata in una cappelletta allo Scoppo, da dove la tolse Stefano Pasca nei principii del cinquecento e la trasferì nella chiesetta cappella del Visitò. Ed il Samperi anzi, nella sua Iconologia, curò darci la riproduzione del pezzo centrale di questo dipinto, e v'inserì una rozza incisione del messinese Emanuele D'Alfio.

Questa icona intanto, mai da alcuno notata pria d'ora, merita la maggiore considerazione come opera della scuola messinese del trecento, e si presenta a fondo dorato, con sui compartimenti divisi in due ordini, il tutto delle misure di m. 1,19 X 1,31.

Nel centro del pezzo inferiore, vedesi dipinta la intera figura della Madonna sedente col Putto, il quale ha in mano un cartoccio svolazzante, con la scritta: Spiritus domini in me cuius gratia unctaviò ms; ai lati della testa della Madonna - seguendo ancora l'uso bizantino - si legge il nome rifatto: S. Maria di Visito : in basso, ai lati della Madonna stessa, sono ritratte due piccole figure, un uomo e una donna, in atto di  preghiera, forse i committenti del quadro. Il pezzo centrale è fiancheggiato poi da altri due scompartimenti, dove stanno espressi in piedi S. Pietro da una parte e S. Paolo dall'altra.

La parte superiore intanto della icona anche a tre scompartimenti ma più piccoli e di forma semicircolari nell'alto. In centro vedesi espresso un Cristo benedicente, a mezza figura, con a sinistra la mezza figura in terza Elia, con la leggenda: Helia Propheta, ed a destra l'altra mezza figura di Mosè, con la scritta: Moises Propheta. In basso finalmente, e sotto la figura di S. Pietro citata si legge la seguente iscrizione riferentesi a tutta la icona: ”1553, servur domini nostri Ihesus Christi Antonius Cotrunev”.

Da quale iscrizione chiaro si deduce che ne 1553 il romito Antonio Cutroneo (famiglia ancor nota in Messina) facea rifare la icona in discorso per sua devozione, con un largo restauro chiaramente visibile, ed alterava un dipinto di alta importanza per la sua età ma che – senza quel restauro – non avrebbe sfidato assai probabilmente altri tre secoli e mezzo per pervenire fino a noi.

In quel restauro forse, la icona venne privata degl’intagli  che ne decoravano al centro i sei scompartimenti, lavori che oggi avrebbero avuto grande valore per noi, poiché nel secolo XIV riri tipi di intaglio sono scampati alle vicende cui è rimasta soggetta Messina. La icona però, è nel suo complesso un bel documento dell’arte nostra, e ci ricorda una età della quale non è rimasta alcuna memoria di nomi di pittori – che pur qui furono fiorentissimi – tranne quella di un Enrico Scarfia (forse gli Scarfì di oggi) che lavorava nel 1336, e di cui io pel primo ho già dato notizia.

Pria di uscir dalla chiesa, ho voluto trascrivere la lapide, ancora inedita, che nel 1727 fu scolpita nella lastra della sepultura dell’eremo, e che mi è piaciuta per concetto e par forma latina. Eccola:

VOS MUNDO MORTUOS
SAXOSA EXCEPIT EREMUS
OS VITA FUNCTOS GELIDUM
CONTEXIT SAXUM
NUNC BIS MORTUI
BEATAM EXPECTANT SPEM
VOS ITTIDEM
SOLI VIVITE DEO
SI CUPITIS ESSE BEATI
ET ORATE PRO EIS
IN MUNDO SPES NULLA BONI SPES
NULLA SALUTIS
UNA SALUS SERVIRE DEO SUNT
CAETERA FRAUDES
1727

Ed ora una considerazione. Pressochè chiusa al culto la chiesa – com’è attualmente – non potrebbe l’amministrazione municipale interessare chi di ragione a depositare nel museo la icona in discorso, sostituendola con altra immagine della Madonna, tanto più che quella in discorso non è più la Titolare della chiesa, ne ispira devozione speciale alcuna? Gli studiosi non troveranno agevole mai lo accedere in un locale erto – per quanto pittoresco – qual è quello di S. Corrado, ne sarà loro facile vedere un quadro in una chiesa sempre chiusa. Oltre a ciò, qual garenzia avere anche il paese per la custodia di un’opera di valore, che nessuno custodisce? Il Museo invece è la sede adatta per la conservazione dei documenti della nostra antica cultura, ed io mi auguro che il Conte Marullo ed il marchese Alliata del Ferraro vorranno ancora una volta dar prova del loro indefesso attaccamento per la storia del paese, e ritireranno a vantaggio degli studiosi un’opera che documenta l’arte pittorfesca messinese al secolo XIV.

