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Il "passo” al passo con i tempi.
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 di Paolo Ullo

Sciolgo subito l’enigma, apparentemente presente nel titolo, mettendo a fuoco gli argomenti di cui si parlerà più avanti. E’ stato necessario un gioco di parole per tentare di dimostrare l’evoluzione dei tempi attraverso la necessità di dovere attraversare un torrente dopo abbondanti e persistenti piogge, come sta avvenendo in questa stagione, come non succedeva da alcuni anni. Capitava più spesso, in passato, di doversi costruire “’u  passu” perché in campagna si andava a piedi e, ancora prima che le acque limacciose, torbide e color caffellatte trovassero un letto definitivo, bisognava procedere almeno per andare a rifocillare gli animali.

Figlio dell’effimero, del provvisorio, il “passo” era improvvisato con un accumulo di pietre, pesanti e voluminose da non essere trascinate a valle dalla corrente, fino ad emergere in superficie, consentire l’appoggio di un piede e saltare verso l’altra sponda del fiume. A parole sembra più complicato che nella realtà; detto in altra maniera, si potrebbe definire “come passare l’acqua senza bagnarsi”, quando, neanche con una rincorsa da saltatore in lungo, non era possibile evitare l’ammollo. A volte era più semplice e sbrigativo rimboccarsi i gambali, togliersi le scarpe e, con un pediluvio, superare l’ostacolo, anziché andare a cercarsi un “passo” naturale, sempre più a monte, o costruirsene uno traballante e dal risultato incerto. Tutto questo non avveniva nella notte dei tempi, ordinaria scena di vita contadina, e capita anche adesso, ogni qualvolta se ne presenta, con frequenza minore, la necessità.

Ai giorni nostri, l’abbondanza di materiale di vario genere, appartenente alla categoria dei rifiuti, facilita la costruzione di passerelle provvisorie o definitive. In questo caso, non tutti i mali, cioè i rifiuti, vengono per nuocere. Che i tempi siano cambiati, si vede anche dal più frequente uso del “non passo”, al passo con i tempi, tutto e solo su ruota, di quella tecnica che consente l’attraversamento dei torrenti ai mezzi di locomozione, dopo aver allargato e smembrato il corso naturale delle acque pluviali. Simboli di onnipotenza, ci penseranno le ruspe e le gomme da “fuoristrada” a regolare i conti con la natura che ci procura solo fastidi. In questi giorni in cui le fiumare, secondo me, presentano il loro aspetto migliore, ho voluto rivivere ricordi d’infanzia, sguazzando nell’acqua, con mio figlio ed il fiume compagni di giochi.

E’ bastato poco o niente per divertirsi: un paio di stivali, poche pietre per costruirsi un “passo” e la certezza che un raffreddore si possa prendere anche stando in casa, incollati davanti ad uno schermo. Se per una magia avessimo potuto cancellare tutti i segni dell’antropizzazione, il nostro fiume ci è sembrato che scorresse in una valle alpina, originato da campi di neve e ghiacciai eterni; semplice illusione, ma a noi è apparso bello come non mai. Oggi l’attraversamento di un torrente è visto come un gradevole esercizio fisico per chi fa escursionismo, un contatto diretto con le manifestazioni della natura, un ritorno ad emozioni che vale la pena di vivere. Volendo dare spazio ad altri modi di attraversare e convivere con il fiume dobbiamo sconfinare nella storia e coglierne il senso. L’aneddotica a cui faccio riferimento è talmente lontana nel tempo che, se ci vogliamo ridere sopra, possiamo farlo perché sfugge ai nostri canoni di vita, pur mantenendo un doveroso rispetto verso i protagonisti.

La cinematografia ci ha proposto splendide immagini di guadi di fiumi con animali e persone; l’insegnamento religioso ci ha proposto il ruolo di San Cristoforo che trasporta a spalla Gesù Cristo, ragazzo, al di là del fiume… Ecco in quest’ultima iconografia rientrava il compito, certamente un lavoro, che avevano alcuni personaggi dei Villaggi attraversati da torrenti. Per loro libera scelta e convenienza, facevano i “traghettatori” di uomini illustri, o comunque agiati, evitando loro di bagnarsi i piedi nell’attraversare il fiume. In assenza di manufatti stabili, ai quali siamo abituati oggi, ponti, coperture, opere murarie e corazze in cemento, che non tengono conto delle esigenze meccaniche dell’acqua, c’era chi sbarcava il lunario caricandosi sulle spalle clienti abituali ed occasionali che si sarebbero sdebitati, in qualche modo, del servizio di trasbordo oltre la riva.

Riesce difficile immaginare il traghettamento di una donna con vestaglie, sottovesti e mutandoni lunghi; considerando l’ingombro, la delicatezza dell’operazione e la necessità di scoprire parti del corpo, quasi sempre nascoste, probabilmente saranno esistite anche le traghettatrici. Da testimonianze d’epoca molto autorevoli, pare che, in seguito a questa attività stagionale, si sia originata una delle tante crisi comunali nella storia della Città di Messina. Per un incidente di percorso, un cavillo, di quelli che mandano a gambe all’aria un’Amministrazione Comunale, un importante uomo politico d’altri tempi, sembra che abbia esagerato nel compenso al suo traghettatore.

Assunto in modo improprio in un particolare settore dell’Amministrazione Pubblica, l’uomo del “passo”, Caronte al servizio dei vivi, risultò essere analfabeta, utilizzato in un’attività per la quale bisognava saper leggere e scrivere; da qui lo scandalo e l’occasione per affossare la vita politica della Città, come ai tempi nostri, in cui si ricorre all’alternanza democratica per altri fenomeni di malcostume. Acqua passata!… Ritornando allo spettacolo offerto dai torrenti delle vallate della Città, in questo Inverno, non potendo prevedere quando si replica, chi vuole approfitti per calzare gli stivali e risalire la corrente, passo dopo passo, alla ricerca del “passo” migliore; i ragazzi, soprattutto, che non stanno vivendo le fiumare come i loro genitori alla stessa età, se riusciranno a rinunciare a motorini, videogiochi ed altre distrazioni, scopriranno una nuovo, eccezionale occasione di sano divertimento.

Ullo Paolo

 

 

 

 


 

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