Messina, 18 luglio 1905

Gaet. La Corte Cailler.

 


Eremo di San Corrado

Quando vi giunsero i frati, sulla collinetta che stava dirimpetto al forte Castellaccio sorgeva già una chiesa dedicata a Santa Maria di Visitò. Placido Samperi racconta di questa chiesa e dell'immagine in essa venerata. Certo Stefano Pasca, gentiluomo Messinese, in quanto cagionevole di salute usava raccomandarsi spesso devotamente alla Vergine. Una notte la Madonna gli apparve in sogno e lo esortò a costruire una cappella per custodirvi una certa sacra immagine che si trovava abbandonata in un luogo vicino. "Era anticamente una cappelletta sopra una rupe, verso quella parte dove scaturisce una larga vena di limpidissima acqua da una montagna, la quale, perché mormoreggiante si precipita da scoscese pietre in una profonda valle, si chiama volgarmente lo Scoppo dell'acqua...".

Questa cappelletta era da tempo crollata, "mentre si cavavano da questa rupe grosse pietre per fabbricare la città", e rimaneva in piedi solo l'altare con l'immagine della Madonna. Il Pasca si convinse che era quella l'immagine che avrebbe dovuto salvare. Perciò la prelevò, costruì nel suo podere una chiesetta di legno e ve la depose. Ma il giorno dopo si accorse con rammarico che il quadro era sparito. Di lì a poco , però, fatte le dovute ricerche, lo rinvenne nel podere di un certo Palombo, su quella collinetta dove poi sarebbe sorto l'Eremo di San Corrado.

Nella chiesa, dove si arriva oltrepassando la via Pietro Castelli a Gravitelli, la non rimane quasi nulla di quanto, fino ai primi del XIX secolo, ancora esisteva, come attentamente scrisse in un articolo Gaetano La Corte Cailler nella Gazzetta del 19 luglio 1905 anno XLIII, n.198. Nell'altare maggiore si trovava ancora l'antica icona di Santa Maria di Visitò che il Pasca aveva preso allo Scoppo.  

Il La Corte la descrisse con minuziosità e la ritenne opera della scuola messinese del Trecento. Secondo l'illustre studioso, l'icona era divisa in due ordini, con sei scompartimenti a fondo dorato, il tutto delle misure di m. 1,19 x 1,31.

Nel centro del pezzo inferiore era dipinta la Madonna sedente col Putto, con ai lati San Pietro e San Paolo; in basso erano due piccole figure in atto di preghiera, forse i committenti del quadro. Nella parte superiore in tre piccoli scompartimenti, si vedevano Cristo benedicente, al centro, Elia, a sinistra, e Mosè, a destra.

Sotto la figura di San Pietro si leggeva la seguente iscrizione : 1553, servur domini nostri Ihesu Christi Antonius Cotrunev, che voleva dire a parere del La Corte, che il dipinto era stato restaurato , nel 1553, dall'eremita Antonio Cotroneo; nel quale restauro l'icona sarebbe stata privata dei " preziosi intagli che ne decoravano al centro i sei scompartimenti".

Vi era anche, nell'altare di sinistra entrando, il quadro donato dai Marullo, si trattava ancora secondo il La Corte, d'una tavola di buona fattura anche se di autore ignoto. Di forma semicircolare misurava m. 2 x 1,50. San Corrado appariva vestito di rustica lana, moribondo, dal viso molto espressivo, nelle braccia di due angeli con accanto la croce. In basso a sinistra era lo stemma di casa Marullo, ed a destra si leggeva: S. Conradus Gonfalonerius Placentinus.

Dei due quadri oggi non rimane purtroppo nessuna traccia, forse è ancora conservata la lapide datata 1727,  che chiude l'ipogeo della chiesa. Vi si legge:

VOS MUNDO MORTUOS
SAXOSA EXCEPIT EREMUS
HOS VITA FUNTOS GELIDUM
CONTEXIT SAXUM
NUNC  BIS MORTUI
BEATAM EXPECTANT SPEM
VOS ITTIDEM 
SOLI VIVITE DEO
SI CUPITIS ESSE BEATI
ET ORATE  PRO EIS
IN MUNDO SPES NULLA BONI SPES
NULLA  SALUTIS
UNA SALUS SERVIRE DEO SUNT
CAETERA FRAUDES
1727.

L'eremo e l'annessa chiesetta, di proprietà della famiglia Morabito, sono stati restaurati, ed è stato fedelmente ricostruito il piano primo dell'eremo che era andato distrutto. Oggi l'eremo è residenza privata della famiglia e la chiesa è aperta al pubblico in occasione di San Corrado e della Madonna di Fatima in quanto presente nell'altare maggiore un bassorilievo in gesso eseguito dal Maestro Bonfiglio nel 1942.

Pippo Lombardo

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2012 -  I Portatori di San Corrado presentano la sintesi della festa di San Corrado a Noto (SR)a cura di VIDEOMEDITERRANEO

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2013 - Il rientro in Cattedrale del fercolo- La salita di corsa delle scale. Di Sebastiano SR

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I fuochi pirotecnici in onore di San Corrado della Ditta "Pirotecnica Iblea" di Lorenzo Massari. Di Sebastiano SR



 

Ulteriori notizie su San Corrado sul sito http://www.araldosancorrado.org/



Breve vita di San Corrado

Tratto da Società Fedeli e Portatori di San Corrado
http://www.societafedeliportatoridisancorrado.it/vita.html

Biografia

Corrado nacque a Calendasco nel 1290. Discendeva dalla nobile casata dei Confalonieri che, oltre ad abitare in Piacenza, avevano vasti feudi assegnati loro quale privilegio di essere una famiglia guelfa fedele alla Chiesa. Nei dintorni del paese, in una zona fitta di boscaglie (la tradizione parla di Case Bruciate, vicino a Carpaneto Piacentino - anche se recenti studi indicano una nuova località sita tra San Nicolò, frazione di Rottofreno, e Calendasco - e questa vasta area agricola di circa 200 pertiche piacentine è chiamata col nome di 'La Bruciata'), Corrado si trovava a caccia con una compagnia di amici e familiari. Quel giorno la caccia non diede buon esito e Corrado ordinò di appiccare il fuoco alle sterpaglie per stanare la cacciagione ma, complice il forte vento, il fuoco in un attimo bruciò tutto ciò che incontrava, tra cui boschi, case e capanne. Spaventati ed impotenti di fronte a questo evento, Corrado e i suoi scappano verso casa, decisi a non far trapelare la verità.

Non appena la notizia si propagò in città, si credette che l'incendio fosse stato appiccato dai Guelfi per colpire l'attuale governanza ghibellina e subito si scatenò la caccia al responsabile, che venne individuato in un povero contadino. La notizia della condanna colpì l'animo di Corrado, che non riusciva a darsi pace per quello che era successo a causa sua. Non esitò quindi ad interrompere il corteo punitivo ed a chiedere udienza al Signore di Piacenza, al quale dichiarò la propria colpevolezza, subendo la pesantissima pena della confisca di tutti i terreni per risarcire il danno fatto (in quanto nobile, evitò le punizioni corporali).


Conversione

Questo evento segnò profondamente la vita di Corrado, che negli anni successivi si avvicinò sempre più alla fede: vestì infatti l'abito penitenziale francescano ritirandosi nell'eremo nei pressi di Calendasco (detto del "gorgolare" da uno storico siculo) e guidato da frate Aristide. Essendo infatti l'hospitale di questi fraticelli sulle terre presso al suo feudo calendaschese, egli ben conosceva il loro esemplare modo di vita, affidato tutto alle sole parole del Vangelo.

Fu così che Corrado, in accordo con la moglie Giovannina, decisero entrambi di votarsi alla religione: lui francescano terziario, lei clarissa. Nel progredire nel suo stato religioso ebbe modo di riflettere sulla sua scelta fino a prendere la decisione di lasciare Piacenza e tutte le cose materiali per dedicarsi alla propria anima ed alle cose eterne, così che, intorno al 1335, lasciò la città.

La vita in Sicilia

Nel suo lungo peregrinare, eremita itinerante secondo la tradizione francescana, Corrado attraversò l'Italia verso sud, pregando sulle tombe degli Apostoli a Roma, finché non giunse nella sua meta definitiva, Noto, intorno al 1340. Qui legò una stretta amicizia con Guglielmo Buccheri, già scudiero di Federico II d'Aragona, che le vicende della vita portarono a fare una scelta d'eremitaggio simile a Corrado. Buccheri ospitò Corrado nelle cosiddette Celle, un quartiere isolato nei pressi della Chiesa del Crocifisso, dove vi rimase per circa due anni, per poi ricominciare le sue peregrinazioni quando il suo eremitaggio fu compromesso dalle sempre più numerose genti che chiedono a lui preghiere e consigli.
Corrado si trasferì in zone remote e desertiche, il suo unico pensiero era avvicinarsi a Dio.

Miracoli attribuiti

Vengono attribuiti a San Corrado alcuni miracoli.

Durante una delle sue visite a Noto, Corrado incontrò un suo vecchio conoscente, tal Antonio Sessa, il quale soffriva da tempo di ernia. Alla vista dell'amico dolorante, Corrado ne ebbe compassione e, dopo aver pregato per lui, questi immediatamente guarì dai suoi dolori.

Un altro avvenimento miracoloso è considerata la guarigione del figlioletto di un amico sarto, che soffriva anch'egli di un'ernia assai sviluppata.

Il più famoso rimane il cosiddetto miracolo dei Pani, che Corrado avrebbe compiuto durante la terribile carestia che colpì la Sicilia negli anni 1348-1349, causata dalla peste nera che imperversava. Secondo la leggenda, in quel periodo, chiunque si rivolgesse a Corrado, non tornava a casa senza un pane caldo, impastato direttamente dalle mani degli Angeli

Gli ultimi giorni

Corrado morì nella sua grotta il 19 febbraio 1351 con al suo fianco il confessore. Il racconto narra di un trapasso avvenuto in ginocchio e in preghiera con gli occhi al cielo, posizione mantenuta anche dopo il trapasso, mentre una luce avvolgeva la Grotta dei Pizzoni.
Venne seppellito nella Chiesa di San Nicolò a Noto, secondo le sue volontà. In seguito il corpo venne traslato nella Cattedrale di Noto ove è venerato da parecchi secoli.


Beatificazione

L'iter relativo alla beatificazione di Corrado Confalonieri di Piacenza è assai ricco di sviluppi. Già subito dopo la morte si avviarono le procedure, per le quali il vescovo locale poteva procedere all'elevazione agli altari di una persona vissuta in virtù eroiche testimoniate oltre che dalla vita stessa anche da persone viventi che lo avevano conosciuto. Lo stesso vescovo di Siracusa (sotto la cui cura ricadeva all'epoca anche la città di Noto), aveva assistito personalmente al miracolo dei pani compiuto da Corrado: il vescovo accertò di persona che egli viveva in una grotta nelle montagne netine senza nulla di ciò che serve alla vita comune, eppure Corrado porse al vescovo del pane caldo e fragrante, meravigliando lo stesso che ne riportò fedele memoria. Subito dopo la morte dell'eremita si diede inizio alla causa. Sospesa poi per cause legate ad eventi politici e civili, riprese nel 1400, ancora nel 1500 e si concluse positivamente. Fu beatificato da papa Leone X nel 1515.

Papa Urbano VIII concesse Ufficio e Messa propria agli Ordini Francescani il 12 settembre 1625, mentre a Piacenza il 2 giugno 1625 con decreto del cardinale Odoardo Farnese si pose giorno di Festa feriale obbligatoria il 19 febbraio con solenne Pontificale in Cattedrale. Intanto nel 1612 nella cattedrale piacentina si era eretta una suntuosa cappella affrescata; nel 1617 si eresse una cappella in Calendasco.


Celebrazioni

A Noto il patrono viene ricordato con processioni svolte due volte l'anno (quattro considerando le ottave), il 19 di febbraio e nell'ultima domenica di agosto. Dal 1485 il corpo del "santo" eremita a Noto viene conservato in una magnifica urna argentea. In agosto vengono celebrati l'arrivo del "Santo" e la prima processione, avvenuta proprio in quell'occasione.
Da segnalare sono i Convegni Nazionali di Studi in onore del "Santo", tenuti a Piacenza e a Noto. Importante e basilare quello di Noto nel VII centenario della nascita, tenuto nel 1990; ricchi di inedite ricerche storiche le relazioni dei Convegni Internazionali di studi corradiani di Piacenza, giunti nel 2007 alla quinta edizione.

Nella Valle circondante Noto vi è l'eremo di San Corrado, che ingloba ancora oggi la grotta dell'eremita. Una nuda grotta rocciosa ove visse in preghiera e contemplazione. Nell'eremo del "santo" vi è anche un bel Museo con esposti gli ex voto per le grazie ricevute, quali ad esempio arti artificiali: una testimonianza concreta della continua grazia che i devoti ricevono per intercessione di san Corrado

 

 

Dentro l'Eremo di San Corrado sulla collina di Gravitelli

Uno studio, documentato fotograficamente, da Giuseppe Finocchio che ha avuto l'opportunità di accedere alla Chiesetta e alla Cripta con il consenso del proprietario avvocato T. Morabito.

Quello che in genere non possiamo vedere e segni architettonici di Medioevo

Un interessante segnacolo di gusto medievale presso l’eremo di San Corrado (Messina)

“Seguendo il medesimo camino de’Monti de’Scirpi nella parte occidentale, sopra uno di essi a meraviglia ameno, dirimpetto alla Rocca di Castellaccio s’innalza un divoto sacrario dedicato alla B. Vergine, sotto titolo di Visitò, con un’Imagine molto antica, e veneranda, la cui fondazione così cominciò…” P. Samperi Libro V capo XVIII.



La collina con l'eremo di San Corrado vista da Puntale Arena

“Seguendo il medesimo camino de’Monti de’Scirpi nella parte occidentale, sopra uno di essi a meraviglia ameno, dirimpetto alla Rocca di Castellaccio s’innalza un divoto sacrario dedicato alla B. Vergine, sotto titolo di Visitò, con un’Imagine molto antica, e veneranda, la cui fondazione così cominciò…” P. Samperi Libro V capo XVIII.

 


Eremo di San Corrado - Il contesto e il Monastero

Premessa

L’eremo di S. Corrado, visibile dallo svincolo del Boccetta, è tornato oggi in uno stato dignitoso grazie alla sensibilità ed alla cura del suo attuale proprietario l’avvocato T. Morabito. Si raggiunge inerpicandosi lungo la collina di Gravitelli, un po’ oltre la Città del Ragazzo, e ci si immerge in un’atmosfera “verdeggiante” fuori dal tempo; si tratta sicuramente di un luogo dell’anima che conserva buona parte della sua spiritualità; emblematico delle sorti e del destino della città di Messina.


Eremo di San Corrado - Veduta della città e scorcio

La città, come un papavero di mare, si schiude, con il porto, i forti, il mare  alle prime luci dell’alba in tutta la sua bellezza spesso sgualcita, non amata, calpestata.

Questo piccolo scrigno ci parla, come un libro ancora misterioso da sfogliare, di fatti turbolenti, tra natura e storia,  che hanno caratterizzato lo sviluppo di  Messina e la sua indiscutibile “matrice mariana”.


La Madonna di Visitò

Sull’eremo e sulle fonti che riguardano le sue vicissitudini storiche ha già ampiamente ed in modo esauriente riferito l’amico Giuseppe Lombardo; in questa sede ci soffermeremo invece su una edicula posta nella parte bassa del sito e daremo qualche informazione e documentazione fotografica in merito all’interno della chiesa annessa all’Eremo.

Il monte degli scirpi

“ Era anticamente una cappelletta sopra una rupe non molto indi lontana, verso quella parte, dove scaturisce una larga vena di limpidissima acqua da una montagna, la quale perché mormoreggiando si precipita da scoscese pietre in una profonda valle, si chiama volgarmente, lo Scoppo dell’Acqua, luogo di ordinario diporto ne’ tempi Estivi à Messinesi; hor mentre si cavavano da quella rupe grosse pietre, per le fabriche della città…”.

Questa interessante e puntuale descrizione topografica che ci fa il Samperi per collocare l’eremo di S. Corrado, ci fornisce sicuramente molti spunti interessanti; intanto è suggestivo questo luogo “d’Arcadia estiva” nel quale i messinesi, amenamente, in una sorta di Dejeuner sur l’ Herbe si godevano la frescura verdeggiante e poi il fatto che si parli di estrazione di materiale da cava da questo luogo per le fabbriche della città. Dal punto di vista Litologico notiamo calcare biancastro massivo, generalmente brecciato, pulverulento e vacuolare del Messiniano con uno spessore massimo di 50-60 m al quale si affiancano e marne, sabbie, e calcareniti plioceniche.


Eremo San Corrado - Contesto geologico e banco di calcare


Un’edicula cuspidata lungo il sentiero che conduce all’Eremo di
San Corrado.

“Si accede all’eremo da una ripida salita al cui termine si nota una bella icona ogivale del Crocifisso.” Così nel suo libro sui Casali di Messina, si pronuncia il Chillemi, in merito ad un’importante testimonianza medievale del luogo oggetto della nostra indagine, corredando l’informazione con una foto.


Eremo San Corrado - Collocazione dell' edicula medievale

In realtà, questa edicula oggi dedicata al Crocefisso, potrebbe rappresentare l’unica testimonianza chiara e tangibile dei primi tempi di vita dell’Eremo.

Si presenta come un manufatto in calcare, di 107 x 84 cm, di buona fattura, ed abbastanza integro consistente in una nicchia centrale affiancata da due paraste decorate e sormontata da una cuspide ogivale alta 45 cm. che presenta un arco trilobato dal bell’effetto morbido e chiaroscurale.

 


Eremo San Corrado - Edicula votiva medievale e particolari

All’interno delle paraste, due colonnine per parte(alte 53 cm) , che poggiano su una base modanata, sono  sormontate da una fascia decorativa su ambo i lati  con motivi decorativi miniaturistici consistenti in un motivo fitomorfo a rosette nella parte destra; ed in capitelli corinzi in quella sinistra.


Eremo San Corrado, particolare della decorazione delle paraste dell'edicula medievale

I capitelli fogliati corinzi di sinistra, oltre ad una certa spigolosità e profondità del tratto, mostrano una interessante “variante” a colpo di vento di sapore costantinopolitano,  presente già nei capitelli di spoglio di S. Marco a Venezia.

Il nostro manufatto apparterrebbe quindi alla primissima fase d’impianto e devozione nell’area di S. Corrado e mostra delle significative analogie con la nicchia ogivale posta all’esterno della Chiesa di S. Maria della Valle a Badiazza.


Nicchia ogivale presso S. Maria della Valle (Badiazza)


La chiesa della Madonna di Fatima già di San Corrado



Eremo di San Corrado - Interno della chiesa  Madonna di Fatima già di S. Corrado(foto Morabito)


La chiesa ad  unica navata di forma rettangolare, spoglia dell’originario rivestimento in lastre di calcare  ancora visibile soltanto in un pilastro vicino l’altare maggiore, mostra un paramento a vista in laterizio; spogli altari così rivestiti con il simbolo della croce ma con lacerti dell’originario paramento ad intarsio.


Eremo S. Corrado eremo - Interno della chiesa particolare del rivestimento in calcare

L’edificio così configurato è il frutto della sostanziale trasformazione del 1946,  ad opera di Lorenzo Messina, il quale la “ridedicò” alla Madonna di Fatima, come dimostra la pala d’altare in stucco o gesso, posta sull’altare maggiore, che pare sia opera del Bonfiglio.

Eremo San Corrado, interno della chiesa con pale d'altare del Bonfiglio

Un'altra pala dello stesso autore, raffigurante S. Corrado, orna l’altare di sinistra; mentre a destra una scena di Golgota dipinta, mostra la Madonna trafitta e S. Giovanni ; l’opera doveva concludersi al centro con un Crocefisso ligneo, documentato da foto, ma oggi trafugato.


Eremo San Corrado, interno della chiesa, altare del Crocefisso con affreschi, 
i gruppi statuari ed il Crocefisso trafugato

Una botola, originariamente coperta da una lapide databile al 1727 con il simbolo del teschio e della clessidra alata, dà accesso alla cripta, oggi oggetto di indagini; la lapide così recita: “Vivete solo in Dio, e se desiderate essere beati pregate per loro nel mondo l’unica speranza di bontà e salvezza è quella di servire Dio, il resto sono frodi”.


Eremo San Corrado - Accesso alla Cripta

Complessivamente possiamo affermare che, le parti visibili dell’eremo mostrano sostanziali rifacimenti avvenuti tra il XVIII ed il XX sec.


Eremo San Corrado  Locale annesso alla chiesa di non chiara funzione dotato di scala,
con tracce di decorazione 


Eremo San Corrado - Seduta semicircolare forse abside precedente

Si segnalano infine tre gruppi statuari di piccole dimensioni originariamente posti dentro teche, in cera e con vesti di seta, che costituiscono una suppellettile di pregio del santuario.

Nel primo troviamo Cristo che compie il miracolo a favore del paralitico, nel secondo la Madonna della Lettera, con uno splendido sfondo su pannello dipinto, che riceve la delegazione dei Messinesi.

 


Eremo San Corrado, arredi sacri, la guarigione del paralitico e la Madonna della Lettera


Un terzo, di diversa fattura,  mostra infine un santo eremita, con molta probabilità di S. Corrado, insieme ad  altre figure.


Eremo San Corrado - Arredo sacro, gruppo statuario


Secondo quello che è un leitmotiv nel Samperi e che trae sicuramente spunto da consuetudini “storicizzate” l’origine dell’eremo dedicato alla Madonna di Visitò dovrebbe rintracciarsi non in una icona venuta dal mare, ma in un’icona sottratta a sicura distruzione da un certo nobile Pasca che l’avrebbe rintracciata nelle cave dello Scoppo e salvata in quanto convinto che “abbandonata colà nella foresta, stava quivi alle ingiurie dei tempi esposta senza alcuna venerazione”.

L’oratorio, ordinato in sonno dalla Vergine al Pasca, dovrebbe quindi considerarsi il primo nucleo del futuro eremo di S. Corrado.

Suggestivo pensare, visto anche l’attestato utilizzo funerario dimostrato dalle Tombe a Grotticella dei dintorni, che il Pasca si sia in realtà trovato dinanzi ad un santuario rupestre, databile al Medioevo.

Per quanto riguarda l’immagine mariana all’interno di un retablo “ a sei scompartimenti”, descritta dal La Corte Cailler nel 1905, potrebbe non trattarsi dell’icona del Pasca, ma di un rifacimento di poco successivo; il Samperi nella sua iconologia sembra invece riferirsi proprio a questa.

 


L'Eremo di San Corrado (sulla sinistra la campana e la Croce)

 

Conclusioni

L’Eremo di S. Corrado potrebbe e dovrebbe tornare , con le sue pagine di storia da sfogliare ed i suoi incantevoli scorci sulla città, “fruibile” a fedeli e non; da questo punto di vista c’è, da parte dei proprietari, la massima disponibilità di scrutare liberamente tra le pieghe della storia ed aprire “le porte” alla voglia di capire di studiosi, semplici curiosi, cittadini.

Nei prossimi mesi, non verranno certo tralasciati, da parte mia, ulteriori studi conoscitivi.

Molto potrebbe dirci, in questo senso,  la cripta oggi per metà interrata, che potrebbe chiarire la sequenza insediativa dell’Eremo e rinsaldare dati puntuali delle fonti con  testimonianze architettoniche e di cultura materiale.

Per quel che riguarda l’edicula medievale, meriterebbe, per i suoi caratteri stilistici e l’importanza storica, di essere annoverata tra le significative testimonianze di una città caratterizzata da compagini storiche medievali ricche e complesse.

Testi e fotografie di Giuseppe Finocchio


 

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